Q3.1 – SULLO STATO E IL FUTURO DEL NOSTRO TERRITORIO

Assistiamo ormai da tempo, o per meglio dire da sempre, almeno a memoria dei più anziani, ad un continuo e strisciante esodo di residenti dal nostro ambiente verso l’estero o, all’interno dell’Italia, verso la città. Il movimento ha avuto momenti di maggiore intensità, che crediamo, si siano verificati all’inizio del secolo, quando il fenomeno ha interessato gran parte dell’Italia e nel periodo più vicino a noi, negli anni cinquanta, legato al verificarsi di periodi particolarmente difficili per l’agricoltura, che è stato da sempre il settore economico primario delle nostre popolazioni. Se si escludono quelle occasioni che videro l’esodo di intere famiglie alla ricerca di un’esistenza più sicura e migliori prospettive per il futuro dei fi gli, l’esodo ha interessato soprattutto i giovani. Il fenomeno dell’esodo dei giovani non si è mai fermato ed ha interessato sia giovani che erano destinati a continuare l’attività agricola della famiglia, sia quelli di altra estrazione sociale alla ricerca di un impiego adeguato al titolo di studio conseguito, un tempo avendo studiato in città per mancanza di scuole superiori in loco, e successivamente, dopo l’apertura di scuole di ordine superiore locali, per mancanza di offerta di lavoro corrispondente al livello di studio conseguito. Il rifiuto dell’attività in agricoltura da parte dei giovani ha avuto certamente varie cause. Se si trascurano quelle psicologiche, altre sono da ricercare nelle condizioni di insicurezza proprie del settore, nella bassa remunerazione rispetto all’impegno di lavoro richiesto e, non ultimo, nell’esasperato frazionamento della proprietà che non sempre ha consentito il conseguimento di aziende di adeguate dimensioni economiche. Il rifugio di questi giovani, per quelli che sono rimasti in loco, è stato il settore edilizio che, fi no a poco tempo fa, ha dato un discreta occupazione. Gli altri che non hanno trovato spazio nell’edilizia o che hanno rifiutato l’impiego in quel settore, si sono avviati verso altre scelte fuori dal territorio. Il movimento in certi periodi era stato fermato o rallentato per interventi effettuati in agricoltura. Si pensi agli anni della riforma agraria, con l’intervento dell’Ente Maremma, che vide la nascita di una serie di cooperative di trasformazione e di servizi, operanti in agricoltura, che consentirono un ammodernamento del settore e furono motivo di speranza per gli operatori locali.
Gli effetti di quegli interventi si sono nel tempo affievoliti e delle strutture, allora economicamente e socialmente vivaci, è rimasta ben poca cosa. Quindi il fenomeno dell’esodo dei giovani ha ripreso vigore e non solo dei giovani provenienti dall’agricoltura, ma anche di quelli di altra estrazione sociale che non avevano come i primi una seppur modesta possibilità di impiego. Non ha arginato l’esodo l’artigianato che, anzi, ha fornito anch’esso giovani disoccupati. Infatti quel poco di artigianato presente sul territorio è lentamente scomparso e i figli degli artigiani spesso non sono stati invogliati a proseguire l’attività dei padri e sono stati avviati ad aumentare il numero dei giovani in cerca di altre occupazioni. Ha risposto in misura minima il settore del turismo che negli ultimi decenni ha registrato un certo sviluppo e a questo si sono rivolti molti giovani.
Il quadro non è certo incoraggiante. I giovani, lo sappiamo, rappresentano il futuro di qualsiasi comunità. Quindi ogni sforzo va compiuto per trattenerli nel territorio. E’ compito della comunità ai suoi vari livelli fare progetti, ricercare soluzioni per trattenerne il maggior numero. Il miraggio della città oggi è un po’ meno sentito rispetto al passato. Il mondo moderno ha avvicinato la città alla campagna, è quindi più facile trovare argomenti per trattenere i giovani in periferia. Certamente deve trattarsi di argomenti concreti, di offerte serie. La comunità con le istituzioni che la rappresentano, deve guardarsi attorno e ricercare in noi le potenzialità. Nulla deve essere trascurato, L’attenzione deve essere sicuramente rivolta all’artigianato. Non può non essere rivolta all’agricoltura, settore fondamentale per un corretto sviluppo delle comunità locali e di fondamentale importanza per la conservazione dell’ambiente. Inoltre non deve essere trascurato il turismo. L’Italia è un paese vocato naturalmente al turismo e il nostro territorio ha tutte le condizioni per una adeguata offerta turistica.
Tornando all’esodo dei giovani, una riflessione sulle dimensioni dell’esodo che riguarda questa fascia della popolazione va fatta osservando i dati statistici, freddi ma concreti. Questi dati sono già stati occasionalmente divulgati presso il pubblico, senza però che sia mai stata posta la giusta attenzione sulla gravità di una tale fenomeno: Giovanni Feo, con il suo scritto dal titolo “LA VALLE DEL FIORA: un ecosistema aggredito dalla civiltà”, pubblicato nel precedente numero dei nostri quaderni, ha proposto un tema che non possiamo far cadere, tanta è l’importanza che gli attribuiamo.
Si impone all’attenzione un semplice ed evidente fatto: la ricchezza specifica del “territorio del tufo” risiede principalmente in due elementi, ovvero il ricco habitat naturalistico e l’ambiente archeologico-storico- monumentale.
Sono questi i due elementi forti e trainanti che compongono l’identità locale e che tutti riconoscono. E sono i due elementi sui quali non si è mai finora autenticamente investito con progetti mirati e continuativi. Lì, dove dovevasi creare occupazione e sviluppo, si è rimasti fermi.
La ricchezza naturalistica, la bellezza paesaggistica e monumentale del “territorio del tufo” sono oggi indifese e alla mercé di cave estrattive, discariche abusive e non, speculazione edilizia, disboscamenti incontrollati e “villaggi turistici” spesso nati abusivamente, qualcuno bloccato da denuncie e procedimenti giudiziari. I locali “parchi archeologici” sono in funzione solo nelle stagioni turistiche, mentre vaste e importanti aree sono abbandonate da decenni e prive di manutenzione, degradate da continue frane e allagamenti. E’ una realtà sotto gli occhi di tutti, sottostimarla può significare perdere per sempre il bene comune.
I paesi della media valle del Fiora sono riusciti a crescere, grazie al loro territorio, la campagna, i boschi, i fiumi, i poggi. Certamente non è oggi pensabile di ritornare alla civiltà contadina di un tempo, ma nemmeno è pensabile di abbandonare il territorio al suo destino, accentrando le attività nei paesi, promovendo un’edilizia turistica e di seconde case (e speculativa).
L’ambiente e la cultura sono oggi molto più ricercati che nel passato. L’Italia è ricca di città d’arte dove il cittadino-turista può soddisfare tutte le sue esigenze culturali. Ma quando esce dalla città non si accontenta di visitare i monumenti, che trova anch’essi numerosi nei centri minori. Desidera certamente trovare il binomio monumenti-ambiente. Il nostro territorio può offrire questo binomio a condizione che l’ambiente venga curato, conservato e valorizzato. Ciò comporta la ricerca da parte di organismi culturali a ciò preposti, la conservazione e la valorizzazione da parte delle istituzioni.
Una volta scoperto un monumento, serve conservarlo con adeguati interventi di manutenzione e di protezione. Serve infine riqualificarlo con l’inserimento in complessivi progetti di godimento ed utilizzo anche con finalità economica. L’ambiente naturalistico e i preziosi resti del passato, pre-estrusco, etrusco e medioevale, sono i settori dove l’occupazione giovanile può fisiologicamente trovare sbocchi.
La riqualificazione del territorio è dipendente dal problema della occupazione giovanile.
Perdendo i giovani si perde tutto.