Q.9.3 – L’ILIADE E L’ODISSEA

 

Riprendiamo dal libro di Colin Wilson e Damon Wilson (traduzione di Franco Ossola), dal titolo “Il grande libro dei misteri irrisolti”. “NEWTON & COMPTON EDITORI”

 

Erodoto ritiene che Omero sia vissuto quattrocento anni prima di lui, vale a dire attorno al 900 a.C. Un altro storico, un certo Crate, lo colloca a circa ottant’anni dal termine della guerra di Troia (solitamente datata attorno al 1180 a.C. anche se alcuni studi recenti la spostano al 1250).

Chiunque abbia letto con attenzione i due grandi poemi, non può non essersi accorto della profonda differenza che li distingue. Sebbene assai più lunga dell’Odissea, l’Iliade copre una parte soltanto della guerra di Troia – poche settimane del decimo anno di assedio – ed è colma di episodi di guerra e violenza. La trama è semplice: l’eroe greco Achille litiga col suo re Agamennone a proposito del possesso di una giovane e graziosa schiava e in segno di protesta si rifiuta di partecipare alla battaglia, fino a quando il suo caro amico Patroclo non viene colpito a morte dall’eroe troiano Ettore. A questo punto Achille sfi da Ettore a singolar tenzone, lo batte, lo uccide e lo trascina legato al suo carro per tre volte tutto intorno alle mura di Troia. L’Odissea non è solo più breve, ma alquanto più leggera e lirica. Racconta le avventure di Ulisse, un eroe greco che, finita la guerra tenta di fare ritorno alla sua casa, nell’isola di Itaca. L’autore greco Longino, autore dell’opera Del sublime, condivide l’idea che la differenza fra le due opere è dovuta al fatto che la prima venne scritta da Omero in giovane età, mentre la seconda quando era ormai avanti negli anni. Critici moderni propongono una diversa ipotesi: in realtà i due poemi furono scritti da due diverse persone. L’Iliade venne scritta dal poeta greco di cui Erodoto scrisse la breve biografi a; l’Odissea da un successivo poeta dall’identità sconosciuta. Un esame critico ancora più attento daterebbe la prima attorno al 750 a.C. e la seconda opera attorno al 700 a.C.

Le diversità intrinseche ai due capolavori sono numerose. Nell’Iliade gli dèi giocano un ruolo tanto importante quanto gli uomini; interferiscono nelle battaglie e la dea dell’amore Afrodite (Venere) allontana e salva il suo protetto Paride nel momento in cui si trova in difficoltà mentre combatte contro Menelao. Nell’Odissea gli dèi continuano a interferire con la trama, ma le loro azioni potrebbero benissimo essere eliminate dalla storia di Ulisse senza che la vicenda ne risenta in modo decisivo. Un solo esempio basti. Quando Ulisse sta per arrivare a casa e massacrare i Proci, i pretendenti di sua moglie, compare la dea Atena sotto le sembianze dell’amministratore dei possedimenti regi. Quando i Proci la scacciano malamente, la dea si trasforma all’istante davanti ai loro occhi in una rondine che vola via sotto le travi del tetto. Il lettore si aspetterebbe che un simile evento metta sul chi vive i pretendenti, fiaccando il loro morale, in attesa che qualcosa di grave debba accadere. Invece non solo essi sembrano non farci caso, ma si scagliano contro Ulisse come se niente fosse accaduto. L’apparizione della dea non solo non serve praticamente a nulla, ma rende l’intera scena assurda. Sembra quasi che l’Iliade appartenga a un periodo storico diverso, dove gli dèi avevano una grande importanza; mentre l’Odissea sia stata scritta in un momento in cui le divinità si erano ormai decisamente staccate dal mondo degli uomini e servivano più che altro come mero espediente narrativo. E allora, se l’autore dell’Odissea non è Omero, chi possiamo immaginare che sia?

Nel 1891 lo scrittore Samuel Butler si pose questo interrogativo. Butler è noto per il suo romanzo satirico Erewhon, ma sarebbe un errore crederlo soltanto un autore satirico. Era un pensatore serio e profondo che dedicò una buona parte della sua vita a contestare la teoria evolutiva di Charles Darwin. Contrastava soprattutto l’idea secondo cui la mutazione delle specie avveniva dettata dal caso e che l’evoluzione premiasse i più adattabili. Per Butler, Darwin aveva “sfrattato Dio dall’universo”, trasformando la creazione in una grande macchina. Preferiva il punto di vista dei vecchi zoologi come Lamarck i quali erano convinti che le specie mutavano perché erano loro stesse, per propria iniziativa, che innescavano il fenomeno del cambiamento. All’età di venticinque anni Butler aveva deciso di scrivere un’opera lirica intitolata Ulisse. Il suo librettista, Henry Festing Jones, voleva ispirarsi all’opera di Charles Lamb Leavventure di Ulisse, ma Butler era convinto fosse necessario rileggere l’Odissea, di cui aveva ancora non poche reminiscenze dal tempo della scuola. E così aveva fatto. Trovando la poesia di Omero di facile interpretazione, si eradunque messo a tradurre l’opera in prosa. Mano a mano che procedeva nel lavoro si rendeva conto della strana sensazione che lo conduceva a riconoscere nell’opera di Omero due diversi momenti. Mentre l’Iliade raccontava gesta e fatti straordinari di grandi eroi, l’Odissea, in confronto, si occupava di cose decisamente più terrene. Insomma, più che un racconto epico sembrava un romanzo, in cui i veri protagonisti erano persone normalissime. Una narrazione piena di umanità. L’Odissea inizia presentando Telemaco, il figlio di Ulisse, che si mette a caccia di notizie per rintracciare il padre dato per disperso dopo la guerra di Troia. Per avere qualche informazione utile si reca presso il re Menelao, che vive felice con la sua sposa Elena di Troia. La scena prettamente domestica ha il tono dell’intimità più schietta. E’ in questa atmosfera idilliaca e tranquilla che Telemaco viene a scoprire che il padre è trattenuto dalla ninfa Calipso.

Ora la scena si sposta sull’isola di Calipso, dove a Ulisse viene concesso di partire (grazie all’intervento decisivo di Giove). Ma il dio Nettuno, che odia cordialmente Ulisse, scatena una tempesta che scaglia il povero eroe sulle spiagge di una terra chiamata Scheria. Naufrago, viene trovato sul litorale dalla giovane principessa Nausicaa, figlia del re del posto, che lo conduce a palazzo. E qui, nel giusto tono, Ulisse racconta che cosa gli è capitato dopo aver lasciato Troia (caduta con l’inganno, da lui escogitato, del celeberrimo cavallo di legno). A questo punto si inserisce una storia nella storia, una sezione che costituisce una parte predominante dell’intera opera. Butler rimase impressionato dalla grande umanità dell’episodio di Nausicaa e da molti riferimenti intimistici, confermandosi nell’idea che il poema più che un racconto epico era un romanzo profondamente umano, che aveva come protagonisti persone normali. Qualche capitolo oltre, dopo l’incontro coi ciclopi, il dio del vento (Eolo) e i cannibali Lestrigoni, Ulisse approda sull’isola della maga Circe, che muta i suoi uomini in porci. Ed era stato mentre leggeva i versi dedicati a Circe che Butler era stato colpito da una intuizione: Circe era un personaggio che non apparteneva alla penna di un uomo, ma di una donna, per di più, una giovane donna. Una lettura ancora più approfondita lo convinse sempre di più. Confrontati con i personaggi femminili, quelli maschili sono dei burattini di legno. Sono le donne che hanno il tocco vitale. Butler osserva inoltre che mentre l’autore dell’Odissea mostra una profonda conoscenza e una grande sensibilità per le questioni femminili, non si rivela altrettanto bravo quando deve affrontare quelle maschili, soprattutto quando parla di pescatori e contadini. Quale marinaio porrebbe mai il timone sul fronte della nave? Quale uomo di mare potrebbe mai credere che una trave stagionata possa essere derivata da un albero novello? Oppure ancora che il vento sibili sul mare? (fischia sulla terra, per la presenza di ostacoli, ma sul mare ostacoli non ce ne sono).Quale uomo con un minimo di conoscenza di pastorizia e agricoltura farebbe mungere le pecore a un pastore prima di mandarle a nutrire (con le mammelle svuotate) i loro piccoli? Quale uomo di terra scriverebbe mai che il falco trasporta la propria preda sulle ali? Insomma, l’autore dell’Odissea incorre in molti errori simili a questi. Butler sostiene che è per questo che non può essere un uomo, ma una donna e per di più giovane.

Ora, ammesso per un momento che per amore di discussione si accetti l’ipotesi che l’Odissea sia stata scritta da una donna, una specie di Jane Austen o Elisabeth Barret Browing greca, certe cose diventano ovvie. Primo, doveva disporre di molto tempo libero. Se al tempo di Jane Austen la fi glia di un vicario di campagna poteva tutto sommato godere di molto tempo libero per poter scrivere un romanzo, per una donna dell’antica Grecia non doveva essere così, la vita era piuttosto dura. (Quello di cui i moderni sono convinti è che la vita nell’antica Grecia doveva essere molto parca e povera, con una gran parte della gente costretta a vivere con una dieta di olio e verdure, solo raramente interrotta con qualche pezzo di carne di montone). Dunque per una donna poter disporre di tempo libero da dedicare alla scrittura era una cosa impossibile, salvo appartenesse all’aristocrazia, una donna che potesse disporre di servitori che l’accudissero. (Anche se sappiamo che persino la stessa Nausicaa era scesa alla spiaggia per fare il bucato).

Secondo, una ipotetica Jane Austen greca, proprio come una donna inglese del tempo, diffi cilmente avrebbe però potuto disporre di una conoscenza estesa dei fatti della vita (in quei tempi le ragazze se ne stavano chiuse in casa) e dunque ci sarebbe da attendersi che come sfondo delle avventure da lei cantate si ispirasse a quello del suo ristretto contesto di vita. Secondo Butler tutti i personaggi femminili del poema – Elena, Penelope, la regina Arete (la madre di Nausicaa) – sono fondamentalmente la stessa persona e lo stesso può dirsi per gli uomini: Ulisse, Nestore, Menelao e il re Alcinoo (il padre di Nausicaa). E se, come tutte le giovani narratrici anche l’autrice ell’Odissea si descrive in uno dei personaggi del racconto, ebbene quando abbiano da scegliere fra Nausicaa, Circe e Calipso è sulla prima che cade la nostra scelta: mentre, probabilmente la regina Arete e il re Alcinoo sono rappresentazione dei suoi genitori.

Odisseo e Nausicaa

Ma, come abbiamo detto, se la nostra giovane autrice conosceva solamente il suo piccolo mondo, dove può avere tratto idee e ispirazione per descrivere in modo tanto convincente i viaggi di Ulisse? Quasi certamente descrivendo i posti che le erano noti trasformandoli nella terra di Polifemo, Circe, dei Lestrigoni e così via. In altre parola, se fosse mai possibile risalire con precisione ai luoghi in cui la nostra autrice “Nausicaa” visse, sarebbe possibile riconoscere la geografi a del poema.

Ora, Nausicaa abitava in una terra chiamata Scheria, parola che significa “terra che si protende”, vale a dire, stando ad Omero, una penisola che si protende nel mare, la terra del popolo dei Feaci. Quando il nudo Ulisse approda alle loro sponde la giovane gli offre cibo e abiti e quindi lo istruisce come raggiungere la casa del padre dicendogli: “troverai la città distesa fra due porti, collegati fra loro da una stretta striscia di terra”. Più oltre, quando i Feaci hanno ormai condotto Ulisse alla patria Itaca, il sempre irato dio del mare Nettuno fa naufragare anche la loro nave mandandola a sbattere contro uno scoglio che si erge proprio all’ingresso del porto. Butler si accorse così di poter disporre di alcune indicazioni importanti sulla terra di Scheria: si trattava di una penisola che si protendeva nel mare aprendosi su due porti collegati da uno stretto lembo di terra, uno dei quali presentava alla sua imboccatura una grande roccia simile a una nave. Da quel che si dice nel testo, sembra inoltre che Ulisse raggiungesse la terra dei Feaci proveniente da oriente, così che il porto avrebbe potuto trovarsi sul versante occidentale. Recatosi al British Museum, Butler aveva consultato alcune mappe della Grecia e dell’Italia, alla ricerca di una costa occidentale che presentasse un promontorio caratterizzato da due porti, uno per lato. Ne trovò uno soltanto, era la città di Trapani, sulla costa occidentale della Sicilia. Studiando più a fondo Trapani e la sua collocazione geografi ca, Butler si convinse ancora di più che proprio questa fosse la patria della giovane Nausicaa.

Era il solo porto occidentale – compreso nell’area fra l’Italia e la Grecia – che rispondesse appieno a quelle caratteristiche. C’era anche una montagna, il monte Erice, che sovrastava il sito, e nel racconto si narra come Nettuno avesse minacciato di seppellire la città sotto la massa di una grande montagna. Due fra i primi studiosi di storia greca, Stolberg e Mure, dissero di avere identificato nel monte Erice la terra dei Ciclopi. Mentre lo storico greco Tucidide, scrivendo nel 403 a.C., già aveva menzionato la Sicilia come probabile terra dei Ciclopi e dei Lestrigoni. Nell’Odissea ovviamente queste avventure accadono in luoghi lontani dalla dimora di Nausicaa; ma quanto di più naturale per una giovane scrittrice riportare ai suoi luoghi tutte le avventure vissute da Ulisse.

Butler pensò che il passo successivo fosse stato visitare Trapani. Cosa che fece nel 1892, trovando la grande gratifi cazione di riscontrare che ogni cosa combaciava perfettamente con le sue osservazioni. Certo, all’epoca uno dei due porti era rientrato nell’entroterra ed era stato trasformato in una salina, ma era più che evidente che quel sito al tempo di Omero avrebbe benissimo potuto essere un porto. Per di più, lungo le dolci pendici del monte Erice a pochi chilometri di distanza, c’era una vasta cavità naturale che i nativi da tempo immemorabile chiamavano “grotta di Polifemo” e nei pressi dell’ingresso del porto volto a settentrione si ergeva proprio una grande roccia a forma di nave. Leggende locali narravano di una nave turca piena di infedeli mutata in roccia per opera della beata Vergine Maria: ovviamente una leggenda sacra cristianizzatasi nel tempo.

A questo punto Butler avvertiva con sempre maggiore certezza di essere nel giusto. Anche la descrizione di Itaca, la patria di Ulisse, sembrava non corrispondere affatto a quella reale. Nell’Odissea, Omero la descrive “alta sul mare” con un ampio orizzonte aperto verso occidente. La vera Itaca invece, a ovest è quasi completamente “oscurata” dalla vicina e più grande isola di Samo (oggi Cefalonia). Se però Omero avesse descritto il piccolo isolotto di Marittimo sito proprio davanti alla bocca del porto di Trapani, allora le cose avrebbero coinciso assai bene.

Un lungo viaggio in Sicilia convinse Butler che la sua misteriosa autrice, una donna siciliana, altro non aveva fatto che adattare le fantasiose vicende del viaggio di Ulisse agli sfondi e alla geografi a dell’isola, della terra che ben conosceva. Lo stesso Ulisse racconta la partenza dall’isola di Citera, appena a sud della Grecia, e di come forti venti gli avessero impedito di fare rotta verso nord per raggiungere l’isola avita e lo avessero invece scaraventato, lui e i suoi compagni, nella lontana terra dei mangiatori di loto (Lotofagi), che per molti studiosi sarebbe da collocare nell’Africa settentrionale. Nell’ipotesi di Butler questa geografi a è ben diversa. Ulisse, infatti, puntando verso nord aveva in vista la Sicilia, aveva cacciato le capre dell’isola di Favignana (nota agli antichi appunto come l’Isola delle Capre, o Egusa), quindi era sbarcato in Sicilia, dove aveva consumato l’avventura con il Ciclope Polifemo, dall’unico occhio che lui e i suoi compagni avevano accecato con un palo appuntito. Poi erano salpati puntando al nord verso l’isola di Eolo, il dio dei venti, che Butler identifica con la piccola isola di Ustica. Il sito di Cefalù, sulla costa settentrionale, corrisponderebbe alla terra dei Lestrigoni, i mangiatori di uomini.

Lo stretto, dimora di Scilla e Cariddi, si trovava invece nella parte orientale della costa, nei pressi dell’attuale città di Messina. Alla fine di questo periplo, Ulisse aveva incontrato la ninfa Calipso, signora dell’isola di Pantelleria. Da qui aveva fatto rientro a Trapani – o, meglio, all’isolotto di Marittimo – l’Itaca di Omero…

Al tempo in cui scriveva questo libro, la maggior parte degli accademici non metteva neppure lontanamente in dubbio l’ipotesi che Omero non fosse l’unico autore di Iliade e Odissea. Oggi, le parti si sono invertite e sono in pochi a restare di questa idea.