RICORDO DI GIOVANNI FEO

RICORDO DI GIOVANNI FEO
dell’Associazione culturale Tages

Il 16 giugno scorso è morto Giovanni Feo, ricercatore e scrittore. Con la morte di Giovanni l’associazione culturale Tages, di cui fu cofondatore e attivo operatore, e il mondo della ricerca perdono un grande protagonista culturale, libero da condizionamenti di ogni genere. Studioso di tutte culture e civiltà antiche, soprattutto dell’Italia, ha svolto approfonditi studi della civiltà etrusca, dedicando la sua ricerca non solo alla storia e alla religione di quella civiltà ma, soprattutto, a ritrovare lo spirito di quel popolo. Quanto pubblicato in questo sito internet è stato, in molte parti, opera sua. Il ricercatore e scrittore Giovanni Feo è stato spesso in contrasto con il mondo ufficiale della cultura e, in particolare, dell’archeologia che accusava di non essere sufficientemente aperta a dare significato ai risultati delle nuove scoperte e di dare, troppo spesso, tutto per ormai conosciuto dei popoli dell’Italia antica. E’ stato molto critico della cultura, soprattutto italiana, che fa derivare la civiltà occidentale dalle culture greca e romana, trascurando quanto ormai è appurato, che la civiltà etrusca ne è stato il fondamento. Giovanni Feo, è nostra opinione, era profondamente religioso ma di una religiosità non appartenente a nessuna delle chiese, che considerava delle sovrastrutture costruite dall’uomo per esercitare il potere sui popoli. Lui intendeva la religiosità che ogni essere umano ha in sé, che nell’uomo moderno è stata cancellata dalla ragione, durante il processo di modernizzazione del pensiero e che era invece presente nell’uomo dell’antichità. Degli Etruschi, civiltà a cui ha dedicato gran parte delle sue ricerche, aveva molto studiato lo spirito religioso che riteneva insito in ogni aspetto della loro vita sociale. Basti ricordare la sacralità che attribuiva al lago di Bolsena che, secondo i suoi studi, era il principale indizio della sede in Volsinii (VELZNA) del Fanum Voltumnae, proprio perché riunione religiosa annuale dei sacerdoti delle città confederate (i lucumoni) o La scoperta del tempio sul monte Landro dove, al fondo di una vasca scavata da mano umana, si trova un foro di cui gli archeologi non hanno indagato la funzione. Ebbene, del foro Feo ha dato la sua interpretazione: dallo stesso fuoriuscivano vapori provenienti dalle profondità che gli etruschi onoravano e, allo stesso tempo, temevano in quanto voci del dio del sottosuolo  Welch/Vulcanus. Le sue indagini e i suoi interessi non erano rivolti solo alla civiltà etrusca ma a tutte le tradizioni a sfondo religioso di popoli antichi.
Della civiltà europea non aveva un buon giudizio, soprattutto contrastava il maschilismo molto forte del passato ed ancora presente nelle civiltà dell’Occidente cristiano. Amava il mondo, scoperto dall’archeologa lituana Marija Gimbutas, di una società agricola europea che onorava la dea madre, società che poneva al centro la donna, prima che le culture proto-indoeuropee migrassero dalle steppe russe verso l’Europa, introducendo il germe di una società maschilista.
Giovanni Feo, prima della morte, era impegnato a promuovere la ricerca archeologica nell’Osservatorio Astronomico di Poggio Rota, sito da lui stesso scoperto, per confermare che costruttori e utilizzatori ne furono i Rinaldoniani; continuava l’impegno di ricercatore e studioso sul lago di Bolsena a cui aveva recentemente dedicato il video “I quattro incantesimi del lago”.
Gli amici Giuseppe Centauro e Dante Simoncini, dell’associazione Ilva Matrix hanno dedicato a Giovanni un ricordo pubblicato dalla rivista “Cultura Commestibile” dal titolo “Un moderno Giasone alla ricerca del filo d’oro”. Una definizione appropriata per uno studioso che si è dedicato alla ricerca della storia, della religione e dello spirito dei popoli antichi, i cui risultati ha divulgato nei suoi molti libri e scritti di ogni genere.
Giovanni Feo, forse consapevole del suo stato di salute, nell’ultimo anno precedente la malattia si è dedicato al riordino dei risultati dei tanti anni di ricerca eseguita sui tre principali temi che lo hanno impegnato durante la sua vita di studioso, temi, che in altrettanti articoli della scrittore, la rivista Fenix, n. 129 del 13 luglio 2019, ha pubblicato con il titolo “Speciale Giovanni Feo”: 1)  “Etruschi figli di Hermes”, sull’origine degli Etruschi; 2) “Vie Cave Percorsi sacri”, sulle tagliate nel tufo che fu il suo primo incontro con le opere ciclopiche lasciate dagli antichi; “Poggio Rota, una Stonehenge Tutta Italiana”, la sua scoperta e il monumento che si preparava a fare indagare dall’archeologia per avere la conferma di monumento rinaldoniano.
Tutti gli amici che hanno collaborato con lui e coloro che lo hanno conosciuto nel lungo percorso di divulgatore culturale chiedono che non venga disperso il patrimonio di conoscenze e lo spirito di ricerca che Giovanni Feo ci ha lasciato.
L’associazione Tages, suo punto di riferimento in molti degli anni da lui dedicati alla ricerca, farà ogni sforzo per rispondere a queste aspettative.

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di luca Federici
L’eredità di Giovanni Feo
articolo apparso “Il Nuovo Corriere del Tufo”, editrice cpadver, agosto 2019

Realtà oscure, un tempo impenetrabili, vengono oggi sempre più sondate, dopo essere state sistematicamente rimosse..
Giovanni Feo non è mai stato tipo da compromessi, portatore di luce e di ombre, di una conoscenza iniziatica attenta alle sensazioni più che ai dogmi. Giovanni Feo è morto il 16 giugno 2019 dopo una malattia che negli ultimi mesi lo aveva costretto a un ritiro forzato al Pantagnone, un borgo rurale nascosto tra le sue amate colline del Fiora. Giovanni se ne è andato, e a noi rimane il dolore della perdita fisica, materiale, che tuttavia è nulla rispetto all’enorme eredità che ci ha lasciato. Nella sua lunga ricerca è stato capace di guardare all’antico, all’arcano con occhi nuovi. E’ riuscito a ricostruire le origini della civiltà mediterranea basandosi sui miti, sulle leggende, sulla toponomastica. Spesso è stato accusato di fanta archeologia, in particolare per la sua ferma presa di posizione sull’ubicazione del Fanum Voltumnae. Paradossalmente ad aver provato a ridicolizzarlo sono stati proprio quegli accademici che ancora paventano convinzioni ridicole e tuttavia ormai accettate. La questione Orvietana è una favola per bambini, mentre Bolsena è chiaramente l’identificazione più evidente. Collegare Orvieto con Volsinii è stata forse la massima rappresentazione del modo di pensare moderno. Nessuna attenzione alla toponomastica, ai miti, alle connotazioni geografiche. Basti pensare all’isola Bisentina, un’area sacra estesa, fatta di eremi, edifici sacri e votivi, in particolare la “malta papale”, un pozzo profondo scavato sotto il monte Tabor (che in ebraico significa ombelico). Ed è questo che rappresentava, l’ombelico del mondo, il centro dal quale si irradiavano le dodici lucumonie degli etruschi, il punto dove la divinità del cielo toccava quella delle acque. Bolsena è Volsinii, lo dice il nome, lo dicono i chilometri di imponenti mura etrusche che circondavano la cittadina lacustre, i numerosi templi, ma soprattutto lo sostengono i numerosi corsi d’acqua, le foreste lussureggianti che la circondano e l’attività tellurica presente in tutto il lago e soprattutto sotto il tempio di Turan. Senza contare che agli eruditi sfugge un particolare, ovvero la possibile e probabile concezione che la divinità sia stata identificata e rappresentata proprio dal lago stesso. Ma certe cose i baroni dell’archeologia non riusciranno mai ad accettarle. La scoperta del vasto tempio su Monte Landro ha offerto il tassello mancante, quello di un’area sacrale di dimensioni estese, perfettamente allineata con il lago e la volta celeste. Qualcuno ha provato anche a definirlo il vero Fanum Voltumnae, ma probabilmente ha
rappresentato solo uno dei templi che sorgevano intorno all’area sacrale del lago. Gli archeologi come al solito hanno provato a minimizzare, datando il tempio al III secolo, ma Giovanni Feo si è opposto tanto da riuscire a far accettare la tesi che sia stato in realtà risalente al V secolo. Un popolo che non conosce a pieno le proprie origini difficilmente riuscirà a liberarsi completamente dai dogmi e dal controllo dall’alto. In particolare l’italiano, un popolo magmatico, tellurico, geniale e al contempo manipolabile meriterebbe di avere un quadro più definito delle proprie origini, invece nei libri di storia scolastici troviamo un misero capitolo sugli etruschi e ancor meno sulle popolazioni italiche dell’età del bronzo. Non si fa menzione ai Pelasgi e ai mitici popoli del mare, alla civiltà della Dea Madre e alla cultura matriarcale, al diluvio universale, ad Atlantide, agli Shardana e ai Giganti. Anche per questo l’Italia è stata sottomessa da numerose potenze straniere e resta ancora schiava dei dogmi della più grande religione monoteista della modernità. Giovanni Feo non ha fatto altro che rileggere i miti non come storie da cantori di corte, piuttosto come importanti informazioni a nostra disposizione, come realtà. Del resto Heinrich Schliemann, che era tutto meno che un archeologo è stato di fatto il padre dell’archeologia moderna. IL suo grande merito fu di scoprire la mitica città di Troia rileggendo semplicemente l’Iliade di Omero. Molti nel mondo dell’archeologia considerano ancora i miti come semplici invenzioni letterarie, ed è qui il loro limite, che poi rappresenta il limite del nostro mondo attuale: capitalistico, pratico, del tutto e subito, dove non basarsi su prove certe significa cadere immediatamente nella fantascienza. Il mito, specialmente nel mondo Ellenico veniva usato per rimarcare il sovrapporsi del pantheon divinatorio maschile su quello antico matriarcale che risiedeva in tutta Europa. Perseo che uccide la Gorgone Medusa non è solo un invenzione letteraria, bensì una celebrazione della vittoria del nuovo mondo su quello vecchio, che meritava di essere ricordata in eterno. In Italia le streghe, le sibille, e taumaturghe per secoli sono state torturate, mutilate e messe al rogo solo perché perseveravano nel perpetrare il culto della Dea. E in questo risiede il doppio inganno del cristianesimo, aver chiesto scusa (con qualche secolo di ritardo) per un fanatismo religioso che in realtà non c’è mai stato. La caccia alle streghe ha rappresentato una operazione di annientamento sistematico del culto matriarcale, rimasto fino ad allora sempre forte in Italia, nonostante mille anni di Roma e altri 500 di cristianesimo. Sta proprio qui l’eredità di Giovanni Feo, aver mostrato la strada verso la consapevolezza che sia esistita una solo grande Dea che legava i popoli del Mediterraneo (e forse di tutto il mondo). Ma chiaramente sono troppi gli accademici e gli eruditi a non accettare che la Dea abbia potuto assumere
nomi diversi nei vari ceppi dei popoli del mare: Afrodite, Venere, Iside, Athena, Tanit, Uni e Turan, Thetis, Neith, Anantha. Giovanni Feo dopo anni di ricerca sul campo ha scoperto quella che è stata definita la Sthonenge italiana, e l’ha fatto consultando le carte dell’IGM, l’istituto geografico militare. Rimase incuriosito dal nome riportato sulla carta, Poggio Rota, sembrava rimandare alla ruota della vita, alle 12 lucumonie, all’agrimensura, ovvero la scienza segreta etrusca di dividere i territori, di mettere cippi ai margini delle aree sacre. Ma la scoperta sensazionale di Poggio Rota è che non è etrusca, bensì molto più antica, è la prova più evidente della forte presenza degli antichi popoli del mare che risalendo i fiumi Fiora, Marta e Albegna hanno costruito e scavato le loro testimonianze sacrali. Esistevano altri circoli megalitici tra le colline del Fiora, in particolare quello che risiedeva da millenni sull’area sacrale di Crostoletto del Lamone, ruspato dai proprietari per paura di un esproprio, ma questa è un’altra storia. L’ultima resistenza del popolo Etrusco all’invasione romana è avvenuta proprio nei loro boschi sacri, nello strenuo tentativo di difendere i loro segreti più preziosi, consegnati dagli Aruspici all’oblio eterno: i libri acherontici, l’etrusca disciplina, la geomanzia o geografia Sacra. Non avremo mai testi materiali dai quali determinare la sacralità del mondo antico italico, ma in questo Giovanni Feo ha aperto la strada, attivare le sensazioni, ascoltare i silenzi dei siti megalitici, collegare gli indizi, cercare la verità nella nuda pietra, osservare con occhi iniziatici le coppelle nel tufo, trovare i moti lunari nelle vasche votive, osservare l’alba del solstizio dai puntatori tra i massi ciclopici, avvertire costantemente la sensazione che siamo tutti figli di una grande madre e che c’è qualcosa che unisce tutti gli elementi presenti sul pianeta. Non scorderò mai gli incontri con Giovanni, le giornate d’estate a Sorgenti della Nova, le incursioni al Voltone sotto monte Becco e al lago di Mezzano, la passione con la quale riusciva a tramandare le sue conoscenze, l’acume e la determinazione nel sostenere tesi audaci, la massima disponibilità nell’accompagnare chiunque, anche dei perfetti sconosciuti, sui sentieri dell’Etruria rupestre, magica, mistica. L’augurio più grande che posso fargli è che il suo spirito si trasformi in energia e che possa tornare presto su questa terra.

                                              

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