Q7.9 – RILEGGENDO GLI AUTORI

VITA PITAGORICA

di Giamblico (251 – 325|6 d. C.)

Piccola Biblioteca Filosofi ca Laterza

Vita pitagorica, di Giamblico

Riprendiamo la pubblicazione dell’opera “Vita pitagorica” di Giamblico, scritta nel III° secolo d.C. Nel capitolo seguente Giamblico narra il viaggio di Pitagora da Sibari a Crotone. Nel corso del viaggio, in occasione di una sosta, Pitagora prevede il numero dei pesci che alcuni pescatori avrebbero trovato nelle reti, rivelando così i suoi poteri magici. Pitagora giunge a Crotone preceduto da grande fama e qui, recatosi al ginnasio, viene circondato da un gran numero di giovani, ai quali tiene un discorso sul dovere di rispettare gli anziani e fra questi soprattutto i genitori.

 VIII

Venuta di Pitagora a Crotone: sua prima attività e primi discorsi ai giovani

Ma volendo ricordare singolarmente gli atti e i detti suoi, bisogna dire che egli giunse in Italia nella 62° Olimpiade, quando Erissia di Calcide vinse nello stadio. Subito fu circondato dal rispetto e dall’ammirazione universale, come gli era accaduto prima, quando era giunto a Delo. Lì infatti

aveva suscitato l’ammirazione degli abitanti dell’isola soltanto con l’avere venerato l’altare di Apollo Genitore, che è il solo incruento. E in quello stesso tempo, mentre viaggiava da Sibari a Crotone, si fermò presso la spiaggia dove alcuni pescatori tiravano le reti, e quando già la nassa, carica di pesce, veniva lentamente tirata dalle profondità del mare, predisse loro la pesca che avrebbero fatto, indicando l’esatto numero dei pesci. E poiché quegli uomini promisero che avrebbero fatto tutto ciò che egli avesse ordinato, se si fosse avverata la sua predizione, ordinò loro di lasciare andare di nuovo i pesci vivi, dopo averli esattamente contati; e – cosa ancora più straordinaria – per tutto il tempo che durò la conta, nessun pesce, pur essendo fuori dell’acqua, morì, perché Pitagora era lì vicino. Poi pagò ai pescatori il prezzo dei pesci e si allontanò alla volta di Crotone. Quelli raccontarono il fatto e resero noto a tutti il suo nome, che avevano appreso dai servi che lo accompagnavano. Sentite queste cose, tutti desideravano vedere lo straniero, il che non era difficile, essendo tale nell’aspetto da colpire profondamente chi lo guardava e da fargli intravedere la sua vera natura.

Pochi giorni dopo entrò nel ginnasio. Essendoglisi i giovani stretti intorno – come si tramanda – rivolse loro dei discorsi nei quali li esortava al rispetto verso gli anziani, mostrando come nell’universo, nella vita, nelle città e nella natura, quel che precede è più apprezzato di quel che segue nel tempo, come, ad esempio, la levata del sole più del tramonto, l’aurora più della sera, il principio più della fi ne, la generazione più della dissoluzione, e similmente gli indigeni più degli stranieri, e i duci e i fondatori delle città più dei coloni; e, in generale, gli dei più dei demoni e questi più dei semidei, gli eroi più degli uomini e, tra questi, coloro che hanno generato più dei giovani. Diceva queste cose per indurli – con metodo induttivo – a onorare i genitori più di se stessi. Ai quali – diceva – essi dovevano la stessa gratitudine che un morto dovrebbe a chi fosse in grado di ricondurlo nuovamente in vita. E ancora: è giusto amare al di sopra di tutti, e non mai affliggere coloro che per primi ci hanno arrecato i più grandi benefici: solo i genitori precedono la generazione coi loro benefici, e di tutte le opere felicemente compiute dai discendenti, il merito va agli antenati, e non è possibile che pecchino contro gli dèi quanti sostengono che essi sono i nostri maggiori benefattori. Infatti anche gli dèi, senza alcun dubbio, sono indulgenti verso coloro che onorano massimamente i genitori: giacché da essi abbiamo imparato a onorare la divinità. Onde anche Omero glorifica con lo stesso nome il re degli dèi, chiamandolo appunto “padre” degli dèi e degli uomini, e molti mitologi ancora hanno tramandato che i divini regnanti Zeus ed Era gareggiarono nell’appropriarsi, ciascuno per sé in modo esclusivo, quell’affetto che i figli nutrono, partitamene, verso la coppia dei genitori, onde ciascuno di essi assume la parte di padre e, insieme, di madre e l’uno da solo generò Atena, l’altra da sola Efesto, aventi, rispettivamente, sesso opposto a quello di chi l’aveva generato, affinché ciascun genitore potesse fruire di quell’amore che gli è più estraneo. Avendo tutti i presenti riconosciuto che il giudizio degl’Immortali è il più sicuro, Pitagora svolse ai Crotoniati questo ragionamento: “Per il fatto che Eracle è propizio a voi colonizzatori, dovete obbedire volentieri ai precetti dei genitori. Sapete infatti che Eracle, pur essendo un dio, obbedì ad a un altro più anziano di lui, sostenne le fatiche e infine, a perenne ricordo di esse, istituì per suo padre Zeus i giochi olimpici”. E proseguì: “Se agirete allo stesso modo nei vostri rapporti reciproci, non sarete mai nemici agli amici, e da nemici diventerete subito amici. Nel rispetto verso i più anziani darete prova della vostra affezione verso i padri e, nella bontà verso gli altri, del vostro sentimento di fraternità”. Successivamente parlò di temperanza in questi termini: “L’età giovanile mette alla prova la vostra natura in un’epoca in cui le passioni sono le più impetuose. Rifl ettete dunque che, tra le virtù, solo la temperanza merita di essere ricercata da ragazzi e ragazze, da donne e uomini anziani, ma soprattutto dai giovani. Questa sola virtù – come egli dimostrava – comprende in sé i beni del corpo e dell’anima, in quanto conserva la salute fisica e l’aspirazione ai più nobili studi. Ciò appare chiaro anche dall’opposta considerazione: infatti, quando i barbari e i greci si schierarono, dinanzi a Troia, gli uni contro gli altri, essi patirono – per l’incontinenza di uno solo – le più gravi sciagure, gli uni nella guerra, gli altri durante il viaggio di ritorno, e per questa sola ingiustizia la divinità decretò una pena per dieci e, ancora, per altri mille anni, avendo vaticinato la caduta di Troia e l’obbligo per i Locresi di inviare ogni anno delle vergini al tempio di Atena Iliaca”.

Pitagora esortava inoltre i giovani all’educazione dello spirito e li invitava a riflettere con queste considerazioni: “Quale assurdità, mentre si considera il pensiero la cosa più importante e col suo aiuto si giudica su tutto il resto, non volere spendere né tempo né fatica per esercitarlo. L’educazione fisica assomiglia ai cattivi amici, giacché essa ben presto ci abbandona, mentre l’educazione dello spirito, come gli uomini onesti, rimane fedele sino alla morte e ad alcuni, anche dopo la morte, apporta gloria immortale”. E altri esempi del genere adduceva ancora, traendoli parte dalla storia, parte dalla filosofia, argomentando: “L’educazione è una pregevole qualità dello spirito, comune, in ogni generazione, ai migliori. Infatti ciò che questi scoprono, diventa poi, per gli altri, materia e strumento di educazione. Questo è il pregio intrinseco dell’educazione che, mentre delle altre doti maggiormente lodate, alcune sono intrasmissibili – come la forza, la bellezza, la salute, il coraggio – altre, una volta cedute, non si posseggono più – come la ricchezza, le cariche pubbliche e simili – l’educazione invece è possibile riceverla da altri, senza che questi, dandola, ne restino privi. Similmente, mentre l’acquisto di alcuni beni non è in potere dell’uomo, l’educazione dipende dalla consapevole determinazione di ciascun individuo. E chi entra nella vita pubblica della propria patria, mostra di farlo non per sfacciataggine, ma sulla base della sua educazione e formazione spirituale: giacché, come sembra, per questa si distinguono gli uomini dalle bestie, i Greci dai Barbari, i liberi dagli schiavi, i filosofi dagli uomini qualunque. Tanto grande è questa superiorità che, mentre si potranno trovare sette corridori da una sola città – e cioè dalla loro4 – che a Olimpia corsero più veloci degli altri; al contrario, di uomini eccellenti nella sapienza se ne poterono contare solamente sette in tutto il mondo. In seguito, nell’epoca presente, solo uno ha sopravanzato tutti gli altri nell’amore della sapienza”. E infatti Pitagora volle denominarsi “amico della sapienza”, anziché sapiente.

Queste furono le cose da lui dette ai giovani nel ginnasio.

 IX

Discorso, tenuto dinanzi al Consiglio dei Mille, intorno alle più nobili

ragioni e consuetudini di vita.

Dopo che i giovani ebbero riferito ai genitori le cose loro dette, il Consiglio dei Mille invitò Pitagora all’assemblea, e, dopo averlo lodato per le  parole dette ai fi gli, lo invitò – se avesse qualcosa di utile da dire ai Crotoniati – a comunicarlo ai capi della cittadinanza. Allora egli, per prima cosa, consigliò di costruire un tempio alle Muse, affinché queste conservassero la concordia che allora regnava tra i cittadini. Infatti queste dee, – egli diceva – hanno tutte insieme lo stesso nome e – secondo la tradizione – costituiscono una comunità; inoltre gradiscono massimamente gli onori comuni; infine il coro delle Muse è sempre uno e il medesimo e in sé comprende accordo, armonia, ritmo e tutto quanto crea concordia. La potenza delle Muse governa non solo i più nobili princìpi delle scienze ma anche l’accordo e l’armonia dell’universo. Disse inoltre: “Considerate la patria come un deposito da voi tutti insieme ricevuto dalla comunità dei cittadini. Dovete dunque governarla come se steste per trasmettere in eredità ai vostri discendenti la fiducia in voi riposta. Il che certamente accadrà, se vi eguaglierete a tutti i cittadini e vi consacrerete, più che a ogni altra cosa, al culto della giustizia. Gli uomini infatti, sapendo che dappertutto la giustizia è  necessaria, favoleggiano nei miti che lo stesso posto occupano Themis presso Zeus, Dike presso Plutone e la legge nelle città, affinché colui che non compie giustamente il dovere a lui imposto, sia considerato ingiusto nei confronti dell’intero universo. Le assemblee non devono abusare di nessun dio a scopo di giuramento, ma devono invece usar parole che siano credibili senza bisogno di giuramento; inoltre i loro componenti devono amministrare i beni privati in guisa che sia sempre possibile il raffronto delle decisioni prese in pubblico con quelle private. Nei confronti dei vostri fi gli mostrate nobiltà e schiettezza di sentimenti, poiché essi sono le sole creature sensibili a siffatti sentimenti. Per quanto riguarda la donna compagna della vita, considerate che, mentre gli accordi con gli estranei sono conservati nelle tavolette e nelle colonne, quelli stabiliti con le donne sono conservati nei fi gli. Cercate di farvi amare dai vostri figli non per il vincolo del sangue, del quale essi non sono autori, ma per gli atti del vostro consapevole divisamento: questo è infatti il beneficio volontario. Abbiate rapporti con le sole vostre donne e che queste non corrompano con altri la schiatta per l’indifferenza e l’indegnità dei loro mariti. Bisogna credere infatti che la donna, presa dal focolare domestico secondo i riti, è stata condotta dal marito nella propria dimora, come una supplice al cospetto degli dèi. Siate di esempio, per ordine e temperanza di vita, ai vostri familiari come ai concittadini; e curate che nessuno commetta fallo, neanche il più piccolo, nelle minime cose, affinché, temendo la punizione delle leggi, la gente non commetta ingiustizia di nascosto, ma, al contrario, sia indotta alla giustizia per rispetto della vostra onestà di vita”.

E così continuava a esortarli: “Bandite dalle vostre azioni l’indolenza, giacché il bene altro non è che l’opportunità del tempo in ogni azione. La più grande ingiustizia – affermava – sta nel dividere tra loro i figli e i genitori. Giudico il migliore chi è capace di prevedere da sé il proprio utile; in secondo luogo chi, dalla lezione dei casi altrui, apprende il proprio utile; pessimo invece chi attende il proprio malanno per conoscere quel che sarebbe stato il meglio per sé. Gli ambiziosi – diceva – non errerebbero a imitare i vincitori della corsa i quali non danneggiano i rivali, ma mirano a conquistare per sé la vittoria. Similmente anche ai politici si addice di non adirarsi con i loro avversari ma di beneficare piuttosto i loro seguaci. Esorto chiunque sia desideroso della vera gloria ad essere talmente tale quale vorrebbe apparire agli altri. Infatti il consiglio non è sacro come la lode: ché del primo hanno bisogno i soli uomini, mentre della seconda molto più gli dèi”. Poi così diceva a tutti: “La vostra città, come si tramanda, fu fondata da Eracle, quando conduceva le vacche per l’Italia e, offeso da Licinio, uccise senza saperlo Crotone che di notte gli veniva in aiuto, avendolo scambiato per un nemico e, in seguito a ciò, promise che intorno al suo sepolcro avrebbe fondato una città dello stesso nome, quando egli medesimo avesse conseguito l’immortalità. Siate dunque giusti amministratori della gratitudine per il beneficio ricevuto”. I Crotoniati lo ascoltarono e fecero costruire il tempio delle Muse, cacciarono via le concubine che abitualmente tenevano e lo invitarono a rivolger la parola, separatamente, nel tempio di Apollo Pizio ai giovani, e nel tempio di Era alle donne.

Note

4 L’autore si riferisce ai sette corridori di Crotone che vinsero ad Olimpia tra il 509 e il 480 a.C.