Q4.2 – “GLI ETRUSCHI NEL MONDO ANTICO”

OTTO – WILHELM VON VACANO

O.W. Von Vacano, archeologo tedesco, autore, tra l’altro, del recupero
del frontone del tempio di Talamone.
Nell’opera dalla quale abbiamo tratto il brano che riportiamo,
l’autore cerca di ricomporre uno degli aspetti meno conosciuti della
religione etrusca.

Tratto dall’opera
“GLI ETRUSCHI NEL MONDO ANTICO”
Cappelli Editore

Uno specchio di Tuscania
Sullo stesso Marta (fiume emissario del lago di Bolsena n.d.r.), a metà strada circa tra il lago e Tarquinia, si trova la cittadina di Tuscania, famosa per i numerosi ritrovamenti di tombe e di sarcofaghi in stile tarquiniese, fatti nella sua regione, nonché per le due preziose chiese del primo periodo romanico; entrambe si trovano fuori le mura, in alto sul colle del castello, San Pietro e, giù in valle, Santa Maria che, ai piedi dell’altra,gelosamente la nasconde col campanile che ne copre in gran parte la ricca facciata. Qui, intorno al ’90 del secolo scorso, è stato trovato uno specchio di bronzo, in cui gli ornamenti intagliati e le iscrizioni incise lungo il bordo comprovano le dedotte strette relazioni tra Tarquinia e il bosco sacro sul lago. Esso offre, così come lo specchio di Atherpa, raffi gurazioni relativamente rare della mitologia etrusca. La decorazione della parete di un tempio o di qualche colonnato avrà forse servito da modello al disegno modestamente eseguito.
Un genio alato, simile ad Atlante, sorregge sulle braccia alzate il quadro principale racchiuso nel tondo e tagliato orizzontalmente anche nella parte superiore; al di sopra di questo appare la quadriglia della dea Aurora, indicata da una testa femminile ornata di diadema, in mezzo a teste di cavalli. Questi sono elementi convenzionali nell’arte etrusca del III sec. a.C. Ciò che si distingue qui, è il gruppo di cinque persone, disposte strettamente l’una accanto all’altra, che occupano i due terzi della parte inferiore della superficie dello specchio fino all’orlo fortemente ripiegato e dentellato.

L'osservazione del fegato. Nello specchio del III secolo a.C., proveniente da Tuscania (Firenze, Museo Archeologico)

L’osservazione del fegato
Un giovane senza barba dal corpo leggermente proteso in avanti, osserva un fegato da sacrificio. Egli lo tiene nel palmo della mano sinistra, di modo che i grandi lobi cadano giù come sacchi. I particolari della forma, importanti per la predizione del futuro sono chiaramente visibili. Le dita della mano destra tastano la superficie del fegato. Il dorso della mano che tiene il fegato è appoggiato sul ginocchio della gamba sinistra fortemente piegata in su, e appoggiata su una roccia, il piede destro invece, rivolto verso sinistra, poggia con tutta la pianta sul suolo, nell’angolo destro. Evidentemente, durante l’osservazione del fegato è questo l’atteggiamento rituale, perché lo ritroviamo anche nel famoso specchio di Vulci, conservato in Vaticano, sul quale è raffigurato il profeta alato Kalchas, nell’atto di osservare un fegato da sacrificio.
Anche gli abiti definiscono il giovane come un sacerdote che osserva il fegato, ossia un Augure. Sopra un sottoabito dalle maniche corte e chiuso sul collo, corrispondente alla tunica romana, egli porta sulle spalle e sul dorso una cappa a falde che cade fi n sotto il ginocchio e che è raccolta sul petto da una grande fibbia ricurva. I piedi sono nudi. Sul capo ricciuto egli porta il caratteristico copricapo di questi sacerdoti, un cappello che termina in su con un alto e stretto cono e che viene tenuto da un nastro legato sotto il mento, come sappiamo da altre raffigurazioni. Dietro la testa del giovane, al di sopra delle accennate cime rotondeggianti delle montagne, sorge il sole, il che indica che è mattina, mentre il ramoscello che nasce dalla terra tra tre pietre semicircolari, e la roccia sotto il piede del giovane, indicano che la sacra cerimonia si svolge nell’aperto paesaggio.
Al di sopra del giovane aruspice c’è l’iscrizione pavatarchies.
Suddividendo adeguatamente in Pava –Tarchies, ciò ricorda Tarchet, la forma etrusca di Tages; ma allo stato odierno delle ricerche, non si può dire davvero con piena certezza. Se dovesse trattarsi realmente del fondatore della dottrina di Tages, ciò dovrebbe essere basato su un’interpretazione della leggenda, non comprovata dalla letteratura, in cui Tages viene presentato come un giovane maestro e non come un figlio mandragorale della terra.
Malgrado le difficoltà di mantenere questa interpretazione, la raffigurazione nel suo insieme e in specie la denominazione scritta rendono possibile che una delle persone presenti sia Tarchunos, o Tarchon. Secondo un’altra interpretazione, non si tratta della leggendaria assuefazione dell’aratore Tarchon con la nuova dottrina,
ma di un’osservazione del fegato, in occasione della fondazione di Tarquinia, celebrata in presenza dell’eroe cittadino e di potenti geni e divinità.
Il centro del gruppo è costituito dal giovane col fegato. Il modo in cui egli si sporge dall’asse centrale del quadro verso destra, in cui alle tre teste a sinistra è contrapposto a destra il disco del sole fiancheggiato da due teste, e il ritmo approssimativo della disposizione delle figure, indicano il livello artistico del modello che stava dietro a questa incisione sullo specchio, la quale in verità
avrebbe potuto essere un po’ meno compatta. E’ affascinante seguirne il tracciato.

Tarquinia e il bosco di Voltumna
All’uomo barbuto con il giavellotto, che si presenta in un’eroica nudità, all’estrema destra, corrisponde all’estrema sinistra un giovane, anch’egli vestito soltanto col mantello gettato all’indietro sulle spalle. Accanto a lui c’è un uomo barbuto, in abito di augure, così come accanto all’uomo col giavellotto sulla destra c’è il giovane “pavatarchies” (1). I cinque, che sono allo stesso tempo sei, sono tre volte raggruppati. L’augure anziano è attorniato da un giovane e da una donna, ambedue leggermente arretrati rispetto a lui, mentre viceversa davanti al disco del sole sorgente si riuniscono il giovane osservatore del fegato e l’uomo col giavellotto. In mezzo infine, dietro i due auguri appare la testa di una figura femminile, la quale costituisce il centro dal punto di vista del numero delle persone.
Il barbuto augure, appoggiato sul bastone, che porta il caratteristico cappello sacerdotale sulla nuca e posa i piedi verso destra uno dietro all’altro, allo stesso modo del suo collega più giovane, che officia e insegna, si chiama, secondo l’iscrizione, Tarchunos, Tarchon.
Le altre tre figure, non meno incantate nell’osservazione del fegato, sono anch’essi geni e divinità. Il nome della donna rimane ignoto perché la lunga e non articolata iscrizione al di sopra di lei è comprensibile solo parzialmente; la denominazione del giovane col ramoscello d’olivo come Rathlth è del resto sconosciuta; ma il forte uomo col giavellotto, sulla destra è Veltune, Veltumnus – Veltumna, il dio difensore della lega dei dodici e il signore del sacro bosco, nel
quale ogni anno si manifestava l’omogeneità degli etruschi, visibile a loro stessi come all’ambiente che li circondava.
Indipendentemente dalla possibile identità del giovane aruspice definito come Pava-Tarchies e dell’eventuale importanza dell’esame del fegato, che egli svolge sotto gli occhi e con la massima attenzione di figure tanto alte, l’avere unito il fondatore di Tarquinia e il dio di tutti i Rasna sullo specchio etrusco di Tuscanica, prova che perlomeno per il III sec. a.C. la stretta e radicata alleanza dei due completa quanto noi sappiamo dalle fonti scritte sull’importanza fondamentale per gli etruschi della dottrina tagetica.

(1) Secondo Z. Mayani, PAVA TARCHIES va tradotto “Tarchies ha visto”; ovvero, l’aruspice Tarchies ha osservato la forma del fegato e ne ha tratto gli auspici (vedi The Etruscan begin to speak,London 1962)