Q6.3 ETRUSCHI E PRE-ETRUSCHI

LA SCOPERTA DELLA CIVILTA’ MAYA

I popoli Maya occupavano l'intera penisola dello Yucatàn, gran parte degli stati del Chiapas e Tabasco, tutto lo stato del Guatemala e del Belize e le parti più occidentali di Honduras e Salvador

Il secolo XIX° si può sicuramente definire quello delle scoperte di civiltà umane fino ad allora sconosciute. Era noto che in Egitto esistevano grandiose rovine di templi, ma non era conosciuta la civiltà che li aveva realizzati, fino a quando, dopo e grazie alla campagna di Napoleone Bonaparte, imperatore dei Francesi, nel 1822 furono interpretati i geroglifici. L’esistenza della civiltà etrusca in Italia era stata quasi totalmente dimenticata, si dice per volere dei Romani che ne avrebbero cancellato ogni ricordo, fino a quando, verso la metà del secolo, un diplomatico inglese di nome George Dennis, avendo letto dell’esistenza di evidenti tracce lasciate da questo popolo, non intraprese un viaggio nell’Etruria visitando luoghi e città delle quali ci ha lasciato importanti descrizioni.

La scoperta della civiltà Maya si deve in gran parte a due personaggi, John Lloyd Stephens e Frederick Catherwood, che si incontrarono per la prima volta a Londra, anche se indirettamente, grazie a Napoleone Bonaparte. Con la campagna d’Egitto del 1789 promossa dall’Imperatore dei Francesi, gli artisti e gli archeologi al seguito erano tornati in Francia carichi di documenti che attestavano l’esistenza di una sorprendente civiltà non europea. Dall’evento nacque un grande interesse per tutto ciò che era egiziano e per l’archeologia in genere che divenne materia alla moda. Per altro motivo Napoleone favorì l’opera di Stephens e Catherwood: l’attribuzione del trono spagnolo al fratello indebolì i legami fra questo stato e i suoi possedimenti coloniali, che ebbe come effetto la dichiarazione di indipendenza del Messico (1821) e, due anni più tardi, la nascita della Confederazione delle Repubbliche del Centroamerica, che comprendeva Guatemala, Honduras, El Salvador, Costa Rica e Nicaragua. Improvvisamente gli stranieri furono i benvenuti negli ex possedimenti spagnoli.

Nell’ottobre dell’anno 1839 Stephens e Catherwood, aiutati dall’allora presidente degli Stati Uniti d’America Van Buren, che nominò Stephens rappresentante presso la Confederazione delle Repubbliche del Centroamerica per compensarlo dell’aiuto ricevuto nella campagna elettorale, salparono per Belize City. Nel mondo occidentale non si sapeva molto dei popoli del Centroamerica e dei resti di monumenti esistenti in quell’area del Nuovo Mondo, si avevano notizie vaghe. In ogni caso, all’epoca di Stephens e Catherwood, nessuno in Occidente avrebbe dato per certo che quelle opere potessero essere attribuite alle popolazioni che lì vivevano. Gli spagnoli nel sedicesimo secolo avevano incontrato e sottomesso quelle popolazioni e, nel tempo, militari, monaci e studiosi avevano visitato i luoghi alla scoperta dei monumenti.

A differenza degli Aztechi dei quali il monaco francescano frate Bernardino di Sahagùn, che arrivò in Messico nel 1529, lasciò ampia documentazione con l’opera massiccia conosciuta come Codice fiorentino, scritta in spagnolo e nella lingua azteca, per quanto riguarda i Maya le fonti documentaristiche sono molto più limitate. Una delle prime fonte sui Maya è l’opera dal titolo Relaciòn de las Cosas de Yucatàn scritta, all’incirca in quegli stessi anni, ancora da un monaco francescano, Diego de Landa; una figura di monaco molto discussa soprattutto per la repressione operata sui nativi convertiti al cristianesimo, quando scoprì che continuavano a esercitare le antiche pratiche religiose. De Landa ebbe però anche dei meriti, come quello di avere registrato i nomi dei giorni e dei mesi maya, trascrivendoli dall’antico calendario, di avere annotata una data particolare del calendario maya, insieme all’equivalente del calendario giuliano, usato nell’epoca. Quella data secoli dopo si rivelò una delle chiavi più importanti per la comprensione delle correlazioni fra i due calendari, il maya e il cristiano. Altro merito di De Landa fu di avere riconosciuto l’antichità della cultura maya e di avere attribuito a quella cultura la realizzazione dei monumenti che sapeva numerosi nel territorio, intuizioni che rimasero sepolte negli archivi della Spagna e delle sue colonie. Descrisse inoltre la natura urbana della società maya prima dell’arrivo degli Spagnoli, infatti scriveva: Prima che gli Spagnoli conquistassero il paese, gli indigeni vivevano tutti all’interno di cittadine, in modo decisamente civilizzato. Mantenevano le terre pulite e senza erbacce, e piantavano ottimi alberi. La zona in cui dimoravano era così strutturata: nel mezzo della città c’erano i templi con le piazze meravigliose, e intorno alle piazze c’erano le case dei signori e dei sacerdoti (…) e nel circondario c’erano le case delle classi inferiori.

De Landa descrive la struttura urbana come l’avrebbero ricostruita gli archeologi moderni dopo lunghe indagini archeologiche.

Le intuizioni del francescano sono apprezzabili soprattutto se si tiene conto che all’epoca del suo arrivo nel Centroamerica la popolazione Maya era stata ormai asservita e le città abbandonate.

In quel periodo non fu solo De Landa ad occuparsi delle grandi vestigia visitate. Vi furono altri, uomini di chiesa, militari, viaggiatori, a visitare i luoghi e a riportare le loro impressioni non dissimili da quelle espresse da De Landa.

Con il passare del tempo le rovine delle città maya furono sempre più ricoperte dalla giungla  e andavano scomparendo alla vista dei visitatori.

Nei secoli successivi al periodo di De Landa non mancarono viaggiatori che si interessarono alle rovine delle città maya, ma non era ancora sorto lo spirito di ricerca che nascerà nel XIX secolo e i nuovi viaggiatore erano ormai lontani dal tempo delle conquiste. Questi, a differenza di De Landa ed altri dello stesso periodo, non potevano più concepire che gli antenati dei popoli che incontravano, asserviti agli Spagnoli, potessero essere i costruttori delle grandi strutture da cui erano derivate le rovine. Qui si inseriva lo spirito intellettuale dell’Illuminismo, secondo il quale la vera civiltà era nata nel Vecchio Mondo. Si trattava quindi di dare una risposta all’interrogativo: chi erano stati i costruttori? Così, per la soluzione dell’enigma delle rovine, si cercarono altri “responsabili”: gli Egiziani, ai quali rimandavano le piramidi e i geroglifici, gli Ebrei, i Cartaginesi, i Gallesi erranti,  le tribù perdute d’Israele … ipotesi che si rafforzò nel tempo e giunse fino all’epoca di Stephens e Catherwood.

De Landa indagò in un periodo molto vicino all’epoca della conquista spagnola, quando ancora erano vivi i ricordi del passato ma, mancando gli strumenti intellettuali e materiali di indagine, non potevano che aversi delle intuizioni. Seguirono secoli in cui quelle intuizioni furono dimenticate a causa dello stato delle rovine sempre più invisibili perché nascoste dalla foresta e del degrado sempre maggiore in cui cadevano le popolazioni indigene.

In questo stadio della conoscenza si giunse all’epoca dei due viaggiatori. Stephens aveva maturato un grande interesse per l’archeologia e, dopo avere visitato le aree archeologiche della Grecia, dell’Egitto e dell’Asia Minore, voleva conoscere cosa ci fosse dietro le rovine dell’America centrale. Si documentò sulla bibliografia esistente nella sua epoca e progettò il viaggio. Lui, nordamericano, aveva conosciuto l’inglese Catherwood, architetto ed anch’egli appassionato di archeologia. Dell’architetto Stephens aveva apprezzato i disegni dei grandi monumenti di Giza, Menfi e Tebe, realizzati in Egitto lavorando fianco a fianco con i migliori egittologi dell’epoca. Stephens, che stava progettando un viaggio in Centro America, propose a Catherwood di accompagnarlo offrendogli un vantaggioso compenso. Le parti firmarono un contratto che conteneva l’accordo. Stephens aveva rapporti stretti con il presidente degli Stati Uniti Van Buren che aveva sostenuto nella campagna elettorale e conosceva il suo interesse per l’archeologia. L’occasione per il viaggio si presentò grazie alla morte del ministro plenipotenziario nel Centroamerica. Il presidente Van Buren conferì ufficialmente a Stephens  l’incarico di “appurare quale fossero il luogo e la situazione in cui si trovava il governo della Confederazione, oltre che di recuperare alcuni documenti dal consolato di città del Guatemala. Ufficiosamente, Stephens e Van Buren avevano stretto un tacito accordo che questa nomina rappresentasse una copertura diplomatica per le esplorazioni archeologiche che Stephens e Catherwood avevano proposto di intraprendere.”(₁)

La piccola spedizione organizzata dai due salpò per Belize City agli inizi del mese di ottobre del 1839.

Stephens e Catherwood visitarono per primo il sito di Copàn, che sorgeva sulle sponde del fiume omonimo. Catherwood aveva il compito assunto per contratto di disegnare monumenti che avrebbero visitato. Gli edifici erano interamente coperti dalla vegetazione lussureggiante e quindi scarsamente visibili. Catherwood però, con l’occhio esperto dell’architetto, comprese che le figure e i simboli scolpiti nella roccia erano di una tale perfezione e bellezza da essere annoverati fra le opere d’arte e che non potevano essere opera di un popolo di selvaggi. Stephens scrive che quei monumenti erano così particolari che il solo guardarli “mise a tacere una volta per sempre tutti i dubbi che avevamo circa il carattere delle antichità americane, e ci diede la certezza che gli oggetti di cui eravamo in cerca non erano interessanti solo in quanto resti di un popolo sconosciuto, ma erano anche opere d’arte e dimostravano, come testimonianze storiche di recente scoperta, che il popolo che un tempo occupava il continente americano non era affatto un popolo di selvaggi.” (2)

Stephens e Catherwood raggiunsero anche un’altra convinzione: le opere che avevano viste scolpite nella roccia non erano simili a nessuna di quelle lasciate da altre civiltà. Si ricorda che entrambi avevano visitate tutte le più importanti civiltà del Vecchio Mondo ed erano quindi in grado di fare i confronti. Non c’era più bisogno di ricorrere agli Egizi o ad altre tribù erranti per spiegare la presenza di tali opere, i due ricercatori si convinsero che una nuova civiltà aveva eretto quelle opere, come scrive Stephens: “Le opere di questo popolo, così come sono state rivelate dalle rovine, sono differenti da quelle di qualsiasi altro popolo conosciuto; sono di un ordine diverso, e interamente e assolutamente anomalo … Si tratta dello spettacolo di un popolo capace in architettura, scultura, che possedeva la cultura e la raffinatezza che le accompagna; esse non derivano dal Vecchio Mondo, ma qui hanno avuto origine e sono cresciute, senza modelli o padroni, con una propria esistenza distinta, separata e indigena; proprio come le piante e i fiori del suolo, indigeni”. (₃)

E’ inequivocabile che Stephens e Catherwood  avevano scoperto una nuova civiltà. Infatti Stephens scrive ancora: “Qui si trovavano i resti di un popolo istruito, educato e peculiare, che era passato attraverso tutti gli stadi connessi alla nascita e alla morte delle nazioni; raggiunse la sua età dell’oro, e morì. … Salimmo ai loro templi desolati e ai loro altari caduti; e ovunque ci spostassimo vedevamo le testimonianze del loro gusto, della loro abilità nelle arti …” (4)

Né Stephans né Catherwood visitarono più Copàn. Successivamente visitarono comunque tanti altri siti producendo, ad opera dell’architetto, centinaia di disegni. Anche se non possono che essere considerati semplici archeologi “amatoriali”, i loro metodi e le loro pubblicazioni furono modelli di grande professionismo.

(₁) David Webster, La misteriosa fine dell’impero Maya, pag. 25

(₂) John L. Stephens, Incidents of travel in Central America, Chiapas, and Yucatàn

(3) Ivi

(4) Von Hagen, Maya Explorer

 

Bibliografia

-          Alla ricerca dei Maya

di Victor Von Hagen

Ed. Biblioteca Universale Rizzoli

 

-          Le Cronache perdute dei re maya

Di David Drew

Edizioni Piemme s.p.a.

 

-          La misteriosa fine dell’impero maya

Di  David Webster

Ed. Newton & Compton Editori