Q5.2 – ETRUSCHI E PRE-ETRUSCHI

NUOVE FRONTIERE DELL‘EGITTOLOGIA

John Anthony West, egittologo che studia da lungo tempo la storia antica, le religioni e le altre discipline connesse, ha scritto “ILSERPENTE CELESTE”, libro con cui si propone di esporre le idee dello studioso Schwaller de Lubicz, nato in Alsazia nel 1891, che studiò a lungo la civiltà egizia. Dagli studi eseguiti principalmente nel tempio di Luxor, Schwaller trasse la sua opera principale (pubblicata nel 1957) dal titolo Le temple de l’Homme (il tempio dell’uomo); opera diffi cile, in quanto lo studioso ha un modo di esprimersi poco comprensibile per la maggioranza dei lettori. West si propone quindi di tradurre per il lettore il risultato degli studi compiuti dal maestro. Schwaller, studiando il tempio <<si disse certo di avere individuato un intenzionale esercizio pratico di rapporti e proporzioni, vide il Partenone dell’Egitto>>.

L’intuizione non fu di poco conto. Gli egittologi dell’epoca (siamo negli anni ‘20 e ‘30 del ventesimo secolo) ritenevano che il popolo egizio non avesse scoperto le leggi dell’armonia e delle proporzioni, che il livello di conoscenza della matematica fosse quello appena necessario per rispondere alle esigenze di vita pratica come per esempio il tracciare i confini dei terreni o misurare le quantità di grano e quindi non conoscesse i numeri irrazionali.

La scoperta dei numeri irrazionali e delle leggi armoniche e proporzionali erano attribuite a Pitagora.

West constata che l’egittologia dell’epoca, come le altre discipline dedicate alle culture straniere o del passato, si fondavano su alcune premesse, mai espressamente enunciate, di cui gli studiosi non erano consapevoli; fra queste West, nell’introduzione al libro, enuncia quella secondo cui <<Il progresso, quindi anche la civiltà, sono iniziate con i greci, gli inventori della filosofi a speculativa e della scienza razionalistica>> o l’altra secondo cui <<Gli antichi non conoscevano nulla che oggi non sia noto anche a noi, o che non comprendiamo meglio>>.

Premesse che l’autore non condivide, in quanto ritiene che l’Egitto sia stata una civiltà, e tale riconosciuta anche dall’egittologia accademica, la quale però era, e forse è ancora, in parte impotente a comprenderne le grandi realizzazioni. Questa impotenza, ritiene West, è dimostrata dal fatto che viene ancora scritto, e anche nelle scuole viene insegnato, che <<il popolo egizio era capace di produrre capolavori artistici e architettonici mai eguagliati nella storia umana conosciuta e tuttavia, allo stesso tempo, era composto da necrofili schiavi di sacerdoti, caratterizzato da infantilismo intellettuale e ossessionato dal materialismo di un mitico aldilà; un popolo di servi che adorava un grottesco pantheon di dèi con la testa di un qualche animale; una razza ignorante quanto scienza, matematica, medicina o astronomia e immune dal desiderio di acquisire conoscenze; una popolazione così conservatrice e refrattaria al cambiamento che le sue istituzioni socio-politiche, religiose e artistiche rimasero rigidamente immutate per quattro millenni.>>. Convinzioni che stanno cambiando grazie agli studi di Schwaller che “può essere considerato il ponte fra il vecchio e il nuovo”.

West inizia il suo lavoro con il tracciare la storia dell’evoluzione che ha interessato l’egittologia ortodossa e quella sullo studio delle piramidi. Il primo erudito a scrivere un resoconto dell’Egitto che sia giunto fino a noi, è stato lo storico greco Erodoto che visitò quel paese nel 500 a.C.. Anche altri visitarono l’Egitto, ma nessuno poté dare un’interpretazione coerente di quella civiltà per la mancanza di conoscenza degli indecifrabili geroglifi ci. Il primo a decifrare i geroglifi ci fu Jean-Francois Champillion nel 1822, dopo la campagna napoleonica. Ma il significato attribuito ai simboli era ancora talmente banale e incoerente che offuscò anche qualche valida intuizione sul livello superiore di conoscenza raggiunto da quel popolo che altri dotti avevano ipotizzato.

Lo studioso Edmé-francois Jomard, al seguito di Napoleone, quindi quando ancora i geroglifici non erano stati decifrati, fu affascinato dal contenuto di documenti antichi che attestavano che <<le piramidi, in particolare la Grande Piramide di Khufu, furono costruite per incorporare nelle loro dimensioni e proporzioni una serie infinita di dati matematici, geografi ci, astronomici e geodesici. (La geodesia è il ramo della matematica applicata che studia la forma e le dimensioni della superficie terrestre)>>. Lo studioso non giunse comunque a confermare queste intuizioni anche per le difficoltà incontrate nelle misurazioni, ostacolate dalle masse di detriti che ostruivano le basi dei monumenti.

Altri studiosi come John Taylor, astronomo e matematico dilettante, e Charles Piazzi Smyth, astronomo reale di Scozia, seguirono gli studi di Jomard riuscendo a confermare l’ipotesi che gli egizi possedevano grandi conoscenze. Essendo però entrambi religiosi fondamentalisti, non potevano ammettere di dovere attribuire a quel popolo un sapere di ordine superiore e quindi ricorsero all’intervento divino. Altri ancora sono intervenuti per formulare teorie che non hanno niente di concreto che le suffraghi. <<Ma se la mancanza di prove costituisce il criterio per stabilire la stravaganza di una determinata teoria, (scrive West) esiste un’ipotesi veramente folle, ben più stravagante di tutte le fantasie dei piramidologi e delle stramberie degli ufologi. Si tratta della tesi per cui le grandi piramidi servivano solo ed esclusivamente come tombe.>>.

Gli egittologi, ed anche gli storici, si rifiutano di ammettere alternative alla teoria che le grandi piramidi siano state costruite esclusivamente per l’uso di tombe. L’autore distingue le otto grandi piramidi attribuite alla III e IV dinastia (Antico Regno) dalle piccole piramidi del Medio e Tardo Regno. Queste ultime sono state sicuramente costruite per uso di tombe. Infatti vi sono state scoperte mummie e sarcofagi che non sono stati invece trovati nelle prime. Le otto “grandi” piramidi dell’Antico Regno <<non hanno rivelato alcun segno della presenza di mummie o sarcofagi. La costruzione di questi monumenti differisce in ogni senso da quella delle tombe successive. Gli strani passaggi obliqui non potevano assolutamente servire per i riti funerari degli egizi, famosi soprattutto perché estremamente elaborati. Gli austeri locali delle “camere sepolcrali” contrastano nettamente con quelli pieni di iscrizioni e incisioni delle tombe>>.

Come si spiega che fatti tanto evidenti e ben noti fin dagli inizi della egittologia non abbia indotto tutti gli studiosi della civiltà egizia a rivedere le proprie  convinzioni! West lo spiega con il fatto che <<All’inizio dell’egittologia, gli studiosi avevano aderito quasi in massa ai dogmi dell’illuminismo, dichiarandosi atei, materialisti o solo nominalmente religiosi. Erano convinti di rappresentare l’apogeo della civiltà umana. Tuttavia, la teoria evoluzionistica non era ancora considerata imprescindibile o automatica, e gli eruditi più famosi del tempo non erano certi di discendere dalle scimmie. Affermare che le popolazioni antiche possedevano certe conoscenze non era ancora considerato un’eresia. Eppure, siccome la teoria dell’evoluzione (Darwin n.d.r.) stava ormai costituendo un dogma, era divenuto impossibile (e lo è tutt’ora) attribuire alle culture antiche una saggezza superiore senza insidiare la fede nel progresso.>>. Quindi con l’avvento dell’illuminismo e del Darwinismo le intuizioni dei tanti studiosi di egittologia, che erano stati però incapaci di rafforzare le proprie intuizioni con prove inconfutabili, persero via via terreno.

L’opera di Shwaller ripropone la validità di quelle intuizioni e tende a dimostrarle.

Dagli studi e le misurazioni eseguite sui monumenti Schwaller dimostra che gli egizi conoscevano le leggi armoniche e proporzionali, conoscevano i numeri irrazionali: il pi greco e il phi o sezione aurea. Antichi documenti collocano in Egitto la nascita della geometria. Sembra, in conclusione, che Pitagora abbia appreso dai suoi viaggi in Egitto le leggi della geometria e la scoperta del misticismo numerico, conoscenze che gli sono state poi attribuite a causa, dice West, della segretezza cui gli Egizi imponevano alla conoscenza delle arti e delle scienze oltre un certo livello.