Q6.4 ETRUSCHI E PRE-ETRUSCHI

OMERO E’ ESISTITO VERAMENTE?

Testo tratto dal libro di Colin Wilson e Damon Wilson: “Il grande libro dei misteri irrisolti”.  (NEWTON & COMPTON EDITORI)

Anche se Shakespeare è senza dubbio riconosciuto come il più grande e importante poeta inglese, molti sono i dubbi sulla paternità dei tanti capolavori della sua carriera letteraria. Nel caso di Omero – il primo immenso poeta della civiltà occidentale – molti si sono spinti persino oltre, arrivando addirittura a dubitare della sua stessa esistenza…

Come può un poeta tanto famoso non essere mai esistito? Un’ipotesi largamente accettata presuppone che le sue opere siano il frutto dell’attività di più bardi o rapsodi, che facevano a gara nell’inventare storie sulla guerra e sul dopo Troia, opere poi messe insieme e raccolte nei due grandi poemi. E la cosa si complica ancora, perché sono in tanti a ritenere che anche il lungo assedio alla gloriosa città non sia mai avvenuto storicamente, relegandolo nel mondo della mitologia, al pari delle strepitose guerre combattute fra gli dèi. Tuttavia è difficile, per chiunque si sia inoltrato nella affascinante lettura di queste opere epiche, immaginare che il testo sia nato da una collazione di sforzi scaturiti da tante mani diverse, da una sorta di comitato letterario.

Esiste una sola fondata ragione per credere che Omero sia esistito per davvero. Studi comparati hanno dimostrato che i suoi scritti sono stati composti fra il 750 ne il 650 a.C., vale a dire soltanto due o tre secoli prima della cosiddetta età dell’oro della città di Atene, quella di Platone, Aristotele, Euripide. In altre parole, un momento ben più vicino al periodo di Platone di quanto non lo siamo noi quando ci confrontiamo con l’opera di Shakespeare. Inoltre i cantori greci apprendevano ciò che cantavano con il cuore, tramandando a memoria migliaia di versi, proprio come sanno fare i loro moderni eredi. Pertanto, poco contava per loro se un certo Omero si era perso nelle nebbie dei tempi, visto che all’epoca non esistevano ricordi storici. Le memorie degli stessi bardi erano i ricordi della storia e suona piuttosto singolare che venisse inventato un poeta di nome Omero cui assegnare la stesura di vari poemi; strano quanto immaginare che il famoso Principia di Isaac Newton possa essere l’invenzione di un gruppo di scienziati.

Da ciò che sappiamo Omero era un poeta cieco, vissuto in Asia Minore (l’attuale Turchia) attorno al 750 a.C., il quale trascorse la maggior parte della vita in povertà, girovagando di posto in posto, fino a trovare una briciola di notorietà nell’isola di Chio. Fra i testi classici spuntano qua e là alcuni frammenti relativi alla sua vita. Il più generoso sembra essere lo storico Erodoto (noto con l’appellativo di “padre della storia”), pure lui nato in Asia Minore circa due secoli e mezzo dopo.

Ecco che cosa Erodoto narra a proposito di Omero. La madre del poeta era una povera orfana di nome Criteide. Rimasta incinta al di fuori del matrimonio era stata costretta a fuggire dall’Asia Minore per rifugiarsi in un posto sito lungo le sponde del fiume Meles, in Beozia  (una regione della Grecia). Qui, in riva al fiume, aveva dato alla luce un figlio, cui aveva imposto il nome di Melesigene. Il nome Omero, che significa “uomo cieco” (per altri starebbe a significare “ostaggio”, “compagno” o “ordinatore” nel senso di colui che mette in ordine i pensieri) gli venne assegnato dopo. Partorito il figlio, la donna aveva fatto ritorno a Smirne (l’attuale Izmir). Qui per campare affittava una stanza a un maestro di letteratura e musica di nome Femio, che innamoratosene l’aveva sposata. Così Omero aveva acquisito un padre putativo che sapeva tutto di versi e note.

Da giovane Omero era molto bravo a scuola.  Alla morte del padre – cui era seguita quasi subito quella della madre – aveva terminato gli studi con celerità, diventando in breve una vera celebrità presso i suoi concittadini. Divenne amico fraterno di un certo Mente, nativo dell’isola di Leucadia (ora Leukas) nella Grecia occidentale, il quale un giorno gli prospettò l’opportunità di seguirlo nei suoi viaggi per il mondo, offrendosi di sostenere ogni spesa. Incapace di resistere alla tentazione di conoscere posti che non aveva mai visto, Omero era partito con l’amico verso la terra che oggi si chiama Italia. Ma nel corso di questi spostamenti Omero aveva contratto una terribile infezione agli occhi. Così una volta approdati a Itaca – poco più a sud di Leucadia – la malattia si era fatta così grave che Mente aveva dovuto lasciarlo, affidandolo alle cure di un uomo di  nome Mentore. Fu Mentore a raccontare a Omero la leggenda di Odisseo e del suo epico e fantastico viaggio di ritorno dalla guerra di Troia. Purtroppo però Mentore non fu in grado di curare Omero, il quale decise allora di fare rientro in patria ; giunto nella città di Colofon rimase completamente cieco.

Rientrato a Smirne aveva continuato a dedicarsi alla poesia.  Ma ora non c’era più la scuola da seguire e quindi riprese a girovagare, cosa che fece per tutto il resto della sua vita. In un luogo chiamato Neon Teichos continuarono a ricordarlo con affetto, al punto da commemorare il posto dove era solito recitare con una lapide. A Cuma, luogo natio della madre (città dalla quale era scappata per via della gravidanza), Omero trovò ancora la gente molto ben disposta. Tanto che, pienamente soddisfatto, aveva finalmente deciso di fermarsi, proponendo al consiglio dei cittadini di offrirgli un vitalizio in cambio dei suoi versi e con la promessa che grazie alla sua opera la città sarebbe divenuta ben presto famosa. Purtroppo uno dei consiglieri si era opposto, sostenendo che se fosse stato concesso il vitalizio a  Omero “il cieco” da quel momento in avanti Cuma sarebbe diventata meta di tutti i vagabondi del paese. La proposta fu così respinta. Il poeta si era allora mosso verso Foce, sull’isola di Chio, dove un sedicente poeta di nome Testoride lo convinse ad accettare uno strano affare: Omero avrebbe scritto versi per lui e lui, da parte sua, gli avrebbe fornito alloggio e vitto. Soltanto che, una volta raggiunto il suo scopo, Testoride  lo avrebbe licenziato, gettandolo ancora una volta in mezzo alla strada. Non gli era rimasto che riprendere il suo eremitaggio, cantando versi in cambio di un po’ di pane. Qualche tempo dopo, nuovamente in terraferma, aveva incontrato alcuni mercanti provenienti da Chio, i quali sentendolo recitare gli dissero che uno dei loro poeti, il sommo Testoride, era solito cantare versi in tutto e per tutto simile ai suoi. Irritato da quel plagio e dal fatto che un modesto falso poeta spacciasse i versi di Omero come suoi, si era deciso a ritornare a Chio a reclamare i suoi diritti. Qui giunto era stato accolto e ospitato nella sua piccola capanna da un gentile pastore di capre di nome Glauco. La commovente vicenda della sua disavventura aveva spinto l’appassionato pastore ad andare a riferire la storia al suo padrone, affinché potesse aiutare il povero poeta. Questi, indispettito dal fatto che uno dei suoi pastori fosse stato preso in giro da un vagabondo, lo aveva duramente ripreso, ma non appena aveva conosciuto il vate cieco lo aveva ingaggiato all’istante come precettore dei suoi figli.

Finalmente le disavventure di Omero stavano per finire. Nella città di Chio divenne una celebrità e quando la verità in merito ai versi di Testoride venne a galla, il falso poeta fu cacciato con grande scorno. Omero si guadagnò fama di poeta e aedo, si sposò ed ebbe due figli. Chio divenne così orgogliosa della sua presenza da arrivare a dire di avergli dato i natali. Poiché la sua fama si era ormai diffusa per tutta la Grecia, Omero decise nuovamente di muoversi. Nell’isola di Samo, riconosciuto dalla folla, aveva recitato un ruolo di attore nelle celebrazioni festive, per essere poi ospite nelle case di molti abbienti. Sulla scia di questo successo Omero decise di far rotta verso Atene, la grande capitale, ma giunto a Io si ammalò; e morì, probabilmente per un colpo apoplettico. (Secondo la leggenda sarebbe morto per la frustrazione provocatagli dal non essere riuscito a risolvere un indovinello propostogli dal figlio di un pescatore). Ma ormai la sua fama era enorme e non c’era aedo che non cantasse i suoi versi e le sue canzoni. A Chio i rapsodi fondarono una scuola detta dei “figli di Omero” – Omerici – ancora più che florida quando Erodoto aveva scritto queste note sulla vita del grande poeta.