Q3.10 – “Vita pitagorica” di Giamblico

Piccola Biblioteca Filosofi ca Laterza

GIAMBLICO (251 – 325|6 d. C.)

Nella parte IV del libro di Giamblico, pubblicato nel numero due dei nostri quaderni, che racconta del soggiorno di Pitagora in Egitto, abbiamo letto che il filosofo trascorse ventidue anni in quel paese. Durante il soggiorno visitò tutti i templi con grandissimo interesse, incontrò sacerdoti dai quali si fece istruire su ogni cosa. Trascorse l’intero tempo del soggiorno nei penetrali dei templi, studiando astronomia e geometria e iniziandosi a tutti i misteri degli dèi.
Nella nostra ricerca, abbiamo individuato il libro di John Anthony West dal titolo “IL SERPENTE CELESTE”, di cui pubblicheremo qualcosa nei prossimi quaderni. West, con il suo lavoro, intende tradurre per il lettore (a causa della difficile comprensione del modo di esprimersi dell’autore) i risultati degli studi di egittologia cui è giunto Schwaller de Lubicz, contenuti nell’opera dal titolo “Le Temple de l’Homme”, pubblicata nel 1957. Schwaller, dallo studio eseguito sui monumenti egizi, in particolare quello di Luxor, ha scoperto che quel popolo conosceva le leggi dell’armonia e delle proporzioni, i numeri irrazionali quali il pi greco e il phi o sezione aurea, il misticismo numerico. Tutte conoscenza attribuite, nella storia, a Pitagora, in quanto fra i dotti accademici si è sempre ritenuto e, in larga parte, si ritiene ancora oggi, che il progresso, quindi anche la civiltà, siano iniziate con i greci, inventori della filosofi a speculativa e della scienza naturalistica.
Se ha un riscontro storico quanto scritto da Giamblico nella “Vita Pitagorica”, Pitagora avrebbe potuto rendere per iscritto quelle conoscenze apprese nel suo soggiorno in Egitto che quella civiltà, per ragioni di segretezza, non avrebbe mai voluto scrivere, ma solo rappresentare nelle opere e nei monumenti.
Fatta questa doverosa premessa, proseguiamo la pubblicazione dell’opera “Vita pitagorica” di Giamblico, scritta nel III° secolo d.C. su Pitagora. Nei due capitoli che pubblichiamo in questo numero del quaderno, Giamblico racconta i motivi per i quali Pitagora ritenne di abbandonare Samo, la sua patria, e di recarsi in Italia, a Crotone, una delle città fondate dai Greci, suoi conterranei.
Consapevole della validità del detto “nessuno è profeta in patria”, Pitagora riteneva che, se fosse rimasto a Samo, sua patria, difficilmente avrebbe potuto filosofare, per cui si mise alla ricerca di un luogo dove riteneva che esistesse un maggior numero di persone disposte ad apprendere.

VI
Ragioni del viaggio e del trasferimento in Italia. Caratterizzazione generale

della personalità e della filosofia di Pitagora.

E ancora più degno di ammirazione fu per quello che fece dopo. Già la filosofi a aveva un grande sèguito e tutta quanta l’Ellade tributava a Pitagora un’ammirazione unanime, gli uomini migliori e più sapienti si recavano a Samo per lui e intendevano divenire partecipi della sua cultura e formazione spirituale. I suoi concittadini lo inviavano in tutte le ambascerie e gli imponevano pubblici incarichi. Ma egli capì che se fosse rimasto lì, obbediente alle leggi della patria, difficilmente avrebbe potuto filosofare; ragione per cui tutti i filosofi precedenti avevano trascorso la vita in terra straniera. Così, volgendo in animo tutti questi pensieri e rifuggendo dai pubblici uffici o – come vogliono alcuni – adducendo a motivo l’indifferenza che allora i Sami dimostravano verso la cultura, partì per l’Italia, considerando sua patria quel paese che possedesse il maggior numero di persone desiderose di apprendere. Dapprima, nella celebre città di Crotone, esortando e ammonendo, si procacciò molti ammiratori e seguaci (si racconta infatti che seicento persone lo seguissero, spinte non solo dalla filosofi a che professava, ma anche dalla cosiddetta “vita comune” che imponeva. Questi erano i “filosofanti”, mentre i più erano uditori, detti “acusmatici”). In una sola lezione – la prima, come si racconta, e la sola che tenne in pubblico dopo il suo arrivo in Italia – più di duemila persone furono conquistate dalle sue parole. E furono prese così fortemente, che non vollero più ritornare alle loro case, ma insieme ai bambini e alle donne costruirono una grandissima “Casa degli uditori” e fondarono la universalmente celebrata Magna Grecia. Da lui presero leggi e prescrizioni che giammai violarono, come fossero precetti divini; perseverarono in piena concordia con tutta la comunità dei compagni, esaltati e reputati felici dai vicini. Posero in comune i beni , come già si è detto, e da allora in poi annoverarono Pitagora tra gli dèi, quasi fosse un buon demone sommamente amico agli uomini; alcuni lo dissero Pitio, altri Apollo Iperboreo, altri Peane, altri uno dei demoni che abitano la luna, altri infine lo identificarono con questo o quel dio dell’Olimpo che dicevano essere apparso in forma umana agli uomini d’allora, a vantaggio e a emendazione della vita mortale, affinché donasse alla natura mortale la scintilla salvifica della beatitudine e della filosofi a, della quale nessun maggior bene agli uomini giunse né mai giungerà, donato dagli dèi (tramite questo Pitagora). Epperò ancor oggi il proverbio celebra con somma venerazione il “Chiomato di Samo”. Anche Aristotele, nei libri Sulla filosofi a pitagorica informa che dagli affiliati era custodita, tra i segreti più arcani della setta, una tale distinzione: dei viventi forniti di ragione uno è dio, l’altro l’uomo, il terzo come Pitagora. E con piena ragione lo innalzarono tanto: infatti, grazie a lui, sugli dèi, gli eroi, i demoni e il cosmo, sui vari tipi di moto delle sfere e degli astri, sulle interferenze, le eclissi, le irregolarità, le eccentricità e gli epicicli, e su tutte le cose dell’universo – il cielo, la terra e i corpi naturali intermedi sia manifesti che occulti – ci è pervenuta una giusta concezione, corrispondente alla realtà, che non contraddice a nessun dato né dei sensi né dell’intelletto. Per opera sua le scienze, la contemplazione speculativa e tutto il sistema del sapere, quanto appunto rende l’anima veggente e purifica la mente dell’accecamento delle altre occupazioni, al fine di poter conoscere i veri principi e le cause di tutte le cose, presero stanza fra i Greci. La migliore forma di reggimento politico, la concordia del popolo la “comunione dei beni tra gli amici”, il culto degli dei e la pietà verso i defunti, l’attività legislativa ed educativa, la pratica del silenzio, il rispetto degli altri animali, la continenza e la temperanza, l’intelligenza, la fiducia in dio e tutti gli altri beni, per dirla in una sola parola: tutte queste cose, per opera sua, si mostrarono, agli amanti del sapere, degne di essere amate e ricercate con ardore. Giustamente dunque, per tutte queste ragioni, come già dicevo, così grande fu l’ammirazione per Pitagora.

VII
Caratteri generali della sua attività in Italia e dei discorsi sullo stato rivolti agli uomini del tempo.

Bisogna ora dire come egli dimorò tra gli stranieri e con chi da principio, quali discorsi tenne, su che cosa e a chi: giacché così ci sarà facile comprendere quali e di che natura furono gl’influssi del suo insegnamento sulla vita di allora. Si tramanda dunque che durante il suo soggiorno in Italia e in Sicilia affrontò e rese libere le città che aveva trovate reciprocamente soggette, alcune da molti anni altre di recente, dopo averle riempite dello spirito della libertà per mezzo dei seguaci che aveva in ciascuna di esse: Crotone, Sibari, Catania, Reggio, Imera, Agrigento, Tauromenio e altre ancora. A queste diede le leggi ad opera di Caronda di Catania e Zeleuco di Locri, per virtù dei quali esse rimasero a lungo modelli invidiabili di buona legislazione per le città vicine. Sradicò totalmente le lotte intestine e la discordia e, in una parola, il dissenso delle opinioni non solo tra i suoi discepoli e i discendenti di questi – come si racconta – per molte generazioni, ma anche, e totalmente, da tutte le città d’Italia e di Sicilia, sia nella loro vita interna che nei rapporti reciproci. Spesso infatti soleva ripetere, dappertutto e dinanzi a tutti – pochi o molti che fossero – il detto, simile all’oracolo di un dio e quasi compendio e ricapitolazione della sua dottrina: “Bisogna in tutti i modi bandire e sradicare, col ferro e col fuoco e con ogni altro mezzo, la malattia del corpo, l’ignoranza dell’anima, la smoderatezza del ventre, la sedizione della città, la discordia della casa e insieme la dismisura di tutte le cose”. Così egli, con la massima amorevolezza, ricordava a ciascuno i migliori principi della dottrina. Tale era dunque, allora, il carattere generale del suo modo di vivere nelle parole e nelle opere.