Q7.6 – PERSONAGGI E VICENDE DEL TERRITORIO

 NICCOLÒ III ORSINI, CONTE DI PITIGLIANO

 Sunto storico di Franco Paioletti

 Questo documento che si va a presentare, è un piccolo sunto della vita vissuta dal Conte di Pitigliano Niccolò III Orsini, nato verso la metà del secolo XV e morto i primi anni del secolo successivo.

Prima di entrare nel tema specifico di questo sunto, vogliamo ricordare che in quell’epoca erano presenti, nei vari paesi e città, dei personaggi che governavano senza nessun ostacolo, in quanto, non esisteva nessun contraddittorio, né con chi rappresentasse in qualche modo il popolo, né con altri che non condividevano certe scelte sia politiche che sociali di questi Signori.

Va inoltre detto che in quelle epoche, erano frequenti forti divisioni e contrasti tra il padre ed il figlio erede, addirittura venivano commessi anche omicidi in famiglia per poter prendere il comando di una Contea. Tale comportamento era molto frequente anche nella famiglia di cui noi ci occupiamo, i Conti Orsini.

Come si può constatare non esistevano regole di comportamenti corretti in queste grandi Casate, il che portava alle conseguenze appena accennate.

Fatto presente questo, ci accingiamo ora a presentare il nostro personaggio.

Niccolò Orsini è stato senza ombra di dubbio uno dei più grandi condottieri del suo tempo ed il più prestigioso personaggio che la famiglia Orsini abbia avuto.

Tutto è già stato scritto e narrato sulle imprese di questo grande generale e noi qui ci limiteremo solamente a trarre, come in inizio detto, un sunto della sua straordinaria esistenza.

Nacque a Pitigliano nel 1442, anche se il senatore veneziano Giovanni Battista Egnazio, che alla morte di Niccolò tenne l’elogio funebre, lo fa nativo di Roma.

Dunque, nacque a Pitigliano e fu il secondogenito del Conte Aldobrandino. Sposò Elena dei Conti di Montalcino dalla quale ebbe otto figli: Gentile, Lodovico, Aldobrandino, Gianfrancesco, Lella, Bartolomea, Francesca e Diadora. Dalla seconda moglie Guglielmina ebbe due figli: Chiappino e Brigida. Fin da giovanissimo fu educato all’arte della guerra alla scuola del grande condottiero Jacopo Piccinino, ma il suo primo maestro nel trattare le armi, fu il padre Aldobrandino perennemente in guerra con Siena.

Vedendolo combattere allora giovanissimo nella battaglia tra il Re Ferdinando e il Duca Giovanni d’Angiò che si combatté presso il fiume Sarno, lo stesso Piccinino restò talmente ammirato che non esitò a dichiarare che Niccolò un giorno sarebbe diventato un grande condottiero.

Nell’anno 1466 Niccolò Orsini divenne Conte di Pitigliano per le circostanze che ora andiamo a narrare: suo padre Aldobrandino, sebbene in età avanzata, aveva avuto un figlio illegittimo dalla sua concubina e cugina Penelope e questa, essendo una donna ambiziosa, fece avvelenare da un paggio il

primogenito Lodovico, figlio di Aldobrandino e fratello di Niccolò, sperando così che suo figlio divenisse un giorno Conte di Pitigliano.

Il paggio, poi, per il rimorso, confessò il delitto commesso a Niccolò che, venendo così a sapere la verità sulla tragica fine del fratello, tornò a Pitigliano, uccise Penelope e tolse al padre Aldobrandino il feudo facendosi acclamare dal popolo Conte di Pitigliano.

In seguito, divenne condottiero della Repubblica di Firenze, in quanto, dopo la congiura dei Pazzi, venne chiamato da Lorenzo il Magnifico al proprio servizio.

Nel 1482 lo troviamo generale delle milizie pontificie ed in seguito, durante la battaglia di Fornovo del 1495, fu fatto prigioniero dai Francesi del Re Carlo VIII e, riuscito a liberarsi, al grido di “Pitigliano” riordinò l’esercito alleato e sbaragliò l’esercito francese costringendolo alla fuga.

Poi divenne governatore delle milizie veneziane e da Venezia, nel 1496, venne nominato Capitano Generale , incarico che mantenne fino alla morte che avvenne a Lonigo di Venezia il 27 Febbraio 1510.

Si ammalò il 21 gennaio e a nulla servirono le cure affettuose dei medici a salvarlo.

Morì nella notte dopo aver voluto accanto, tra gli altri, Messer Lucio Malvezzi a cui affidò il comando delle truppe e prima di morire disse a coloro che lo assistevano queste parole: “La vostra fede ed il vostro amore attenete alla Repubblica, che se essa venisse a perire, tutta la virtù degli animi italiani e la stessa arte militare che voi soli sino a questo dì sostenuta avete, insieme con lei perirà. Chi infatti vi nutrirà, chi v’innalzerà, chi vi chiamerà a reggere gli eserciti se questa parte del mondo sarà ridotta sotto a Re barbari ?” (3)

Niccolò fu lungamente al servizio di Venezia alla quale dimostrò tutto il suo valore, tra l’altro basta ricordare la difesa di Padova.

L’attaccamento a Venezia fu enorme. Le qualità morali di Niccolò furono indiscutibili e alla sua parola data non mancò mai.

La Serenissima non dimenticò mai questo suo grande condottiero. Gli furono attribuiti solenni funerali e il rimpianto fu unanime.

Il cadavere del “Pitigliano”, così era chiamato, venne portato a Padova, per ordine del Senato, nella Chiesa degli eremitani di Sant’Agostino e da qui a Venezia nella Cappella di S. Giovanni in S. Marco.

Poi il corpo fu traslato nella Chiesa dei SS. Giovanni e Paolo ove gli venne fatta costruire una statua equestre in bronzo dorato, dove venne trascritta un’epigrafe latina che in italiano dice testualmente: “A Niccolò Orsini, grande per valore e fedeltà, principe celeberrimo di Nola e Pitigliano, fortunatissimo generale dei Senesi, dei Pontefici Pio II, Innocenzo, Alessandro e dei Re di Napoli Ferdinando ed Alfonso; per quindici anni operatore di cose grandi a pro della Repubblica Veneta, ed in ultimo per aver valorosamente salvata Padova dal più duro di tutti gli assedi, il Senato Veneziano questo Monumento pose. Morì a 68 anni nel 1510”.

Poi il suo cuore, per suo stesso volere, fu portato a Pitigliano e i suoi resti mortali furono traslati a Fiano Romano nella Chiesa di S. Stefano Nuovo.

Ora, nel concludere vogliamo esprimere un auspicio; cioè che anche Pitigliano possa ricordare questo grande personaggio come merita, che tanto lustro e notorietà ha dato al suo paese natio nei tempi andati.

 

Note

(3)  Cf. Bembo, Storia di Venezia op. cit. pag. 204.