Q9.1 – IL CROLLO DELLE VIE CAVE ETRUSCHE

 

Questo scrivevamo nel dicembre 2006 sullo stato dei monumenti rupestri del comprensorio: 

nei comuni di Pitigliano e Sorano sono stati aperti due parchi archeologici, ambedue aventi come epicentro numerose vie cave: San Sebastiano, San Rocco, San Giuseppe, il Gradone, Poggio Prisca.

Purtroppo questi parchi archeologici si riducono ad alcune “biglietterie” e alle staccionate che delimitano l’area-parco. Da quando furono inaugurate, anni orsono, le due aree archeologiche non hanno mai avuto lo specifico personale addetto alla manutenzione dei numerosi monumenti e delle necropoli all’interno del parco. Le aree archeologiche in questione si trovano in aperta campagna, tra ole, torrenti e costoni rocciosi, tutti luoghi che necessitano di un continuo monitoraggio per prevenire l’azione distruttiva e corrosiva degli agenti naturali. Tutto ciò non è stato preso nella dovuta considerazione dai responsabili del parco stesso.

Risultato: crolli, degrado e frane si sono sviluppati sempre più rovinosamente.

E, purtroppo, l’attenzione delle autorità competenti si è dimostrata del tutto occasionale e inefficace di fronte a queste problematiche. Sono stati eseguiti negli anni dei saltuari interventi “di recupero”, senza alcuna continuità e progettualità, spendendo inutilmente enormi cifre per ottenere risultati a dir poco sconcertanti.

Gli interventi effettuati hanno sempre seguito un ripetuto schema: rimozione dei crolli e taglio di alcune piante cresciute sulla parte alta delle vie cave. Domanda: perché tagliare solo alcune delle piante e non tutte? E’ evidente che quelle non tagliate continuano a provocare crolli. E’ possibile che chi ha ordinato il lavoro di taglio delle piante non abbia pensato che le stesse, una volta tagliate, si sarebbero rinforzate nelle radici … aumentando così l’azione distruttiva che si voleva contrastare??? Una volta tagliate le piante, i rimanenti ceppi andavano inibiti a ricrescere, usando sostanze occludenti di semplice e comune reperimento.

E’ possibile che ci si sia dimenticati di evidenze così elementari? O forse tutta l’operazione di reperire i fondi (regionali ed europei) e destinarli al recupero delle vie cave è stato più che altro un pretesto, magari per prendere facili consensi e lanciare una sbrigativa promozione turistica? L’ultimo “recupero” della via cava di San Giuseppe (Pitigliano) è un caso molto eloquente: pochi anni fa la via cava fu al centro di un restauro finanziato con fondi regionali. A fine lavori, il percorso etrusco fu inaugurato con porchetta e vino della locale cantina sociale; ma a pochi anni di distanza da quell’evento, proprio il tratto architettonicamente più bello della via ha iniziato a spaccarsi, stroncato dai lecci le cui radici hanno completamente invaso la superficie delle alte pareti laterali. Una frana di enormi proporzioni sta “strappando” via tutta la tagliata dalla sua sede e già macigni di diverse tonnellate sono rotolati sul fondovalle. Ma ieri, prima dei lavori di “recupero”, nessuno si era accorto di nulla? Eppure già allora le radici di querce e lecci avevano visibilmente fessurato le pareti delle vie con colossali spaccature … Nessuno vi aveva fatto caso ..??

Nelle vie cave di Sovana e di Sorano, epicentri del parco archeologico Città del Tufo, la situazione di degrado e di abbandono è drammaticamente identica a quella di Pitigliano. Assieme al patrimonio monumentale etrusco è lo stesso territorio, nella sua interezza, che si trova lasciato alla deriva.

Progetti inefficienti, restauri inutili, scempi ambientali, speculazioni edilizie, discariche abusive e quant’altro riattualizzano l’antica iconografia di una “maremma dei briganti”, stavolta in giacca, cravatta e sito web.

 2012: dopo il diluvio

Le grandi piogge che hanno interessato in particolare la Bassa Toscana nell’autunno 2012 ci inducono a tornare sull’annoso argomento del degrado che affligge i monumenti rupestri presenti nel nostro territorio I tanti visitatori che ogni anno si recano nei luoghi etruschi del territorio tosco laziale, continuano a ripetere lo stesso ritornello: “Come è possibile che un patrimonio di natura e monumenti così importanti, così ricco di storia, arte e cultura sia abbandonato alle ortiche, spesso ridotto a discarica?”

La domanda, ripetuta ostinatamente, è sulla bocca di tutti. Una risposta, non l’unica, è che nel nostro paese la vera cultura, quella che fa crescere e migliorare, è guardata con altezzoso disprezzo, mentre un’altra cultura ha usurpato il suo posto: la cultura del servilismo, dell’obbedienza ai capi-branco, dell’ignoranza santificata, così che i capi-branco possono continuare a fare danni; per non cambiare nulla (magari peggiorare) e continuare a usare cattedre, università, partiti e assessorati per il loro personale “sviluppo”. Queste “eccellenze” hanno ridotto la cultura ad una prostituta. E praticano vecchi trucchi. Per esempio, fare credere di essere puri e bravi, perché le colpe della crisi e del disastro culturale, così dicono, è della crisi economica, dei terremoti e delle alluvioni, di chi ha scritto la Costituzione, dei fascisti e degli antifascisti … Il “trucco” consiste nello spostare l’attenzione dai fatti concreti a elementi scollegati da ciò di cui si tratta.

Nell’autunno del 2012, un’eccezionale alluvione ha messo in ginocchio la Maremma, provocando cinque morti e immensi danni. Così, nei luoghi storici e archeologici, il disastro non è ancora quantificabile.

Frane e smottamenti ovunque. Dopo pochi mesi, tutti si sono resi conto: il danno questa volta non sarà sanato, è stato troppo devastante. E questa è la prevedibile conseguenza per aver dimenticato il territorio, per avere beffeggiato e screditato quegli ingenui “ambientalisti”, quando parlavano e parlavano ai muri.

Ora, i padrini della cultura asservita, quella che governa, possono dire che è tutta colpa della natura e del maltempo, e non di un ritardo negli interventi di tutela. Questa è la menzogna che sentiamo ripetere per nascondere gli scheletri negli armadi. Basta guardare Sovana: “prima” dell’alluvione autunnale, in estate, è crollata la via cava di San Sebastiano, la più suggestiva e importante “tagliata” etrusca dell’Etruria rupestre dove, a più mandate, sono state spese enormi somme di denaro (pubblico) per il “consolidamento” e la “tutela” del sito. La via cava non è franata per l’alluvione, ma prima, e alla faccia degli interventi inutili e sbagliati che vi sono stati “spesi”.

Crolli anche nella principale “tagliata” di Sorano, la via cava di San Rocco. Anche qui, fiumi di soldi (anche della CEE) sono già stati bruciati, più volte, con interventi costosissimi di “cosmesi estetica”, del tutto inutili, come le frane dimostrano.

L’elenco, purtroppo, è lungo, il Cavone di Sovana è otturato da un ammasso di fango, alberi e rocce. Niente di nuovo.

Le “eccellenze” stanno tornando a … maledire Madre Natura e a prenotare nuovi fondi per nuovi, inutili e scriteriati interventi di “tutela e valorizzazione”.