LE VIE CAVE

Un tratto del percorso della via cava di Fratenuti - Pitigliano (Gr)

PERCORSI TRACCIATI NEL TUFO

Nel territorio vulcanico dei tufi, tra Toscana e Lazio, esistono antichi percorsi semisotterranei di dimensioni ciclopiche che hanno suscitato un grande interesse, per la loro singolarità e unicità, sia tra il pubblico che negli studiosi. Queste eccezionali opere megalitiche stanno oggi crollando, non essendo mai state tutelate dagli organi competenti che non le considerano “monumenti” degni di essere valorizzati.

LE VIE CAVE, SONO SOLO “STRADE VICINALI”? 

Le vie cave, o “tagliate”, sono dei profondi percorsi tagliati nella roccia lavica, normalmente sono considerati di età etrusca. L’immancabile presenza di necropoli nelle immediate vicinanze le fa ritenere vie sacre, per finalità processionali e funerarie. Ma non tutte le ‘vie cave’ sono di età etrusca. Le vie cave più antiche sono brevi tagli nella roccia (lunghi 5-10 m.), non profondi (alt. 2,5 m. circa), di età pre-etrusca. Si trovano a  Poggio dell’Uovo (Sorano), Pian dei Conati (Pitigliano), Vallemorta (Pitigliano), Sorgenti della Nova (Farnese), Castellaccio (Pitigliano). La necropoli etrusca di Poggio Buco (Pitigliano) è attraversata da una lunga via cava, con tombe del VII secolo a.C. (proprietà Vaselli); essendo la via cava precedente alla necropoli, si può da ciò risalire ad una prima datazione delle vie cave, considerando quindi due tipologie: etrusche e pre-etrusche. Esistono due siti con vie cave triple e parallele dove, dalla parete di una, attraverso un’apertura, si può entrare in quella adiacente. Al Castellaccio (Pitigliano) tre vie cave (pre-etrusche), dritte e parallele, senza curve, furono scolpite sulla sommità del poggio, per finalità del tutto da chiarire. Nel fosso di Castelsereno (Sorano) la via cava, a metà percorso, diventa tre vie parallele, attaccate l’un l’altra.

Vie cave ‘doppie’ sono a Pitigliano (Fratenuti) e Sovana (San Sebastiano).

A Sovana, il Cavone etrusco ha una via cava parallela, a cui si accede tramite varchi appositi; da questa via cava parallela si dipartono altre due vie cave, ambedue recanti alla monumentale (e abbandonata) necropoli che si affaccia sul fosso della Picciolana. A queste quattro vie cave intercomunicanti si aggiunge la via cava di Poggio Prisca: in tutto, sono cinque vie cave interconnesse, disposte in modo da mettere in comunicazione le monumentali necropoli sovanesi di Poggio Prisca, Poggio Felceto, Poggio Stanziale e Poggio Grezzano. E’ un complesso ed arcaico impianto di vie sacre, vie funerarie e processionali, utilizzate già in età pre-etrusca (Rinaldoniani?) e poi riutilizzate fino al periodo ellenistico (IV-II sec. a.C.).

Se alcune delle vie cave possono sembrare vie di comunicazione, e non è escluso che alcune possano essere state così riutilizzate, altre, soprattutto le più antiche, risalenti al periodo pre-etrusco, sembrano essere state aperte per scopi ad oggi sconosciuti.

Un tratto del percorso della via cava di San Giuseppe - Pitigliano (Gr)

Un dato certo e ricorrente è la presenza di un complesso sistema di solchi, canali e gradinature, scolpito sul suolo delle vie cave, al fine di regimentare il flusso delle acque sorgive e piovane. Tale sistema ideologico è già individuabile nelle vie cave pre-etrusche dove, tra l’altro, non vi è alcuna traccia di tombe e culto funerario, immancabile invece nelle vie cave ‘etrusche’. Non esistono studi e ricerche sulle vie cave, sembra si sia volutamente ignorata l’esistenza di questi unici e spettacolari percorsi ipogei. Per la Soprintendenza non si tratta di “monumenti”, ma di “strade vicinali”, cioè di vie realizzate per la viabilità di mezzi e persone. Gli archeologi della Soprintendenza si contraddicono però, quando affermano che le vie cave sono di età etrusca solo se attraversano una necropoli etrusca. Una tale affermazione è del tutto inconsistente, perché dove c’è una via cava c’è sempre una necropoli; se non c’è una necropoli, si è allora in presenza di un’opera più antica ancora, cioè pre-etrusca. In tutte e due i casi le vie cave sono da considerarsi a tutti gli effetti monumenti antichi, unici e spettacolari, realizzati grazie a una complessa e ancora ignorata progettazione territoriale. Ma anche se così non fosse … anche se le vie cave fossero state scolpite dai Cinesi, dai Sudafricani o dai Palermitani … perché non valorizzarle o tutelarle? Perché lasciare crollare opere che attirano visitatori e studiosi da tutto il mondo? Perché sostenere che non sono ‘monumenti’, quando qualsiasi persona di buon senso non può che restare di stucco (e preoccuparsi) davanti a simili esternazioni dettate da motivazioni che niente hanno da spartire con la vera cultura? La Soprintendenza si vuole arrogare il potere di decidere cosa è cultura e cosa no? Con quale autorevolezza, visto che oggi il patrimonio monumentale italiano , che la Soprintendenza avrebbe dovuto tutelare e valorizzare, è giunto ai massimi livelli di degrado e abbandono?

LE VIE CAVE di Giovanni Feo 

La grande dea dei Misteri di Eleusi e di Samotracia, venerata sotto altre forme a Malta, nell’Egizia Sais, a Efeso, chiamata Diana presso il bosco sacro di Nemi, o Feronia dai Falisco-Sabini, Proserpina dai Romani, quella, in realtà, non fu che una singola dea, come correttamente tramanda Apuleio che facendo parlare la divinità le fa dire:

 

“Indivisibile è la mia divina essenza,

ma nel mondo io sono venerata ovunque

sotto molteplici forme, con riti diversi,

sotto differenti nomi”. (2)

La grande dea delle antiche civiltà mediterranee, per millenni riconosciuta quale archetipo divino del principio femminile, fu una presenza determinante anche nella civiltà etrusca, e su di questa lasciò il suo forte segno, anche se i tanti nomi di dèe e dèi del pantheon tirrenico hanno in parte reso meno apparente il ruolo centrale rivestito dalla Grande Dea.

Un simbolo antico inciso sullaparete della via cava di Fratenuti - Ptigliano (Gr)

Il primo dominio del principio femminile e divino, suo regno e dimora, fu la terra, sia quale elemento, sia quale spazio sacro: ovvero il nostro mondo terreno e, non secondariamente, il mondo sotterraneo, l’oscuro sottosuolo tellurico.

L’aspetto oscuro e ctonio della dea era esaltato nel suo essere patrona della notte e della cangiante luce lunare.

La Grande Madre Terra era anche la Dea Bianca, la luna. Un tema ricorrente negli antichi culti della terra è quello relativo alla dimora della dea, il sottosuolo terrestre, dove veniva situato il mondo dell’Oltretomba.

La regina degli inferi, Persefone o Proserpina, era ancora un altro dei suoi multiformi aspetti.

Questa Persefone, l’etrusca Phersipnai, è raffigurata in un celebre affresco della tomba Golini, ad Orvieto, assisa sul suo trono in compagnia di Ade (in etrusco: Aita), suo divino consorte infero, con il quale condivideva il regno dei morti.

La libertà e la parità sociale delle donne nella società etrusca, motivo di invidia per Romani e Greci, non furono altro che l’effetto sociale provocato da un’antica e sentita devozione e venerazione in onore di Uni, Menerva, Vei, Turan, Phersipnai, Aritimis, Vanth, Northia e altre rappresentanti del principio divino e femminile.

L’usanza di passare ai figli il nome per via materna, come è attestato nell’epigrafia, fu un altro tipico segno di una civiltà dove la presenza della Grande Dea era ben compenetrata nella maglie del vivere quotidiano, oltre ad essere tradizione e culto.

La sacra rivelazione delle più antiche conoscenze, contenute nella cosiddetta “Disciplina” etrusca, fu un dono che la tradizione attribuiva alla ninfa Vecu, celebrata figura di maga e sibilla, detentrice di supreme sapienze.

 

La ninfa Vecu avrebbe rivelato agli etruschi le sacre regole per amministrare e dividere il territorio e la campagna. Vecu donò agli etruschi anche l’arte fulgurale (scienza dell’interpretazione dei fulmini). Il genio Tages, per metà fanciullo e per metà vecchio saggio, rivelò anch’egli parte della scienza sacra (negli scomparsi “Libri Tagetici”). Il mito tramanda che Tages apparve dalle zolle della terra, smosse da Tarchun mentre arava un campo; improvvisamente, ancora coperto di terra (il suo elemento), Tages chiama a sé Tarchun e gli altri astanti per dettare le prescrizioni di una dottrina sacra e rivelata. L’elemento terreno e tellurico, che rimanda al regno della Grande Dea, è bene in evidenza in queste mitiche origini della “rivelazione” sacra, posta sotto il segno di una ninfa e di un genio nato dalla stessa terra. La presenza del principio femminile emerse soprattutto grazie al formarsi di importanti e stabili clan egemoni, guidati da una rappresentante della Grande Dea, in veste di sacerdotessa e di regina, e del suo consorte, il re-sacro, re e alto sacerdote. In tali regimi, l’elemento femminile e la maternità assicuravano la successione e la continuità, mentre l’elemento maschile appariva in secondo piano, con funzione di coadiutore della dea. E se le grandi religioni patriarcali avevano eretto monumentali e maestosi templi a Roma, ad Atene e a Gerusalemme, il precedente culto della Grande Dea non lasciò dal canto suo un’eclatante architettura templare, anche perché le strutture più antiche furono sostituite dai nuovi templi in onore del dio-tuono (Zeus, Juppiter …) o del dio solare (Apollo, Mitra …); ed anche perché i maggiori centri di culto della dea furono alcuni luoghi speciali del territorio, dei templi naturali, in particolare le sorgenti, le grotte, i locali ipogei e i percorsi sotterranei, come per esempio il “pozzo di Demetra” a Eleusi, i pozzi oracolari di Gea presso Delfi, o i pozzi sacri di Bolsena e di Orvieto. La speciale valenza sacra attribuita ai luoghi sotterranei e alle caverne risale ad epoche antidiluviane, ed è così spiegata da Mircea Eliade: “Nella preistoria, la caverna, spesso assimilata ad un labirinto o trasformata ritualmente in labirinto, era insieme il teatro delle iniziazioni ed il luogo dove si seppellivano i morti. A sua volta, il labirinto era omologato al corpo della Terra-Madre. Penetrare in un labirinto o in una caverna equivaleva ad un ritorno mistico alla madre – fine perseguito sia dai riti iniziatici che dai riti funerari”. In questa tipologia di luoghi sacri e sotterranei rientrano dei singolari, quanto poco conosciuti,  monumenti etruschi: le cosiddette “tagliate” o “via cave”, il cui nome deriva dal fatto di essere dei lunghi, stretti e profondi percorsi, ricavati dal taglio della roccia tufacea, così da assumere l’aspetto di enormi corridoi interrati che s’addentrano all’interno della roccia stessa. Queste insolite e colossali opere rupestri sono rinvenibili in diverse località dell’Etruria centrale e meridionale, ma nella media valle del fiume Fiora, a ovest di Bolsena, si ritrovano in numero e proporzioni eclatanti, a testimonianza di una tradizione che qui ebbe particolare diffusione, a seguito della locale presenza di una etnia etrusca specializzata nelle lavorazioni rupestri. Gli Etruschi, infatti, non discendevano esclusivamente da un ceppo unico, ma raccoglievano all’interno della loro confederazione diverse etnie: Pelasgi, Falisci, Lidi, Lemni, Ioni, Illiri, Traci, Umbri e altri ancora. Alle origini di una “civiltà” sono sempre rinvenibili elementi convergenti, provenienti da precedenti civiltà. Secondo le indicazioni suggerite dall’antica cartografia e storiografia, l’etnia etrusca che avrebbe occupato l’area settentrionale del lago di Bolsena (Orvieto, Sorano, Pitigliano, Castro, Sovana, Montefiascone ecc.) avrebbe avuto connessioni non superficiali con il ceppo dei Falisci. Il maggiore centro falisco fu Faleria (Civita Castellana), ai piedi del monte Soratte, e si ritiene che l’area d’influenza di questa lucumonia si estendesse sino all’alta regione viterbese. La presenza in alta Maremma del toponimo Sorano comproverebbe che elementi falisci raggiunsero anche l’area a nord-ovest di Bolsena, nell’attuale Toscana meridionale. Il nome di Sorano deriva da una divinità falisco-sabina, adorata in un celebre tempio presso il monte Soratte: si tratta del “pater Soranus”, un dio ctonio, associato a quegli “hirpi Sorani” (=i lupi di Sorano) le cui iniziazioni comprendevano la pirobazia, cioè l’attraversamento dei carboni ardenti, e l’investitura di guerriero-lupo, dopo un anno di vita alla macchia, alla maniera delle fiere. E’ anche nota l’esistenza di un antico gemellaggio di tipo spirituale tra Sorano e Faleria, di epoca protocristiana, secondo il quale ambedue i paesi avrebbero avuto come comune patrona S. Felicissima. Come già riscontrato in casi analoghi, ciò indurrebbe a ritenere che il condiviso culto cristiano dei due paesi sia stato innestato su di un precedente culto, di età ancora più remota, ovvero etrusco-falisco. Furono forse questi antichi Falisci gli ingegnosi artefici del colossale percorso delle vie cave? Fu questa l’etnia etrusca che tagliò, perforò e scolpì le grandi roccaforti e le necropoli rupestri di Sorano, Pitigliano, Sovana e Castro? Nella mappa disegnata nell’atlante di Ortelio (1584), accanto a Bolsena si legge: “Falisca Iunonia colonia ab argivis condita”, ovvero: “Colonia di Giunone Falisca, fondata dagli Argivi”. Gli Argivi furono di ceppo pelasgico e non pochi autori hanno sostenuto che la parola “falisco” non sia altro che una trasformazione italica del termine “pelasgo”. Secondo questa ipotesi i Falisci furono gli antichi Pelasgi, quei “popoli del mare” che avrebbero colonizzato le terre mediterranee prima dei Fenici e dei Greci. Gli stessi Etruschi furono frequentemente definiti come “pelasgi” (Strabone V,2,4; Dion.Alic.I,28). In ogni caso, gli Etruschi furono i padroni delle oscure e ciclopiche vie tagliate nel tufo. E non pochi segreti sono celati in questi labirintici monumenti, risalenti ad un epoca e a una civiltà nelle quali il pensiero e le forme-pensiero erano ancora saldamente ancorati ad una visione magica e sacra della vita, una visione per nulla attuale e moderna. Già alcuni semplici dati fanno intravedere come nella concezione di questi percorsi vi sia stato un “piano” originario, un modello di riferimento che era parte del patrimonio tradizionale degli antichi Tirreni. Per esempio, si è constatato che molte tagliate sono mediamente lunghe sui 400 metri, come se vi fosse un’ideale unità di misura per questo tipo di opere. Vi sono, però, anche vie cave molto più lunghe.

Ci sono anche altri elementi ricorrenti.

Nella parte superiore di molte vie cave spesso è situata un a scalinata, direttamente scolpita sul fondo di tufo.

Nella maggior parte delle vie cave è anche rinvenibile un canale di scolo delle acque, scolpito lateralmente sul bordo di una parete, talvolta situato a circa un metro dal suolo, altre volte nel centro della via. Le pareti delle vie cave sono forse tra gli elementi più sconcertanti, almeno per l’occhio umano, in quanto il visitatore si trova a camminare tra due vertiginose pareti, alte anche oltre venti metri. Su di esse sono bene in evidenza i segna lasciati dagli strumenti usati per tagliare il tufo: una fitto tappeto di intacche poco profonde indica come lo strumento usato fosse una sorta di picconcino. Le alte pareti cadono a piombo, proseguendo con andamento curvilineo, spesso ad angolo molto acuto. Il percorso è audacemente sinuoso, talvolta dedalico,  giacché non di rado ci si può trovare improvvisamente dinanzi ad un bivio, dove la tagliata si divide in due diramazioni o anche più. Oppure si riscontrano percorsi anomali dove due vie cave proseguono perfettamente parallele, né mancano casi di diramazioni secondarie che immettono in altre tagliate contigue, tutte più o meno conducenti negli stessi paraggi. La larghezza media delle vie cave varia da circa un metro a tre-quattro metri, e spesso, anche in percorsi larghi, vi sono alcune parti che si restringono in modo considerevole, sino a rendere impossibile il transito di mezzi ingombranti, quali carri e carretti. Spesso è problematico anche il passaggio a cavallo, mentre in alcuni casi il percorso è talmente angusto da permettere appena il passaggio di una sola persona alla volta. Purtroppo, è necessario mettere sull’avviso il pubblico e le autorità competenti: questi monumenti, che costituiscono una straordinaria eredità del mondo magico degli antichi e che conservano ancora importanti frammenti della loro scienza sacra, hanno forse pochi anni di vita. Lo stato di secolare abbandono, lo spaccarsi delle alte pareti a causa delle radici arboree e degli agenti atmosferici, sono fattori che concorrono ad un rapido e inesorabile degrado. Nelle forre vulcaniche che circondano la rupe dove è arroccato Pitigliano, si contano circa una quindicina di vie cave. Tutti i versanti di questa vallata sono attraversati da vie cave, così che, nello spazio di poche centinaia di metri, si può passare da un percorso all’altro. Questa fitta topografia di tagliate è unica in tutta l’Etruria ma, purtroppo, crolli e frane, anche di rilievo, interessano ormai più della metà dei percorsi.Un’analoga situazione è riscontrabile a Sovana, Sorano e a Morranaccio, gli altri centri rupestri dove particolarmente è alto il numero delle vie cave. Probabilmente, nel prossimo decennio, non resterà più nulla in piedi di questi ciclopici corridoi etruschi, opera di una civiltà che riconobbe nella madre terra e nel suo ambiente roccioso e sotterraneo la sede sacra di un’energia reputata divina, in onore della quale furono realizzate queste colossali vie scolpite nel tufo.

Testo ripreso da “La vie cave etrusche di G. Feo, ed. Laurum (Pitigliano – Gr)

 

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