Q3.11 – “Le piste di Nazca”

Simone Waisbard
“Le piste di Nazca”,
Sugar 1978

Nota sull’autrice

Simone Waisbard è stata tra i pionieri nello studio delle antiche civiltà precolombiane, producendo un enorme mole di lavoro, frutto di ricerche “sul

La grande figura del “Ragno”, tracciata sulla pampa desertica di Nazca

campo”; le principali opere:Le piste di Nazca (1978), Machu Picchu, Tiahuanaco: 10.000 anni di enigmi incaici, La città degli dèi e dei re (1981).
La Waisbard ha divulgato il lavoro di un’altra importante studiosa, Maria Reiche, che ha dedicato tutta la vita ai misteriosi petroglifi di Nazca, vivendo permanentemente nel deserto omonimo e contribuendo alla conoscenza e alla tutela dell’incredibile repertorio di figure disegnate sul suolo dagli antichi abitanti di quest’area del Perù. La Waisbard, Maria Reiche sono i nomi di donne dedite alla conoscenza del mondo antico che, nel secolo moderno sempre più numerose emergono per doti e capacità. Della Lituana Marija Gimbutas, l’archeologa che ha scoperto e documentato la civiltà “matrifocale” dell’antica Europa, pubblicheremo nei prossimi numeri dei nostri “Quaderni” alcuni estratti significativi.

 

 

 

Un gigantesco triangolo, attraversato da altre linee e dalle tracce di antichi corsi d’acqua che mostrano come, questo che è oggi un deserto, un tempo fu una regione ricca di piogge e fiumi.

Un gigantesco triangolo, attraversato da altre linee e dalle tracce di antichi corsi d’acqua che mostrano come, questo che è oggi un deserto, un tempo fu una regione ricca di piogge e di fiumi.
Disegnate, quasi “tratteggiate” due o tremila anni or sono – o forse molto prima – su di un deserto dall’aspetto lunare, vi sono nel sud peruviano delle strane linee che si stendono per chilometri a perdita d’occhio, e delle immense figurazioni stilizzate d’uccelli e d’animali, circoscritte da sagome geometriche di non minori dimensioni. Questo complesso di opere ci propone uno dei più oscuri enigmi archeologici tuttora insoluti…
Sono molti gli studiosi che, da un quarto di secolo, si sforzano di interpretare e capire questi misteriosi “disegni” della pampa di Nazca, che non trovano corrispondenza in nessun altra parte del mondo in fatto di grandiosità e di numero. Essi, inoltre, appaiono tanto più strani e inspiegabili, in quanto possono essere scorti nella loro interezza, solamente dal cielo.
Poiché fanno istintivamente pensare – anche e soprattutto agli aviatori – a piste d’atterraggio, i pionieri dell’inspiegabile hanno subito evocato, a questo proposito, eventuali “visitatori giunti dallo spazio”. Questi famosi “disegni”, questi smisurati geoglifi ricamati sulle pallide sabbie, potrebbero essere interpretati dai ricercatori scientifici come il più grande calendario planetario creato dall’uomo. Dagli altri, invece, come il cosmodromo d’atterraggio di una specie di missione Apollo al rovescio.
Ma anche se si ammette l’idea che i visitatori siderali, abbiano potuto, in età immemorabili e remote, raccorciare lo spazio-tempo e siano stati in grado, utilizzando gli insondabili “buchi neri”, di spostarsi da un universo all’altro colla stessa velocità della luce, anche in tal caso, tuttavia, non pare che – perlomeno allo stato attuale delle nostre conoscenze – essi abbiano lasciato a Nazca prove consistenti e tangibili del loro arrivo e ancor meno i resti di quei misteriosi oggetti volanti non identificati, che tanto ci danno da pensare; delle prove, cioè, che possano fornirci una indiscutibile testimonianza del loro passato soggiorno tra i terrestri…
Gli scavi finora effettuati nelle millenarie tombe della prestigiosa civiltà Nazca, in effetti hanno portato alla luce solamente delle mummie di esseri perfettamente umani e del tutto corrispondenti alle caratteristiche fisiche della popolazione india del Sud America. Si sono anche rinvenuti i migliori reperti tessili dell’Antichità, nonché la più ricca delle “serie di disegni” della preistoria, eseguiti su bellissime ceramiche policrome.
Tuttavia, come dice Levy-Strauss “negare dei fatti perché li si ritiene incomprensibili, sotto il profilo del progresso del sapere è certamente più sterile che formulare delle ipotesi”. Ecco perché io ho voluto fare il punto su un argomento tanto complesso da non essere stato mai esaminato in modo così completo come in questo libro.
Ho avuto l’eccezionale opportunità di poter studiate per una quindicina d’anni, insieme a rinomati esperti peruviani, i grandi misteri pre-americani e, in particolare, quelli di Nazca; e ho potuto analizzare con i miei colleghi, la straordinaria archeo-astronomia di una grandiosa civilizzazione ormai scomparsa e poco o nulla conosciuta dal resto del mondo. ……………………………………….
Già un primo colpo d’occhio sullo sconcertante “mistero” è sufficiente ad appagare la brama di novità e di inedito che assilla attualmente l’umanità intera. Come in un romanzo di fantascienza, ci troviamo di fronte al favoloso, a un racconto di fate per adulti: in una parola, all’Incommensurabile!
Quello che scopriamo, scolpito in rilievi sul panorama desolato di pietre frantumate di questo Egitto americano, è molto più ammaliante, rispetto a qualsiasi cosa avessimo immaginato e sognato in precedenza.
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E’ una visione che dona le ali per spiccare il volo verso l’incognito, verso l’impossibile!
Infatti, ogni cosa appare impossibile a Nazca! Tutto sembra sfi dare la nostra comprensione: che innumerevoli secoli siano trascorsi senza cancellare le bizzarre vestigia sulle sabbie… che un antico popolo sia riuscito a tracciare, su terreni irregolari, senza i moderni strumenti di precisione, linee rigorosamente rettilinee, lunghe decine di chilometri… che antichi sacerdoti-astronomi siano stati capaci di scolpire sul suolo, in dimensioni colossali, le raffi gurazioni di totem siderei, dettati loro dalla paziente contemplazione del cielo…, e, infi ne, che privi di mezzi meccanici e di aeromobili, essi abbiano potuto e saputo vedere dall’alto la monumentale opera di “tessitura” formata sul terreno dalle pietre.
Tutto questo pone cento interrogativi! Tanto per citare la sola questione essenziale, ci si può chiedere, ad esempio, quale necessità spinse a realizzare quei giganteschi disegni che non potevano certo essere scorti, nel loro insieme, ad altezza d’uomo!
Si tratta effettivamente di uno zodiaco riproducente sulla superficie terrestre tutto quello che appare sulla volta celeste? E, in tal caso, a quali stelle e a quali costellazioni corrisponde? Qual era lo scopo di queste linee e delle figurazioni tracciate con una minuziosa precisione, nonostante le dimensioni gigantesche? Erano dei totem di tribù e dei simboli sacri, oppure rappresentavano corpi stellari e valori astronomici? E, se simboli sacri, perché vennero concentrati nell’area desertica? Se contrassegni astronomici, perché dar loro dimensioni così gigantesche? Possiamo pensare che forse servissero ai “pontefici” di Nazca per calcolare e determinare il decorrere del tempo, giovandosi di una scienza cabalistica ormai perduta? Con quali mezzi ingegnosi, gli anonimi agrimensori del deserto riuscirono a tracciare quelle figure con tanta impeccabile esattezza?
Intendevano essere un appello agli Dei? Ovvero gli antichi Nazca calcolavano – come noi del resto – che gli astri a portata della vista, potevano essere abitati come la terra? Ancor oggi non si dice forse che… “i buoni vanno diritti in cielo”? E, allora, perché non supporre che gli indiani Nazca abbiano avuto l’idea di eseguire sul suolo disegni in scala gigantesca, proprio allo scopo di attirare l’attenzione degli ospiti dello spazio? E che poi, nella speranza di ottenere qualche manifestazione di riscontro, siano rimasti in attesa febbrile di una risposta?
Affascinati dagli straordinari megaffreschi dei Nazca, tutti coloro che finora se ne sono occupati, hanno trascurato di considerare meglio questo popolo che per lungo tempo si è creduto disponesse solo dei mezzi grafi ci e di scrittura del tutto primitivi, comuni all’indio della pampa.
Come vivevano i Nazca? Quali erano i loro usi, costumi, convinzioni, ideologie? Perché mai uomini dotati di capacità tecnologiche prodigiose, facevano collezione di trofei quali le teste umane rimpicciolite fino alle minime dimensioni? Da dove era giunto, in Perù, questo popolo?
E, infine, quale era il motivo delle raffigurazioni mostruose di esseri demoniaci, dagli atteggiamenti irreali e stravaganti, che troviamo numerosissime sui vasi e sui manufatti tessili di questo popolo? Perché il ripetersi ossessivo – come un “leit-motiv”– delle raffigurazioni di uomini volanti, che troviamo ricamati sui sontuosi indumenti delle mummie? Ve ne sono di quelli che appaiono in volo orizzontale, circondati da spirali che lievitano loro d’attorno; altri, invece, scendono con la testa in basso come se fossero in “picchiata”.
Confesso che, quando considerai le lunghe e difficoltose ricerche che avrei dovuto condurre, al fine di selezionare le ipotesi più sensate e trovare plausibili spiegazioni a quella fenomenale “galleria” di immagini che sono le pampas, per un momento venni tentata di abbandonare l’impresa.
Fu allora che mio figlio Jack, il quale aveva partecipato a tutte le mie attività di studio sull’antico Perù (e conosceva bene quanto me la zona in questione) dopo un attento esame dello sconcertante puzzle costituito dagli ingrandimenti fotografi ci – raggruppati pazientemente durante gli anni trascorsi in quel meraviglioso paese – decise di ten-tare la ricostruzione grafica dei più importanti geoglifi e rettifili dello stupefacente complesso archeologico di Nazca, cioè un’impresa che, nel suo insieme, non era mai stata realizzata.
Ora, man mano che proseguiva la sua ricostruzione grafica, egli riusciva a collocare con l’aiuto della lente, nel groviglio dei segni paralleli e dei riquadri intersecantisi con linee chilometriche, i gigan-teschi trapezi e triangoli che coprivano il deserto; sotto i nostri occhi sorpresi si andavano ricomponendo, come per magia, i pezzi del puz-zle secolare. Appariva evidente che le principali superfici geometriche seguivano di preferenza due sensi unici, orientati all’opposto. Entro la loro area, le immense figure zoomorfe, fitiformi o antropomorfe, avevano una loro precisa collocazione, certamente non casuale, ma paragonabile a quella di pedine piazzate su una scacchiera.
In mancanza di una simile ricostruzione, chiunque si sarebbe trovato nell’impossibilità di avere una visione completa dello strano scenario tracciato con delle pietre. Ma, ci domandavamo, saremmo riusciti mai ad interpretarne il codice segreto?