Q6.6 PERSONAGGI E VICENDE DEL TERRITORIO

Tratto dal libro di Alfio Cavoli

TIBURZI, IL BRIGANTE

Ed. Stampa Alternativa Strade Bianche della Scrittura

L’autore

Alfio Cavoli (Manciano 1927 – ….) è stato insegnante di scuola media per 40 anni, anche con incarichi direttivi, consigliere comunale per 25 (di cui 15 assessore alla cultura). Giornalista pubblicista, ha collaborato a “Il Tirreno” per 40 anni, a “Paese Sera”, a “Toscana Qui” e a numerosi altri giornali e periodici. Responsabile per più di un decennio del “Notiziario di Radio Grosseto International”. Ha scritto per una decina di editori oltre 45 volumi di argomento prevalentemente maremmano (storia, archeologia, brigantaggio, pirateria, arte, folklore, paesaggio, ambiente, biografie). E’ stato ispettore onorario per la conservazione di oggetti di antichità, consigliere del Distretto Scolastico e della Comunità Montana. Membro della Società Storica Maremmana, ha collaborato al suo bollettino.

Ha partecipato a numerose trasmissioni radiofoniche e televisive nazionali, fra cui “Arcobaleno” (1987) e “La storia siamo noi” (2001).

Consulente storico dei film “Banditi della Maremma tosco-laziale dell’800” di Sergio Rossi (1986) – del quale ha scritto anche il commento – e “Tiburzi” di Paolo Benvenuti (1996), girati entrambi per la RAI.

Nel 1993 gli è stato assegnato il “Grifone d’Oro”, massimo riconoscimento della città di Grosseto e della Maremma.

Presentazione del libro

Negli anni che precedono il tramonto dello Stato Pontificio, mentre è attivo nell’Alto Viterbese il movimento antipapalino “Associazione Castrenze”, un giovane di Pianiano, Domenico Tiburzi, impulsivo, insofferente di ogni freno, prende coscienza della miseria che priva dei diritti più elementari le famiglie come la sua. E si ribella.

La storia che lo riguarda – la vita di una brigante – raccontata in questo romanzo, si svolge nell’ambiente ostile della Maremma tosco-laziale, fra le impervie boscaglie di Montalto e del Lamone, nelle piane malariche di Montalto, Manciano e Orbetello. Tiburzi vi si muove disperato e feroce. Vive alla macchia, ma senza mai recidere il filo degli affetti familiari: sfida la sorte con spavalderia per incontrare moglie, figli e nipoti. La latitanza non gli impedisce di frequentare le sue amanti. La
fama che lo accompagna genera in chiunque il terrore di incorrere nella sua ira, talvolta gli merita il rispetto degli umili e la protezione dei potenti, che sono però pronti ad abbandonarlo al proprio destino appena se ne presenta l’occasione. E il suo destino sarà quello di morire di mano propria, pur di non cadere prigioniero di una Stato da sempre avvertito come nemico.

Pagine 63, 64 e 65

… La notte i due banditi la passarono nella tana di Castro. Il giorno appreso, decisero di andare in Maremma, a Montauto. Tiburzi aveva intenzione di mettere in pratica il programma ideato dopo l’incendio dei fienili a Don Antonio Lucchetti di Canino. Ora che stava per tornare il bel tempo, era il caso di trattare un rapporto di “collaborazione” con i grandi proprietari terrieri.

Domenichino cominciò dalla Marsiliana. Scese con il Curato alla Casetta di Capita; da lì a Pascia Fiorentina. Risalirono la collina di Capalbio. Fra boschi, oliveti e antichi muriccioli, arrivarono al paese. Proseguirono; e nelle vicinanze di Poggio Casaglia si fermarono a una vena d’acqua per far colazione. Un’altra scarpinata e furono nelle terre del principe Corsini.

Centinaia di bestie brade punteggiavano la pianura con i loro mantelli bianchi, grigi, sauri. Fra tutti, spiccavano quelli candidi dei cani da pastore. Alcuni butteri che scorrazzavano nella prateria rinverdita dalla primavera videro arrivare Domenichino e il Curato. Due si staccarono dalle mandrie e galopparono verso di loro.

<<Chi siete? Dove andate?>>, domandò uno dei cavalcanti, pur avendo intuito dalle armi che sfoggiavano come si trattasse di due fuorusciti.

<<Io sono Domenico Tiburzi; e questo è Domenico Biagini>>, rispose franco Domenichino. E notando che l’interlocutore era rimasto sorpreso da quei nomi, non nuovi al suo orecchio, aggiunse:

<<Non vogliamo fare del male a nessuno. Soltanto parlare col ministro.>>

<<Il signor Ministro è in fattoria. – disse l’uomo – Possiamo chiamare il fattore che si trova alla casetta del Piano, non lontano da qui.>>

<<Bene! – annuì Tiburzi – Lo aspettiamo.>>

I butteri spronarono i cavalli e si allontanarono verso il luogo, nei pressi della strada “Maremmana”. L’attesa fu breve. Il fattore arrivò al galoppo con il suo baio, seguito dai dipendenti, che gli si misero ai lati, a debita distanza.

<<Allora signor Tiburzi – chiese al bandito che gli era stato descritto dai cavalcanti come il più piccolo dei due – cosa vuole dal ministro?>>

<<Parlargli della “paghetta”>>, rispose Domenichino senza preamboli.

<<La “paghetta”? E che roba è?>>, fece l’amministratore intuendo il significato della richiesta, ma fingendo di non capire.

<<Vede, fattore, noi latitanti, alla macchia non si vive di spirito santo. – andò giù duro Tiburzi – Siamo costretti a rubare a chi ne ha; e se chi ne ha rifiuta di darceli, gli si brucia il raccolto del grano, per punizione; oppure gli si “sgarrettano” gli animali. Capisce?>>

<<E le sembra giusto?>>, disse l’uomo.

<<Se sia giusto o no, lo decida lei. Per noi è necessario!>>, precisò il brigante.

E aggiunse: <<A Canino c’è un ricco prete che ci negò mille lire. Gli si bruciò tutti i fienili e ne perse molte di più. Da quel giorno è sceso a patti con noi e ci versa mensilmente un tot per stare tranquillo. Questa è la “paghetta”. Mi sono spiegato?>>.

Il fattore cominciava ad essere nervoso; ma i fucili, le rivoltelle, i pugnali, le cartucciere che vedeva addosso ai banditi, gli consigliarono la calma.

<<E allora cosa dovrei fare?>>, disse contrariato.

<<Lei niente: andare semplicemente dal suo signor ministro e spiegargli la situazione. – lo rassicurò Domenichino – Aspetto qui la risposta, domani, a quest’ora. La riverisco!>>.

E mentre si erano incamminati per inoltrarsi in un bosco vicino, Tiburzi si voltò, chiamò il fattore e gli disse: <<Ah, dimenticavo! Faccia presente al suo superiore che ci assumiamo pure la vigilanza dell’azienda, contro ladri, incendiari, “garrettatori” e briganti diversi da noi. Vedrà che si farà una ragione e ci offrirà una “paghetta” generoso. Gli conviene!>>.

Il fattore giunse puntualmente all’appuntamento dell’indomani. I briganti lo videro arrivare solo; e capirono che i loro nomi erano stati scritti nel libro paga della tenuta di Marsiliana.

<<Signor Tibursi – esordì soddisfatto – è stata dura, ma ce l’abbiamo fatta! Il ministro ha un po’ nicchiato; finendo per convenire con me che l’affare non era da respingere.>>

<<Lo credo bene. – disse Domenichino, più soddisfatto del fattore – Io so che Fortunato Ansuini e Damiano Menichetti vi procurano noie a non finire; che decine e decine di ladruncoli e di malviventi attentano di continuo alle vostre proprietà. Non si azzarderanno più a farlo, questo è sicuro. Vigileremo e li costringeremo a volgere altrove i loro passi.>>

<<Intanto – disse l’uomo estraendo una busta dalla tasca interna della giubba e porgendola a Tiburzi – prendete queste. Per i mesi a venire vi faremo avere una somma che non vi dispiacerà.>>

Le contarono. Erano alcune banconote da cento lire. Si strinsero la mano; e Domenichino, accennando a togliersi il cappello: <<Ci riverisca il signor ministro>>, disse.

<<Per qualunque necessità, la sera mi troverete in fattoria. Arrivederci!>>

Si accomiatarono. Il fattore spronò il baio, che andò via al gran galoppo. Tiburzi e Biagini si apprestarono a scarpinare verso la Roccaccia di Montauto.

Nei giorni che seguirono, lo stesso rituale di accaparramento della “paghetta” si svolse nelle altre tenute della Maremma, da quella dei Collacchioni di Capalbio a quella dei Guglielmi di Montalto di Castro. E sempre con risultati positivi.

I latifondisti capirono che i briganti – se non si era in grado di eliminarli – bisognava tenerli buoni. Solo cos’ era possibile scrollarsi di dosso la loro invadenza pericolosa. Senza darlo a vedere alle autorità, occorreva assumerli nell’azienda, come qualunque altro dipendente; renderli responsabili dell’attività di vigilanza, assegnando loro un ruolo occulto di guardiani. Con questo sistema i latitanti avevano trasformato gli odiati ricchi in uno strumento di sopravvivenza e d’arricchimento; e i ricchi, dal canto loro, potevano dormire sonni un po’ meno agitati, pur nella consapevolezza di avere assunto un comportamento contrastante con la carica di parlamentari che rivestivano; la quale imponeva loro di combatterlo, il brigantaggio, non di foraggiarlo.

D’altra parte, non sapevano come difendere i loro beni al sole. Oltre che con i briganti, se la dovevano vedere con una miriade di ladruncoli, che nella sola provincia di Grosseto commettevano centinaia di reati l’anno contro il patrimonio, come furti campestri, danneggiamenti di colture e di animali, incendi delittuosi. Chi poteva arginare questa delinquenza giornaliera? Né i governi – quello nazionale e quelli locali – si adoperavano per ovviare alla gravità del problema.

Qualche anno prima, il battagliero consigliere provinciale Bernardino Martinucci, un avvocato amiatino di Arcidosso, aveva fatto fuoco e fiamme per convincere i suoi colleghi a prendere qualche serio provvedimento; ma alla fine, era stato zittito con una risposta che la diceva lunga sull’atteggiamento di quel consesso nei confronti del brigantaggio: la smettesse di parlare di pubblica sicurezza <<dopo che il Consiglio ha ritenuto di non potersene né doversene occupare>>. Era necessario, dunque, se non legittimo, che i signori della terra si difendessero come meglio potevano.

L’accordo con i latifondisti permise a Domenichino e al Curato di interrompere la catena delle grassazioni. Di mese in mese si recavano alle fattorie; e come tutti i salariati, ritiravano il compenso. Con la differenza, rispetto ai dipendenti normali, che la loro attività risultava registrata nei libri contabili di diverse tenute, alla voce “tassa sul brigantaggio” e differenti erano le paghe che percepivano….