Q2.4 – Il calcolo del tempo e la fede nel destino

OTTO WILHELM VON VACANO
O.W. Von Vacano, archeologo tedesco, è uno studioso contemporaneo che da oltre quarant’anni si dedica alle ricerche archeologiche in Grecia e in Italia. Ci è particolarmente vicino essendo l’autore del recupero del celebre frontone del tempio di Talamone. Nell’opera dalla quale abbiamo tratto il brano che riportiamo, l’autore cerca di ricomporre “il calcolo del tempo e la fede nel destino” che sono tra gli aspetti meno conosciuti della Disciplina etrusca dettata da Tages e trascritta dai Lucumoni.

Tratto dall’opera “GLI ETRUSCHI NEL MONDO ANTICO”
di Otto Wilhelm von Vacano
Cappelli Editore

3. Il calcolo del tempo e la fede nel destino

La dottrina dei secoli

Con ancor maggiore evidenza si potrà comprendere l’eccezionale fede nel destino degli etruschi, se si studia il loro particolare modo di calcolare il tempo. Tale fede costituisce parte integrante di quella Disciplina Etrusca, o scienza etrusca, famosa a suo tempo, la quale assume un’importanza fondamentale se si vuole capire lo spirito ivi regnante. Purtroppo quanto ci è stato tramandato proprio rispetto alla concezione del tempo degli etruschi è talmente frammentario, praticamente solo adesso accessibile ed ancora confuso e persino spesso contraddittorio, che senza la scoperta di nuove fonti, elementi importanti dovranno rimanere nell’oscurità. Anche ciò della Disciplina che è stato riferito dai fi losofi greci e romani, dai poetici e dai grammatici, dagli storici e dai Padri della Chiesa, deve essere sempre considerato in quanto risultato di quel sincretismo che aveva pervaso tutta l’area ellenistica e della tarda antichità , e al quale nemmeno l’Etruria ha potuto sottrarsi. Nel determinare il modo di calcolare il tempo si incontra una difficoltà aggiunta: che cioè già nelle relazioni relativamente recenti le date etrusche e romane sembrano frammiste le une alle altre. Ciononostante qualche elemento fondamentale resta definibile.
Come l’uomo vive attraverso le sue varie età, fino alla morte, così, nella concezione etrusca, anche i popoli hanno un loro inizio e una fine, e un periodo di esistenza predestinato, articolato in se stesso, durante il quale crescono, fioriscono e scompaiono. Secondo alcune fonti o, secondo altre dieci secoli dovevano corrispondere al Nomen Etruscum, al nome degli etruschi; ed è stranamente indicativo che l’Etruria, in quanto fenomeno di cultura e storico, comincia a scomparire e si scioglie con l’apparizione dell’Impero romano, proprio in quegli anni cioè, in cui secondo tale dottrina il suo compito avrebbe dovuto esaurirsi.
Le tombe e le costruzioni tombali parlano di una predilezione senza pari per tutto ciò che ha a che fare con la morte e la sepoltura, e lo stesso dicono anche le previsioni date nella dottrina dei secoli. Non si festeggia l’inizio di un’era come al tempo degli imperatori romani da Augusto in poi, ma la fine di un anno, la fine di un secolo. Ci ricordiamo, come anche nel culto di Adone si guardava non tanto al ritorno annuo del bel giovane, e alla riunione con Afrodite, ma piuttosto alla dolorosa separazione che si compiva secondo una leggenda ineluttabile.
La durata di un secolo andava, secondo la dottrina, dalla fine del precedente fino al momento in cui moriva l’ultimo di coloro che erano stati in vita al suo inizio. La lunghezza, quindi, non poteva essere definita semplicemente in cifre. Bisognava accettare e comprendere i segni dati dagli dei. Tutto ciò che aveva sapore di eccezionalità, il tuono e la grandine, l’invasione dei topi, il terremoto, la peste e l’aborto, potevano avere un’importanza determinante. Si sviluppò un’arte particolare di osservazione e di interpretazione, la cosiddetta aruspicina, le cui asserzioni si basavano in particolar modo sull’osservazione dei lampi e dell’esposizione rituale del fegato durante l’offerta degli animali.
Dice Censorino nel suo libro De die natali, scritto all’inizio del III secolo d.C., basandosi sui dati del grammatico Varrone, riguardanti la Tuscae Historiae: “Perché è scritto che i primi quattro secoli sarebbero durati cento anni ciascuno, il quinto 123, il sesto 119, il settimo altrettanti, l’ottavo sarebbe in corso nell’epoca della stesura, un nono e un decimo sarebbero ancora a venire, e quando questi saranno decorsi, verrà la fi ne del nome degli etruschi” (Censorinus, De die natali, 17,6). Si può arguire dalla Vita di Silla di Plutarco che l’anno 88 a.C. sia stato l’ultimo dell’ottavo secolo allora ancora in corso.
Si tornerà ancora a parlare del calcolo del tempo per i primi quattro secoli. Ma il valore del tempo dato ai secoli quinto, sesto e settimo indica attraverso la loro irregolarità l’importante fatto, che il tempo veniva vissuto e misurato dagli etruschi in modo diverso, da ciò che è abituale per l’uomo moderno. Avvenimenti ben diversi dal profano e previsioni ben altre da quelle normative, dirette all’uso pratico nella vita quotidiana, segnano qui la corsa del tempo. L’avvento oppure la scomparsa di una città, la vittoria o la sconfitta di un esercito e mutamenti economici di una importanza profonda venivano nella coscienza degli etruschi dopo l’osservazione di straordinarie apparizioni della natura, considerate come segni divini.