Q7.7 – PERSONAGGI E VICENDE DEL TERRITORIO

DAGLI ALDOBRANDESCHI ALL’UNITÀ D’ITALIA

di Virgilio Dominici

 L’autore, che si firma “uno strapazza rime”, scrive di storia in un modo del tutto personale.

Nel libro, come si legge dal titolo, racconta la storia della contea di Pitigliano, dalla fondazione, con l’assegnazione del feudo alla famiglia degli Aldobrandeschi (circa l’anno 898), all’unità d’Italia. Un racconto storico puntuale e documentato, che l’autore svolge in una maniera non comune: dopo una breve introduzione, racconta la storia utilizzando l’ottava rima, in passato molto in uso nei racconti popolari; articola l’opera in gruppi di tre versi in ottava, al termine dei quali traduce in prosa l’avvenimento storico raccontato in versi.

L’autore presenta con questi versi la sua storia:

 

Pitigliano, città del tufo è chiamato,

su d’uno sperone si erge altezzoso,

nel Medio Evo fu molto contrastato,

si difese sempre da ardimentoso.

La sua storia è di un glorioso passato,

sede di un vasto feudo famoso.

Con gli Orsini ebbe l’epoca migliore,

Niccolò Terzo gli diè tanto onore.

 

L’opera, trattando gli avvenimenti storici svoltisi nel corso di diversi secoli, è molto lunga ed è quindi impossibile riportarla integralmente. Poiché ci proponiamo di parlare del personaggio Nicolò III Orsini, ci limitiamo a riprendere alcuni dei versi a lui dedicati, limitandoci a quella parte della vita del personaggio più ricordata dai libri di storia:

Visto di Niccolò il suo gran valore,

Venezia il conte volle consultare.

L’avrebbe assunto come difensore,

il suo esercito dovea comandare.

Lui non avea impegni da conduttore,

Niccolò accettò e concluse l’affare.

Fu il Gran Generale di quel Senato

che il suo esercito gli aveva affidato.

 

Il primo impegno che gli fu assegnato,

fu quello di conquistare Novara.

Appartenea a Milano quel Ducato,

però a Venezia stava molto cara.

Il conte alla città s’era accampato,

le prime cannonate lesto spara.

Verona ama la sua popolazione

e la resa al gran Niccolò propone.

 

Ai soldati fece un’ammonizione,

quella città non devon saccheggiare.

Protestarono per la decisione,

loro erano abituati ad arraffare.

Ma quello non cambiò la sua opinione,

gli ordini dovettero rispettare.

Lui gli voleva bene e l’apprezzava,

ma eran guai, chi alla sua parol mancava.

 

Per il valore che aveva dimostrato in quella battaglia il Senato Veneto gli fece la proposta se voleva entrare al suo servizio. Niccolò in quel momento era libero da qualsiasi impegno e accettò l’incarico. Il 30 ottobre 1495, fu nominato Governatore Generale di tutte le milizie Venete.

Il primo impegno fu quello di sottrarre Verona a Milano e portarla sotto la giurisdizione di Venezia, cosa che fece con facilità. Assediò la città e cominciò a cannoneggiarla. Verona per risparmiare la popolazione da una carneficina, chiese la resa. Niccolò volle rispettare quella città e proibì ai suoi soldati di saccheggiarla, questi si volevano rifiutare, ma lui fu intransigente. A quei tempi, nelle battaglie e nelle conquiste delle città, i vincitori si davano al saccheggio.

 

Poco questo conte si riposava,

era sempre con le guerre indaffarato.

Nella Toscana questa volta andava,

di osteggiar Firenze aveva il mandato.

Questa, la città di Pisa insidiava,

dai Capitan di Carlo avea comprato.

Pisa non volea esser assoggettata,

in aiuto Venezia avea chiamata.

 

Firenze batté lesta in ritirata

e dovette lasciar stare i pisani.

La pace con Pisa poi ebbe firmata

e abbandonò tutti quanti i suoi piani.

Dopo che ‘sta pace fu stipulata,

da loro, con accordi precisi e sani.

Chiusa questa disputa contenziosa,

Firenze placò la foga ambiziosa.

 

Niccolò ebbe una visita affettuosa,

il Lodovico lo venne a trovare.

Suo figlio avea trovata ‘na sposa,

disse al padre che si volea sposare.

Per Niccolò fu notizia gioiosa,

chiese in Pitigliano di ritornare.

Dalla Repubblica gli fu negato,

così aveva stabilito il Senato.

 

Niccolò era sempre con le armi in mano. Firenze, dai Capitani di Re Carlo aveva comprato Pisa, ma questa non voleva essere assoggettata a Firenze e chiamò in aiuto la Repubblica di Venezia che mandò Niccolò a Pisa a fronteggiare i fiorentini e dopo averli sconfitti li costrinse a rinunciare a Pisa e con essa a firmare la pace. Mentre era a Pisa ebbe la visita del figlio primogenito Lodovico che doveva sposarsi con Giulia dei Conti di Montalcino, una parente della madre e sua. Niccolò chiese al Senato di Venezia due mesi di congedo per partecipare alle nozze e sbrigare altri affari nella contea. Il congedo gli fu negato.

 

In Romagna Niccolò fu mandato,

insidiati eran que’ possedimenti.

Per questo non l’aveano congedato,

costretti a prender ‘sti provvedimenti.

Suo figlio reggente ebbe nominato

e gli dette consigli e avvertimenti.

A questo suo figlio novello sposo,

dette un forte abbraccio assai affettuoso.

 

Poi lasciò suo figlio molto increscioso,

ma doveva servir chi lo pagava.

Con lui quel Senato era generoso

e in qualsiasi impresa lui s’impegnava.

Ora in Romagna andava ardimentoso,

perché là il pericolo s’affacciava.

si volea in quel loco fare irruzione,

lui doveva impedir l’occupazione.

 

Di partire subito ebbe ragione,

perché già qualcuno per lì marciava,

qualcuno che volea fare invasione.

Valentino Borgia era che avanzava.

Niccolò con strategia e decisione,

quell’esercito del Borgia annientava

che non riuscì a fargli resistenza,

vinse l’abilità e la competenza.

 

I possedimenti dei veneziani in Romagna non erano al sicuro, gli erano trapelate notizie poco rassicuranti, per questo motivo non mandarono Niccolò a Pitigliano ma in Romagna. Erano notizie credibili, perché Niccolò fece giusto in tempo a difendere quei feudi da Valentino Borgia, che arrivò con il suo esercito quasi contemporaneamente con il Conte Orsini. Ci fu un’aspra battaglia. Dopo alcune ore di combattimento, Valentino Borgia fu sconfitto.

 

Dopo che il Borgia avea fatto partenza,

sconfitto dal nemico era fuggito.

Niccolò provò ad espugnar Faenza,

le sue artiglierie aveva già allestito.

La città fece forte resistenza

che pure il conte rimase allibito.

un mese e più di combattimento,

la città s’arrese per sfinimento.

 

Mentre aumentava il possedimento,

da Venezia il conte venia elogiato.

Mentre quel dominio era in aumento,

il suo dai suoi nemici era insidiato.

Valentino Borgia con ardimento,

dalla Romagna al Lazio era arrivato.

Avea preso contee e principati,

molti feudi aveva conquistati.

 

Condusse le sue truppe i suoi soldati,

nella contea del conte di Gugliano.

I contadin veniano depredati,

del suo bestiame e pure del grano.

Campagne e paesi eran saccheggiati,

toccò pure al distretto di Manciano.

Niccolò fu molto preoccupato,

volle da Venezia essere aiutato.

 

Niccolò, dopo aver sconfitto Valentino, che andò via dalla Romagna, decise di conquistare Faenza. Quella città si difese eroicamente e si arrese dopo un mese di cannoneggiamento. Mentre Niccolò si batteva per incrementare il dominio di Venezia, nella contea di Pitigliano s’era presentato il pericolo di invasione da parte di Valentino. Questi fuggito dalla Romagna andò nel Lazio e invase diversi feudi. Da lì passò nella contea di Niccolò per vendicarsi della sconfitta che gli aveva inflitto in Romagna. Niccolò saputa la notizia, si rivolse a Venezia per essere aiutato.

 

Subitamente si occupò il Senato,

al quel Borgia mandò due messaggeri.

Quella Contea avesse subito lasciato

che già avea procurato danni seri.

E tutti i guasti avesse riparato,

altrimenti per lui erano guai veri.

Il Borgia con Venezia si scusava

e da quella contea se ne andava.

 

Il Niccolò in Romagna se ne stava,

a difendere quei possedimenti.

Poi nella Lombardia si rifugiava,

dopo molte lotte e combattimenti.

C’era la pace e lui si riposava,

‘na malattia gli causò impedimenti.

Quella fu molto grave e anche sgradita

che lo ridusse infermo e in fin di vita.

 

Pensò che per lui ormai fosse finita,

al notaio dettò il suo testamento.

Per Lodovico ebbe bontà infinita,

gli lasciò tutto quel possedimento.

La sua speranza non s’era avvilita,

credeva sempre in un miglioramento.

Lui non sopportava quell’afflizione

che peggiorava la sua condizione.

 

Il Senato di Venezia mandò subito due messaggeri a Valentino Borgia per dirgli di lasciare quella contea e risarcire tutti i danni che aveva procurato, altrimenti doveva vedersela con Venezia. Il Borgia, che non poteva competere con quella Repubblica, si scusò e lasciò la Contea. Niccolò fino al marzo del 1504 si trattenne in Romagna, poi andò in Lombardia pensava di godersi un po’ di riposo, invece si ammalò gravemente. Pensando di morire, il 5 giugno 1504, dettò il suo testamento al notaio Vincenzo Bartolomeo, dove dichiarò erede della contea il primogenito Lodovico, a Chiappino, figlio illegittimo lasciò Montevitozzo.

 

A peggiorare la sua situazione,

si aggiunse un’altra brutta inconvenienza.

Nel suo cor provò mortificazione,

sua moglie aveva perso conoscenza.

Il fatto lo mise in agitazione,

la morte avida non ebbe clemenza.

La sua amata Elena si portò via,

lui cadde in profonda malinconia.

 

Guarì presto da quella malattia,

dalla sua e da quella della consorte.

Lui che sembrava proprio in agonia,

‘sta volta riuscì a beffar la morte.

Sposò la Guglielmina in armonia,

da molto tempo gli facea la corte.

Due fi gli gli aveva dato in passato,

Brigida e l’altro Chiappino è chiamato.

 

Dalla Repubblica fu convocato,

Venezia al suo servizio lo voleva.

Lui accettò or che dal mal s’era sanato,

delle truppe il comando riprendeva.

Ora si sentiva un uomo rinato

e di guerreggiare lui non temeva.

Però occorrerà tutto il suo valore,

per battere quel potente aggressore.

 

Non bastò la sua malattia, che un’altra sventura gli capitò in famiglia, ebbe la brutta notizia, sua moglie Elena che si trovava a Nola iIl 27 giugno 1504, fu raggiunta dalla morte. Lo stato di salute di Niccolò sembrava peggiorasse, ma tutto passò, anzi passò presto perché poco dopo si sposò con Guglielmina la sua amante, che in passato gli avea partorito Chiappino e Brigida. Ristabilitosi completamente nel 1505, nel 1506 fu eletto Capitano Generale della Repubblica Veneta. Rimpiazzò il Marchese di Mantova, che era stato licenziato. Il contratto fu stabilito in 50000 ducati l’anno.