Q3.4 – “GLI ETRUSCHI NEL MONDO ANTICO”

OTTO – WILHELM VON VACANO O.W. Von Vacano,
archeologo tedesco, autore, tra l’altro, del recupero del frontone del tempio di Talamone.
Nel brano che proponiamo l’autore cerca di ricomporre uno degli aspetti meno conosciuti della religione etrusca.

Tratto dall’opera
“GLI ETRUSCHI NEL MONDO ANTICO”
Cappelli Editore

Destino e rinvio della sorte

Gli etruschi celebravano la Fortuna sotto vari nomi. Essi credevano che anche sopra i grandi dèi dominasse ancora una misteriosa e indeterminata forza, della quale essi parlavano, vergognandosene, come di una cosa da nascondere. Una mancanza di compassione senza pari, ne costituiva uno dei segni particolari. Il senso vitale degli etruschi si manifestava in modo prevedibile e subordinato a una di queste potenze divine, al paragone delle quali la propria volontà non ha alcuna importanza. Da un simile atteggiamento non si poteva sviluppare, ovviamente, alcuna storiografi a nel senso comune ai nostri tempi. All’esperto haruspex, il quale sa riconoscere e trasmettere la volontà degli dèi, va una parte quanto mai decisiva, quasi quanto all’uomo politico o al comandante dell’esercito, che dà vita al destino.
Ciò che rimane alla personalità umana in questo mondo fondato dalla sottomissione alla volontà divina, consiste nella capacità di entrare in contatto con gli dèi tramite preghiere, offerte ed espiazioni; nella celebrazione degli dèi e nella rituale loro raffigurazione, si conquista una tale sicurezza e una tale pienezza, che diventa raggiungibile non soltanto una modifica del destino, ma perfino un certo suo rinvio. Ancora una volta si comprende bene, perché il sacerdote costituisca una figura centrale della vita etrusca e perché in Etruria gli alti uffici venivano affidati ai sacerdoti.
La sorte di un singolo può essere prorogata per dieci anni, mentre quella dell’Etruria intera di trenta anni. La dottrina del rinvio della sorte offriva la possibilità di dar giustizia al caso singolo, facendo da tramite tra la realtà osservabile e ciò che doveva avvenire in base ai segni da interpretare.
Questa preoccupazione di prendere atto del particolare e dar giustizia secondo esso, si dimostra anche in altre manifestazioni della vita spirituale degli etruschi. Essi erano diventati creatori di un’arte del ritratto, tutta impostata sulla irripetibilità e l’individualità, fuori dei canoni, del soggetto rappresentato.
Anche nella dottrina dei secoli come tale, si può individuare un atteggiamento analogo verso la vita, che ammette la fede nella possibilità di garantire in determinate circostanze un rinvio del destino. Nella forma che ci è stata tramandata esso si propone di definire i limiti di un periodo storico, che perdura e continua, anche se in base all’esame e alla previsione avrebbe già dovuto giungere alla sua fine.

La disciplina etrusca

Per i vicini romani la cosa più tipicamente etrusca era l’insegnamento religioso proprio agli uomini e alla donne delle famiglie dominanti. Quest’insegnamento, la cosiddetta disciplina etrusca, si associava in tal modo alla scrittura, alla lingua e all’ordinamento delle unioni sacre, come un altro elemento di unità e di delimitazione rispetto ai vicini.
Essa fu definita nei libri, ma ciò avvenne soltanto relativamente tardi. Nei ritrovamenti che ci sono giunti si riconoscono gli influssi della filosofi a greca e delle dottrine caldee, segni tutti, di quanto il tardo mondo etrusco appartenesse a quello ellenico (2). La disciplina etrusca abbracciava la scienza religiosa degli etruschi, la prescrizione rituale per i sacrifici, le preghiere e l’interpretazione dei segni divini, e in particolare precise indicazioni per la sepoltura dei morti e per l’interpretazione della volontà divina dalle forme del fegato degli animali sacrificati, dallo scintillare dei lampi e dal volo degli uccelli. Tutte le relazioni della vita vi erano regolate e spiegazioni particolareggiate erano destinate al calendario, alle rappresentazione del tempo, alla divisione dei campi, e all’ordine che doveva essere rispettato nella fondazione delle città e dei sacrari. Una parte di ciò veniva attribuita alle asserzioni di una ninfa, chiamata Begoe o Vegoe. Il vero fondatore e creatore era considerato però Tages, figlio di Genius e nipote del più alto tra gli dèi, Tinia.

Tages, il fondatore della dottrina

Tages sarebbe stato trovato nel solco, con le sembianze di un bambino vegliardo, da un contadino che arava e mentre alle grida dell’impaurito aratore accorrevano i lucumoni, egli cantò loro tutta la dottrina, che questi annotarono e lasciarono come prezioso patrimonio ai loro posteri. Subito dopo l’annuncio, il misterioso essere scomparve, morto, nella terra. Il racconto appartiene, analogamente alla leggenda assai simile di Erichtonios, degli Ateniesi, alle saghe della mandragora e non lascia adito ad alcuna supposizione sul luogo della sua nascita. Sembra però importante lo stretto legame con Tarquinia. Il contadino che aveva scovato nella zolla il bambino segnato dal genio, guida il suo aratro sul campo di Tarquinia e dovrebbe chiamarsi, secondo i frammenti ritrovati, Tarchon. Già nell’antichità egli veniva considerato il fondatore della città chiamata col suo nome, e in seguito, con la conseguente estensione dell’importanza della disciplina alla lega dei dodici, semplicemente il fondatore delle città etrusche.
Nelle tombe di Tarquinia sono state ritrovate pietre intagliate che si possono riferire al mito di Tages. Conformemente alla rappresentazione tipicamente etrusca della forza del capo, che sostituisce tutta la persona, e adoperando un tipo di quadro greco proveniente dai miti di Orfeo, al posto del saggio bambino compare una testa umana, che si sporge dalla terra ed è circondata da sacerdoti muniti di tavolette per scrivere e da contadini. Gli anelli con simili gemme avrebbero potuto essere portati dai membri di quell’ordine tarquiniese dei 60 Auguri, la cui esistenza è stata del resto provata solo per l’epoca tarda. Nelle loro mani i libri di Tages avranno forse acquistato, nel III o II sec. A.C., la loro forma canonica.
Sembra strano che, essendo l’insegnamento di Tages talmente radicato a Tarquinia, il sacrario centrale della lega (1) non si trovasse anch’esso in questa regione, ma dalle parti di Bolsena. Uno sguardo sulla carta, però, dimostra i legami naturali della città di Tarcon, sita sulla costa, con il lago di Bolsena, distante soltanto 40 Km, una giornata di viaggio, verso l’interno del paese, lungo il fiume Marta, il quale nasce dal lago per sfociare nel mare nei pressi di Tarquinia. E’ provato dagli scritti e dai ritrovamenti che gli etruschi consideravano le sorgenti e i laghi come sacri e come tali li veneravano. Visto da Tarquinia, il lago di Bolsena era la grande e misteriosa culla da cui sorgeva il fiume. I ritrovamenti di Capodimonte e di Bisenzio parlano di un traffico, iniziato abbastanza presto, attraverso la valle del Marta, tra la regione del lago e la riva del Tirreno.

(1) Il “Fanum Voltumnae” (n.d.r.)
(2) Nella civiltà etrusca sono individuabili due principali ceppi etnici: greco-balcanico e asianico (Asia Minore, mare Egeo). (n.d.r.).