Q7.8 – SCRIVONO GLI ASSOCIATI

UNO SGUARDO SU VIA ZUCCARELLI

di Paola Palombi

Il tempo scivola via e lentamente cambia noi e le cose intorno a noi. Una sensazione a lungo inavvertita mi balza improvvisa agli occhi il giorno che, tornando dalla visita a una amica, decido di passare per Via Zuccarelli. Questa scelta diventa un tuffo nella memoria.

Sensazioni che credevo dimenticate si fanno sempre più vive, soprattutto dopo aver oltrepassato “Il forno del ghetto”.

La fontanella, ora solitaria, si gode un meritato riposo dopo il duro lavoro sopportato quando l’acqua corrente non era ancora entrata nelle case. Guardo avanti e osservo i vicoli che si diramano in direzione del Corso o della valle del Meleta: accolgono case affiancate da magazzini, stalle e, a volte, anche cantine.

E’ facile intuire i rumori che li abitavano quando, al sorgere del sole, i villani uscivano dalle loro case, andavano nella stalla a prendere l’asino e partivano con la stracca sulla spalla, verso la campagna.

Il vicolo del “Bacucco” mi riporta alla mente volti di vecchi di cui, ormai, resta solo il ricordo delle loro veglie operose. Mentre le donne fi lavano la lana o lavoravano ai ferri grosse maglie e calze, gli uomini, con movimenti veloci delle mani, armate di coltellino, sceglievano la ginestra che sarebbe servita a “legare i capi” delle viti.

Oltrepassato il lungo, stretto e ripido vicolo che porta al lavatoio della ripa, un’insegna indica un negozio di oggettini in legno.

…Sono lontani i tempi in cui gli uomini, dopo cena, per rilassarsi da una giornata di intenso lavoro nei campi, si riunivano in quella che, allora, era “l’osteria”. Intorno al tavolo quadrato, imbandito con una caraffa di vino e quattro bicchieri, tenendo fra le labbra la sigaretta fatta col trinciato, i villani si accaloravano in una partita a carte e la commentavano con colorite frasi contornate da involontarie quanto feroci bestemmie. Fra un bicchiere e l’altro dimenticavano la fatica e i problemi del tirare a

campare quotidiano. A volte le donne, al loro rientro a casa, subivano le conseguenze delle eccessive

“alzate di gomito”, ed erano botte.

Quanta vita c’era in questo angolo del paese stasera tanto vuoto e silenzioso!

Nel largo portone, ora sempre chiuso, c’era la bottega del maniscalco. Il forte odore di zoccolo bruciato invadeva la via mentre ferrava l’asino legato alla ciciola di ferro, e il battere del martello sull’incudine ricordava che lì si fabbricavano e poi si aggiustavano gli attrezzi del villano.

Poco più avanti un altro martello, più riservato, quasi in sordina, faceva eco: quello del calzolaio.

Era un uomo alto, affabile. Seduto sul suo sgabello, davanti al basso e piccolo tavolo con i chiodi, il trincetto e altri arnesi, ridava vita a vecchie scarpe sfondate.

La madre era una figura caratteristica nel ghetto; una donna mingherlina, dal volto scavato, con una crocchia di capelli grigi dietro la nuca e una gonna nera, lunga fi no ai piedi e larga come il grembiule che la copriva quasi per intero.

Davanti al calzolaio c’era una casetta, oggi parte della trattoria “Il tufo allegro”. Era una della poche senza scale e, per questo, era abitata da un signore che la guerra aveva mutilato ad una gamba e dalla sua piccola e ossequiosa moglie.

…Che bel vicolo quello della trattoria…come si chiama… che strano, ci sono vissuta e non ho mai ricordato il nome dei vicoli. Per me è sempre stato il vicolo della “Bisia” e, nella parte più stretta, il vicolo della “Baldogna”, così come il primo che sfondava nella ripa, venendo dalla “Chiesa degli ebrei”, era il vicolo della “Biancalana” oppure della “Peppa”, a scelta.

Lungo questa via, una donna posava su una sedia il capisteio colmo di ortaggi e legumi.

Nella bella stagione, la vita si svolgeva all’aperto, ogni spiazzo era valido per stare “a veglia”.

Non c’erano segreti, ognuno sapeva tutto di tutti e commentava, a volte in modo impietoso, gli avvenimenti del paese. Però ci sentivamo un po’ tutti in famiglia ed era frequente la richiesta di qualche favore fra vicini di casa, dalla cipolla che era fi nita, a quello di un’occhiata al figlio piccolo per sbrigare qualche faccenda di fretta.

Una vetrina illuminata espone alcuni libri. Un tempo era una negozio di generi alimentari e, da piccola, ci entravo per comprare la conserva o la pasta che la proprietaria teneva, sfusa, nei cassetti a vetri.

Da lì usciva sempre profumo di cucina insieme, spesso, a note di chitarra.

Il marito, personaggio ben conosciuto in paese, amava suonare in attesa che qualcuno venisse a comprare le anguille che lui aveva pescato e che, ignare del loro destino, nuotavano tranquille nell’acqua della stagnata posta di fronte al negozio.

Un’occhiata al vicolo mi sommerge di ricordi. Rivedo una bambina scendere la lunga scalinata tutta di corsa, fi no in fondo, e giocare nel piazzale della “Ripa” con le compagne di scuola, a “Campana”, o a “Città” o a “Nascondino”, al “Salto alla corda”, e a “Fornaia, l’hai cotto il pane?”.

Quando poi la befana ha portato l’Hula Hop, allora sì… è stato il colmo della felicità.

La bici no, quella era per i maschi… secondo la befana, ma, per fortuna, l’Hula Hop era per le Femmine!

A questo punto i ricordi sono troppi, cercano di prendere il sopravvento e non mi piace. Faccio uno sforzo per tornare al presente, perché voglio vivere l’oggi e pensare a domani, senza rimpianti.

E poi chissà che il domani non possa riservare ancora piacevoli sorprese! Finché c’è vita…