Q5.3 – PERSONAGGI E VICENDE DEL TERRITORIO

ALBERTO MANZI: “Padre” dell’insegnamento a distanza

Alberto Manzi era nato a Roma nell’anno 1924, ma nel nostro paese ha vissuto dieci anni e, dal 1995 al 1997, ne ha rivestito la carica di sindaco. E’ morto pre-maturamente nel dicembre del 1997.

Vi sono quindi tutte le condizioni perché sia riconosciuto personaggio locale a tutti gli effetti e per questo ci sentiamo in dovere e desideriamo ricordarlo nella sezione dei nostri quaderni riservata ai personaggi del territorio. Lo dobbiamo e vogliamo ricordare non solo come uomo che ha dimostrato di meritare stima e rispetto, ma anche come uomo di cultura, consapevoli dei riconoscimenti che, in tale veste, ha ricevuto in Italia e, molto, anche fuori d’Italia.

Pur consapevoli che, in luogo, la persona è stata molto stimata e benvoluta da tutti, dobbiamo riconoscere che, da parte della nostra comunità, il ricordo è stato troppo taciuto. Alberto Manzi, considerato il maestro per eccellenza, viene anche definito il “padre” dell’insegnamento a distanza. Una definizione appropriata. Chi non è più giovane ricorda di averlo visto, e tanti anche seguito, in televisione nella trasmissione “Non è mai troppo tardi” realizzata dalla RAI negli anni 60 del secolo scorso. E’ stata sicuramente la trasmissione che ha dato al maestro Manzi la notorietà presso il grande pubblico e forse è stata l’attività che gli ha fatto meritare il titolo di “padre” dell’insegnamento a distanza. Ci risulta che in tale veste sia stato riconosciuto e studiato anche all’Università di Harvard.

Negli anni dal 1960 a 1968, la RAI, per vincere l’analfabetismo largamente presente nel nostro paese, realizzò il programma che veniva trasmesso nelle ore serali, quando, quella fascia di popolazione a cui era prevalentemente rivolto, era rientrata dal lavoro (dei campi) . Il Maestro condusse il programma usando uno stile didattico e comunicativo di rara efficacia, con un utilizzo moderno del mezzo televisivo ed un linguaggio accessibile a tutti. Con il programma televisivo, il Maestro insegnò l’italiano agli italiani, consentì ad un milione e quattrocentomila  persone di conseguire la licenza elementare assistendo alle lezioni impartite in Televisione. Non solo, ma quel programma televisivo favorì l’unificazione sociale e culturale del paese. In quegli anni, anche grazie all’efficacia di quel programma, gli italiani iniziarono a parlare la lingua nazionale e ad abbandonare i dialetti, che cominciarono a trasformarsi da lingua parlata a fenomeno culturale.

Il programma fu un successo che valicò i confini nazionali, ricevette numerosi riconoscimenti internazionali e fu imitato in 72 paesi.

L’attività televisiva rivolta all’insegnamento gli era congeniale avendo conseguito il diploma magistrale, dopo un periodo dedicato a studi nautici, e successivamente le lauree in biologia, in pedagogia e in filosofi a. La sua vocazione era quindi l’insegnamento e ’attività letteraria rivolta ai ragazzi. Scrisse libri per ragazzi, il più famoso dei quali è Orzowei del 1955.

Nel 1987 Alberto Manzi venne chiamato a Buenos Aires dal governo argentino che, d’intesa con l’UNESCO, gli affidò un corso in sessanta lezioni per formare educatori incaricati dell’alfabetizzazione con il mezzo radiotelevisivo, per l’aggiornamento e l’educazione permanente dei docenti. Il mondo latino americano non gli era sconosciuto. Fin da giovane aveva alternato la sua attività didattica in Italia con viaggi all’estero ed in particolare verso i paesi dell’America latina. Il primo viaggio verso quel mondo risalirebbe al 1955, forse per una ricerca in ambito naturalistico. Frequentò in più occasioni quei paesi e visse a lungo fra i “campesinos” sudamericani, così scoprì la realtà sociale delle popolazioni rurali fatta di sofferenze e di soprusi, la conobbe profondamente e volle rappresentarla nei suoi romanzi. In tutta la sua narrativa sono presenti i temi della libertà e della solidarietà, emerge chiara la sua avversione ad ogni forma di violenza, prepotenza e razzismo.

Il primo dei romanzi dedicati alla vita di quelle popolazioni è “La luna nelle baracche” scritto nel 1974, è stato tradotto in otto lingue ed è stato definito un’opera d’arte per la semplicità del linguaggio. Già in questo primo romanzo sono raccontate le condizioni subumane in cui spesso erano costretti a vivere i contadini. Il protagonista del romanzo è Pedro, un personaggio come ce ne sono in ogni parte della terra, che cercano di dare dignità ai diseredati.

Il carattere del protagonista si delinea già nelle prime pagine.

Due eventi aprono il racconto: a riunire i cavalli che erano stati lasciati al pascolo libero, furono mandati tre ragazzi del villaggio di Sant’Andrea, uno dei ventotto villaggi dei contadini che lavoravano nell’Hacienda di proprietà di don José, perché non conveniva, secondo il sorvegliante, far perdere la giornata di lavoro a due uomini. I tre ragazzi, nell’incitare i cavalli, furono presi anch’essi dall’eccitazione. Lo stallone, la bestia più bella del branco, impaurito dalle urla dei ragazzi, quando un sasso lo colpì, fuggì all’impazzata. Alla sera, i ragazzi rientrarono al villaggio dopo avere rimesso nel recinto il branco senza lo stallone. Il sorvegliante accortosi della mancanza dell’animale, corse al villaggio e costrinse i ragazzi, malgrado fosse notte, ad andare alla ricerca dello stallone che trovarono morto alla base di un burrone.

Al mattino successivo, nello scontro del sorvegliante a cavallo con i tre ragazzi, Pedro lanciò una pietra contro il cavallo, che s’impennò facendo cadere il sorvegliante che, nella caduta, si spezzò una gamba.

Ma proseguiamo il racconto con le parole stesse dell’autore:

“Il capo dei sorveglianti, il “maggiordomo”, arrivò con tutti i suoi uomini e mandò i contadini al lavoro.

- Questa sera ne riparleremo – disse.

La gente abbassò il capo, vergognosa. Il “maggiordomo” aveva ragione. Chi erano loro che si erano permessi di ribellarsi ad un sorvegliante? Chi erano loro che si erano permessi di uccidere il cavallo del loro signore? Il se?or don José non era sempre buono con loro?

Dava un pezzo di terra da coltivare, e su quel raccolto non si prendeva niente, proprio nulla, lasciava tutto a loro. In cambio dovevano lavorare la terra del signore, ma non gli dava trenta lire per ogni giorno i lavoro? E’ vero che qualcuno diceva che dovevano avere cento lire al giorno, perché questo stabiliva la legge; ma quelli erano i solito confusionari,  o addirittura i rivoluzionari. Inoltre, non erano loro i favoriti? Il loro villaggio era, tra tutti i villaggi dei contadini dell’hacienda, il più vicino alla “villa”, sicché sempre qualcuna delle loro mogli e anche qualche bambino, andavano a servire nel palazzo del padrone. E la signora, non regalava forse, e solo a loro, abiti quasi nuovi?

Il maggiordomo aveva ragione.

Però il sorvegliante non doveva alzare il bastone su dei ragazzi.

Tutto il giorno, curvi sotto la sferza del sole, mormorarono tra loro, come in cerca di una giustificazione.

A sera il maggiordomo venne al villaggio.

-              Il nostro signore don José è veramente buono – disse – così buono che perdona i tre ragazzi. Non vuole nemmeno che vengano frustati. E non li scaccia dal villaggio. Così non scaccia nemmeno i loro genitori, però…

Stette un minuto in silenzio, ben dritto sulla sella, in modo che tutti sentissero gravare, su di loro, la sua figura.

-    …però io, proseguì – io sceglierò uno di voi… uno qualsiasi…

Involontariamente chinarono la testa, come a nascondersi.

-              …e lo farò frustare qui, davanti a tutti per punire il villaggio. Perché non dovete credere che il sorvegliante possa essere colpito da chiunque senza che il colpevole rimanga poi impunito. Il se?or don José vi perdona la perdita dello stallone; io non posso

perdonare la gamba rotta del sorvegliante.

-              nessuno ha colpito il sorvegliante – mormorò il vecchio Lucas, alzando la testa.

-              Tu puoi credermi, signore. Mi conosci bene. Io sono Lucas, uno dei più vecchi del villaggio. Mi ricordo quando sei venuto come sorvegliante; mi ricordo quando il nostro se?or don José ti ha nominato maggiordomo. Lavoro da tanti anni sotto di te e tu sai che ho sempre lavorato…

-              Ti conosco bene, Lucas – l’interruppe il maggiordomo. – Ma qualcuno ha colpito il cavallo del sorvegliante, e questo non puoi negarlo…

Lucas riabbassò la testa.

Tutti abbassarono la testa.

Era giusto. Avevano osato ribellarsi. La punizione doveva essere accettata. Anche se non era giusto, però, che dei ragazzi venissero bastonati.

-              Uno di voi – riprese a dire il maggiordomo – dovrà pagare per tutti. Uno…

Si alzò sulle staffe per vederli meglio.

C’era molto lavoro in quei giorni; non poteva permettersi il lusso di avere un lavorante in meno. Doveva scegliere chi rendeva meno sui campi. Una ventina di colpi di frusta potevano rendere un uomo robusto incapace di lavorare per almeno due giorni. E non poteva fare di meno di venti colpi di frusta: ne andava del prestigio. Ma chi scegliere?

Un vecchio, meglio scegliere un vecchio. Forse lo stesso Lucas. Gli dispiaceva, ma forse era meglio così. Inoltre Lucas si era permesso di rispondergli.

-              Lucas, – disse ad alta voce – tu hai parlato in nome del villaggio. Ben due volte hai parlato per gli altri, mi sembra…

Lucas chinò il capo, assentendo.

-              Bene, Lucas. Ora rappresenterai il villaggio per la punizione.

Lucas lo guardò, smarrito. I suoi occhi divennero umidi, imploranti. Proprio lui che aveva visto il maggiordomo ragazzo?

-              Sono troppo vecchio – mormorò – troppo vecchio, se?or. Io non… io non…

-              Tu sai che non ti voglio male – esclamò il maggiordomo. – Tu sai che ho sempre cercato di essere amico di tutto il villaggio e di aiutare ognuno di voi. Ora, però, devo punire il villaggio; devo farlo. Ebbene, tu hai parlato in favore del villaggio come se fossi il capo. Se i villaggi avessero un capo, tu saresti degno di prendere quel posto. Io, però, debbo punirti, proprio perché tu rappresenti il villaggio. Tieni…

-              L’uomo fece avanzare il cavallo e i contadini fecero ala al suo passaggio – mastica un po’ di coca. Non soffrirai, così.

Lucas, con mano tremante, prese le foglie. Era sbiancato in volto, ma non disse niente. Non riusciva a dire niente. Febbrilmente appallottolò le foglie; le compresse nelle mani che tremavano ancora; poi portò la “pallottola” in bocca. Infilò allora un bastoncino nella piccola zucca ripiena di calce che portava appesa al collo, sotto il mantello, e poi la succhiò avidamente, come se volesse ingollare quanta più calce poteva.

Nella bocca la calce fece subito il suo effetto, così dalle foglie di coca si liberò immediatamente l’alcaloide inebriante.

Pochi minuti più tardi un fi lo di bava prese a scendere dalle labbra biancastre di Lucas, screpolate per l’uso della droga.

Tutti, anche il maggiordomo, avevano atteso con pazienza che l’operazione fosse terminata. Era considerato un diritto fondamentale di ogni uomo quello di poter tranquillamente chaccar, ossia masticare la coca. Durante il giorno, ogni due, tre ore, ognuno poteva sospendere il suo lavoro per chaccar. Il maggiordomo rispettò il diritto di Lucas e quando vide che l’operazione era terminata, fece un cenno.

Due sorveglianti si avvicinarono al vecchio e lo presero sotto le ascelle, sollevandolo.

-              No, no! – riuscì a gemere Lucas, – non a me… non a me…

Si vedeva, però, che la coca faceva il suo effetto.

Faceva pena vederlo, sollevato così, a mezz’aria, sgambettando nel vuoto, che ripeteva inconsciamente: No, no, no… ma non si poteva far niente. Nessuno poteva far niente. Sarebbe stato un ribellarsi al padrone, al maggiordomo, ai sorveglianti.

C’era chi sentiva dentro di sé un fremito che lo spingeva ad aiutare Lucas, però… eh, sì!, sarebbe stato perdere il posto ed essere allontanati dal villaggio. Diventare un povero mendicante costretto a vivere dell’elemosina altrui, senza avere più nulla, nemmeno una foglia di coca capace di far dimenticare dolori e fatiche.

Era ben sfortunato, Lucas! Ma meglio a lui che…

Quando gli tolsero la camicia, tutti chinarono la testa. Ora si vedeva proprio la vecchiezza dell’uomo.

Lo stesso maggiordomo ne fu colpito. C’era rischio che un colpo, un solo colpo di frusta spezzasse in due quel fragile mucchio di ossa.

Il sorvegliante alzò la frusta.

-     Fermati! – gridò qualcuno.

Il sorvegliante si voltò per avere conferma dal maggiordomo.

-              Chi ha parlato? – chiese quest’ultimo.

-              Io, se?or. Io, Pedro.

-              Che cosa vuoi?

-              Sono stato io a tirare la pietra, non Lucas.

-              Quale pietra?

-              Quella che ha fatto imbizzarrire il cavallo che poi ha gettato in terra il sorvegliate.

Sono stato io, non Lucas. Non potete uccidere quel vecchio.

-              Che cosa vorresti?

-              Frustate me, se?or, ve ne scongiuro!

-              Pedro, tu sei un uomo generoso, ma a me non me la fai.

-              Che cosa?

-              Non mi freghi, amico! Tu avresti colpito il cavallo del sorvegliante?

-              Io, se?or, proprio io!

-              E me lo diresti così? Ma che cosa credi, che io sia uno stupido? Se uno di voi

avesse il coraggio di fare una cosa e poi vantarsene, credi che sarebbe così?…

-              Così, come, se?or?

-              Stai zitto, Pedro! – Poi, con un tono di voce più calmo, il maggiordomo

proseguì:

-              Tu vuoi proteggere Lucas, ma io non te lo posso permettere. Mi dispiace, ma tu,

domani, devi essere nei campi a lavorare.

Si guardò attorno, guardò Lucas nuovamente, poi ordinò:

-              Forza, voi, cominciate!

Il sorvegliante alzò la frusta,

Il primo colpo rigò di rosso le spalle di Lucas.

Al nono colpo il vecchio cadde in terra, senza conoscenza. Un fi lo di bava rosata gli

usciva dalla bocca.

-              Basta! – urlò Pedro slanciandosi avanti e fermando la mano del sorvegliante.

-              Se dai un altro colpo…

Non disse quello che avrebbe fatto; ma non c’era bisogno di spiegarlo.

Il suo intervento era stato così rapido e violento che il sorvegliante non si era ancora

ripreso, quando udì la voce del maggiordomo.

-              Basta! – gridava, quasi nello stesso istante di Pedro. – Basta!

Era inutile continuare ancora, e un altro gesto di quel Pedro avrebbe trasformato una

punizione in una vittoria. Per questo era intervenuto quasi istantaneamente.

-              Basta così, ho detto! Ora voialtri prendete Lucas e curatelo. Condono gli altri

colpi di frusta che doveva prendere, perché io non infi erisco su un bravo lavoratore. Ma

queste cose non debbono accadere mai più, mai più!

Rigirò il cavallo, ma prima di andarsene prese un’abbondante manciata di foglie di coca

dalla bisaccia e, gettandole accanto al corpo del vecchio, esclamò.

-              Dagliele! Lo fanno soffrire di meno.

Pedro si chinò, per raccoglierle, poi ci ripensò.

-              Non le raccogli? – Chiese il maggiordomo.

-              Non servono, se?or - rispose. – Lucas è forte e non ha bisogno della coca per

non sentire il dolore.

-              Ogni mattina chiede la sua razione di coca, come fate tutti voi – replicò il

maggiordomo.

-              Chiedeva, se?or; la chiedeva. Ora non la vuole più.

-              Neppure tu?

-              Neppure io – rispose Pedro. Ma appena dette le parole, si diede dello stupido.

-              Me lo ricorderò – sorrise il maggiordomo. – Pedro non vuole le foglie di coca:

me lo ricorderò!… – A presto, Pedro!

C’era una velata minaccia in quelle parole, ma Pedro rispose calmo:

-              Hasta luego, se?or!

Appena il maggiordomo e i sorveglianti se ne furono andati, tutto il villaggio si strinse

attorno a Lucas. Il vecchio gemeva, un sibilo gli usciva dalle labbra.

Lo avvolsero in alcune coperte e con estrema delicatezza lo portarono alla sua capanna.

-              Svelti, uno vada a chiamare il brujo – ordinò una donna.

-              Lo stregone è lontano da qui – rispose un uomo.

-              Andatelo a chiamare ugualmente. Non vedete che Lucas è molto malato?

Nella capanna – una semplice amaca, un piccolo fornello, due sacchi dove erano

ammucchiate tutte le ricchezze di Lucas – le donne accesero quattro candele per allontanare

gli spiriti cattivi. Altre sparsero, sul pavimento di terra battuta, spicchi di aglio e fili di

lana rossa.

-              Tutto questo è opera di Dientona la malefi ca – sussurravano. – Una disgrazia

dopo l’altra, una dopo l’altra!

-              E sì che da tanti anni si viveva felici.

-              Felici non direi, ma sereni.

-              Vivevamo in pace, ma ora…

-              Dientona è vecchia e brutta, e vuole solo far male. Perché, però, ha scelto il

nostro villaggio?

-              Maledetta lei e il suo sposo!

Le donne si segnarono. Era sempre meglio mettere un segno di croce fra loro e il

demonio.

-              Io lo dicevo. L’altra notte si sentivano le grida degli spiriti maligni!

-              Li aveva convocati lei, la malefica!

-              L’altra notte?! La notte dello stallone?

-              Sì, proprio l’altra notte. Io lo avevo detto. Ci sono in giro gli spiriti cattivi…

-              Ecco perché i ragazzi si sono persi lo stallone! Sono stati gli spiriti a

impaurirlo!

-              Ed ora guardate come è ridotto questo povero vecchio!

-              Il se?or maggiordomo non ha colpa! E’Dientona, sempre lei…

-              Che lo stregone venga presto! Scaccerà gli spiriti maligni da Lucas e da tutto il

villaggio.

-              Bisognerà invitare anche il prete. Lui pure ha potere sugli spiriti.

-              Lo chiameremo prima della processione di San Giovanni…

Intanto, parlando, avevano acceso il fuoco e gettato, sulle fiamme, alcuni chicchi d’incenso.

Tutta la capanna era, ora, avvolta in una nebbiolina azzurrognola dove danzavano,

tremolando, le quattro fiammelle delle candele.

Le donne si accoccolarono in terra, filando. Soltanto due si alzarono di tanto in tanto per

cambiare le pezze di acqua fredda sulle spalle martoriate di Lucas.

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Fin da queste prime pagine appare evidente la profonda conoscenza che l’autore ha della realtà in cui vivono quelle popolazioni, del loro modello di vita, della grande povertà, del loro credo religioso in cui la superstizione, retaggio del passato, convive con il nuovo credo della chiesa cattolica. Una realtà sociale nella quale le popolazioni contadine non avevano alternativa ad un lavoro svolto nell’Hacienda del grande proprietario terriero. Tutti i terreni coltivabili erano divisi tra i grandi proprietari; i rimanenti terreni erano desertici. Qualcuno dei contadini che assistono alla punizione inflitta a Lucas sentirebbe l’impulso di intervenire per far cessare la fustigazione del vecchio, ma rinuncia perché un intervento comporterebbe sicuramente l’allontanamento dal villaggio con la conseguenza di:

“ Diventare un povero mendicante costretto a vivere dell’elemosina altrui, senza avere più nulla, nemmeno una foglia di coca capace di far dimenticare dolori e fatiche”. Solo Pedro ha questo coraggio. Certamente, sente il dovere di farlo essendo stato lui la causa della caduta da cavallo del sorvegliante che ha causato la punizione voluta dal maggiordomo, ma lo fa perché è una di quelle persone che non accetta i soprusi, sa che il mondo è di chi ha il coraggio di agire.

Al romanzo “La luna nelle baracche” ne seguiranno altri due della serie “latino-americana”:

- “El Loco” (lo scemo, il pazzo), che rifl ette una conoscenza più approfondita del mondo latino americano;

- “E venne il sabato”, pubblicato postumo dalle edizioni Gorée.