Q5.8 – LA DONNA NELLA STORIA E NELLA CULTURA

LUCIANA BELLINI

Nei libri di Luciana Bellini sono narrate storie di vita vissuta, la sua vita, trascorsa nella campagna maremmana quando la fame e la povertà estrema ancora regnavano sovrane. Ma nelle sue storie è lo spirito arguto e schietto a vincerla sulle miserie, lo spirito della sua terra e della sua gente, raccontato nel dialetto verace. Perché la Bellini scrive come parla e dice quel che pensa. Questo è il gran dono che ha saputo mettere giù sulla carta, facendo tutto da sola, inventando un modo di scrivere e comunicare che rimane unico, senza possibili paragoni. Per dirla con le sue parole: “mi garba di scrivere e di battere col computer, ma gli aggiustamenti da addetti ai lavori, no! Se non so’ voluta andà a scuola, una ragione ci sarà:  non volevo fà lezione, ecco. Allora mi garbava di giocà e basta, oggi gioco co’ le parole e basta”.

Ha pubblicato: C’è una volta la Maremma, la Capitana, La Terra delle donne, Detti e Ridetti, il billo della vita (editi da Stampa Alternativa).

Riportiamo il racconto di vita di una delle sue donne tratto dal libro

“La terra delle donne” ed. Stampa Alternativa

LUCIA

…Noi s’era du’ sorelline: una di quattr’anni e una di due quando ci morì la mamma. Era malata da tanti anni, già da prima di sposassi, e du’ figlioli uno dietro l’altro… la salute n’ gli resse.

Poretto, ‘l mi’ babbo restò solo. Anche se poco lontano ciaveva ‘n fratello che ch’aveva 7 figlioli, e ‘sto zio stava n’ pensiero per noi. “Senti Tecla” gli disse alla su’ moglie: “io n’ ce lo posso vedé l’ mi’ fratello solo con quelle cittine…”

‘l babbo bisognava ciandasse a lavorà e allora a noi ci pigliava e ci lasciava da la moglie d’un pastore: ci badava per compassione. ‘n giorno però venne ‘l mi’ zio col barroccio e ci portò via ché co’la su’ moglie avevano detto:”ci s’hanno 7? Si farà conto che ci siano avuti nove!”

E anche ‘l mi’ babbo poi tornò a sta’ lì ‘n famiglia.

La mamma de la mi’ mamma che stava giù al Cristo, venne a trovacci e al mi’ babbo gli disse: “Senti Meco, quella piccina la piglierei io, e se ‘l Signore mi dà la salute tela fo grande. Quest’altra ch’è più robusta, io fossi ‘n te la metterei ‘n Collegio su da le monache di Santa Fiora. “E’l mi’ babbo gli dette retta, lo fece pe’ alleggerì la su’ cognata.

Io ci stavo bene co’ la mi’ nonna e col mi’ nonno, erano premurosi, certo, stavano al podere e erano poveri: si mangiava quella fetta di polenda, ‘l pane coll’olio… Ma quand’avevo 6 anni morì anche lei, e allora successe questo: ‘l mi’ babbo, la mi’ sorella la riportò ‘n famiglia, e ci mise me ‘n Collegio.

Erano d’una cattiveria quelle suore…ci picchiavano tutte le volte che gli pareva! Piccinine, s’era tutte stente, sdrailite da fa’ pietà, però pe’ fa’ capì quanto ci picchiavano volentieri, dico questo e basta: loro c’insegnavano a tené l’ago ’n mano e io a ‘n certo punto a la suora cucitrice gli dissi che mi scappava la pipì… E lei: NO! Non è questa l’ora! La farai quando andiamo a desinare.” Io stringevo le gambe più che potevo ma nna reggevo e me la facevo addosso. Sònava la campanella del pranzo e quando ci s’alzava dalle nostre seggioline e le suore s’accorgevano che per terra di pisciate c’erano più d’una, ci passavano una a una e ci controllavano le brachette, e a chi l’aveva molle, di prepotenza gliele levavano e gliele ‘nfi lavano nel capo. E poi ci facevano mette’ ‘n ginocchioni in mezzo al refettorio a guardà chi mangiava. E dopo, co’ lo stomaco che ci sciaguattava ci portavano ‘n chiesa a ringrazià ‘l Signore ch’anche per quel giorno ciaveva governato. Erano d’una cattiveria quelle suore… ‘l signore mi perdonerà se lo dico… ma è la verità! Queste n’ so’ calunnie.

Ciò fatto fi no a la terza elementare, e la calza e quel pochino di ricamo l’ho ‘mparato lassù. ‘l mi’ babbo veniva se gli mandavano a di’ che mi mancava la biancheria o se gli doveva pagà la mesata: 120 lire. Poi, ‘na sorella de la mi’ mamma che ciaveva du’ cittini piccini e gli facevano comodo, al mi’ babbo gli disse che m’avrebbe preso volentieri lei. Anche lui poteva poco e fu contento di risparmià la mesata.

…si vede che io ero nata pe’ buscanne… La mi’ zia pretendeva: voleva che gli facessi tutte le faccende a modo, e no’ come ‘na cittina, come una grande! ‘nvece d’insegnammi co’ le bòne, mi tonfava. Ma erano troppe le cose e, si vede che io ero testona: n’ me le ricordavo mai tutte. Lei era sempre arrabbiata: le faccende gli davano nel naso, ch’a lei gli sarebbe garbato d’andà ‘n chiesa, a spasso e a fassi i riccioli e basta. E co’ cosa ch’aveva sposato ‘n impiegato si dava ‘n sacco d’importanza: era ariosa. La mi’ zia andava a zonzo e io dovevo pensà ai figlioli e a la casa, e quando tornava, se per caso trovava qualcosa fòri posto, o ‘ cittini frignavano… me ne vengo dal mulino!

Tutti m’avevano sempre detto ch’ero gracile e piccina per via che n’avevo preso il latte di mamma… eh, m’avevano dato quel che c’era: ‘na volta quello di somara, ‘n’altra volta d’una mucca figliata, come capitava. Ma si vede ch’a le suore e così a la mi’ zia, io gli sembravo robusta…

Ci stetti fino a 14 anni ‘n quella casa, e anche se ormai le faccende l’avevo ‘mparate tutte, lei mi picchiava uguale. E quando diventai signorina scrisse al mi’ babbo: “questa bimba è diventata donna e per me è una responsabilità. A volte resta a casa sola, ogni tanto va a giro. Io tela tengo, però…” Allora lui venne a pigliammi e mi portò al podere.

‘l mi zio e la mi’ zia nel frattempo erano morti, a uno de’ su’ figlioli glièra venuto la polmonite e anche lui n’ c’era più. Quell’altri s’erano sistemati tutti meno uno. ‘n casa ci trovai lui, la vedova di quell’altro con du’ figlioli piccini e la mi’ sorella.

Ritornà giù, per me fu ‘n gran dolore, anche se ne buscavo, io ero abituata al paese, e lì avevo paura di tutto: anche de le galline! Ma n’ ci fu compassione: se si voleva mangià, bisognava lavorà. Subito a badà le pecore mi spedirono, e se andavo ne la stalla e vedevo ‘mucchini che mi guardavano con quell’occhi grossi-grossi io scappavo.

Poi mi cominciai a compone e quando s’accorsero che m’ero irrobustita, mi fecero fa’ quel che facevano loro: io e la mi’ sorella s’è lavorato anche co’ bovi coll’aratro! Noi ‘n fi la come l’omini, dietro-dietro s’andava nel nostro solco. E quella volta che ‘l mi’ babbo mi mandò a lavorà la vigna, du’ scappellotti sonori le presi anche da lui. n’ sapevo come fa’: quelle du’ bestie dovevo falle lavorà però bisognava stessi attenta che nne sciupassero le viti, e io se guardavo una n’ potevo guardà quell’altra.

La mattina si partiva di casa co’ le stelle e si tornava co’ la luna. Tutte sudicie, tutte fangose ché la terra a volte era molla, e se ci chiappava  n’acquata pe’ la strada s’arrivava a casa fradice come pucìni.  A volte ‘ panni pe’ cambiassi n’ c’erano, ch’al pozzo n’ s’aveva avuto tempo d’andacci, allora si faceva ‘na bella focata e quand’erano asciutti ci si rinfilavano e via.

Anche quando n’ c’era bisogno d’andà pe’ campi, era tutt’una: o ci si metteva a pulì li stanzini de’ polli e a spazzà ‘ trogoli, o s’andava a piglià l’acqua bòna co’ la somara… eppoi c’era da spennà, da macinà. E le faccende di casa? ‘l bocato, ‘l pane, ‘l cacio…

Questa è stata la mi’ vita fino a 21 anni, poi, nel ‘45 ho sposato e ho trovato ‘na persona veramente brava. Per me lui era tutto: è stato ‘l mi’ marito e la mi’ mamma. Aveva qualche anno di più e io mi c’ero affidata e anche se compravo ‘no spillo glielo dicevo.

Mi portò ‘n famiglia sicché bisognava mi facessi da capo e ‘mparassi  a riconosce’ anche quella. C’era ‘l mi’ sòcero con un figliolo sempre giovanotto, e la vedova di quello più grande ch’era morto ‘n guerra e la lasciò con 3 cittine piccine. Era lei ch’aveva tutto ‘l maneggio de la casa e anche quando ‘l mi’ cognato s’ammogliò, noi donne giovani per tutte le cose si chiedeva l’ordine a lei, come fosse stata la nostra sòcera. Non era cattiva ‘ntendiamoci, però aveva ‘l comando. E pel mi’ sòcero quel che faceva lei era ben fatto: la lodava e la proteggeva sempre.

Le faccende più pese, certo, quelle toccavano sempre a noi ché s’era più libere e ‘ figlioli ancora n’ s’avevano.

Io pel mi’ marito ho sopportato tutto, anche s’a volte glielo dicevo: “ormai s’hanno du’ maschi già grandicelli, se si trovasse un poderetto a soli…” E lui mi rispondeva: “penso tu abbia ragione… diamo tempo al tempo eppoi vedremo…” Si chiaccherava, discute n’ s’è mai discusso.

Ma prima di noi si decisero i mi’ cognati e da allora io rimisi ‘l pensiero e al mi’ marito gli dissi più niente. Come si faceva? Mica si poteva lascià lì quel vecchio, solo, co’ la su’ nòra e le figliole.

‘l mi’ marito c’era nato ‘n quel podere e co’ la cosa ch’era ‘l più grande e c’era più portato, l’interessi del la famiglia l’aveva fatti sempre lui: se c’era d’andà a la fi era a vende’ ‘na bestia, al dazio o ‘n qualsiasi altro posto, partiva lui. E quand’andava su a Scansano a fa’ ‘ conti col Padrone, tornava e si metteva al tavolino: “ho riscosso totte…” e ognuno pigliava la su’ parte. Anche a noi donne ci davano qualcosa, certo, mica come loro. Poi ‘l mi sòcero morì, e quando la mi’ cognata ebbe sistemato le su’ figliole anche lei andò a sta’ ‘n paese.

Noi qualche altro anno si stette, eppoi, dato che qualcosina s’era messo da parte ci si fece a comprà ‘n poderino per conto nostro. Lì ciò campato ‘na diecina d’anni col mi’ marito… ‘na volta finito lui… I mi’ figlioli, percarità, mi tenevano come ‘na regina, le mi’ nòre uguale, ma io n’ facevo più comodo anche se tutt’ora fo tutte le mi’ faccende: lavo, stiro, do la cera. Qui, ‘n questa casa di paese mi pare d’esserci sempre stata, certo, se ciavessi avuto la mi’ compagnia…