Q2.12 – LA VITA PITAGORICA

di Giamblico
Piccola Biblioteca Filosofica Laterza

GIAMBLICO (251 – 325/6 d. C.)
Scolaro di Porfirio, filosofo neoplatonico, Giamblico fu l’iniziatore della scuola neoplatonica siriana, che mirò ad una complessa sistemazione a sfondo religioso– misterico delle scienze, delle religioni, delle filosofi e fino allora riconosciute. Sulla dottrina di Pitagora, Giamblico scrisse un’opera, Vita pitagorica, in dieci volumi, dei quali ne restano cinque. Secondo Giamblico “per opera sua (di Pitagora n.d.r.) le scienze, la contemplazione speculativa e tutto il sistema del sapere (…) presero stanza fra i Greci (…). La comunione dei beni tra gli amici, il culto degli dèi, la pietà verso i defunti, l’attività educativa, la pratica del silenzio, il rispetto degli altri animali, l’intelligenza, la fiducia in dio e tutti gli altri beni (…) si mostrarono (…) degni di essere amati e ricercati con ardore.”
Secondo una tradizione Pitagora, la cui esistenza storica è peraltro certa, nacque dal padre Mnemarco, nell’isola di Samo intorno al 571, secondo altri verso il 532 e altri ancora verso il 580 (a.C.). Né meglio determinata è l’epoca della sua morte, posta ora nel 497, ora nel 479. Si narra di lunghi e numerosi viaggi da lui compiuti in gioventù; ma nulla di preciso si sa intorno a essi.
Certo è comunque che in età matura, probabilmente verso il 531, egli, insofferente forse del regime tirannico instaurato da Policrate, abbandonò la patria e si trasferì in Italia (a Crotone).
Giamblico riporta la tradizione letteraria secondo cui Pitagora, prima di fondare la scuola di Crotone, viaggiò per alcuni decenni, visitando i maggiori sapienti e i principali luoghi di culto della sua epoca (Mesopotamia, Grecia, Fenicia, Egitto).
In questo numero del quaderno riteniamo interessante proporre al lettore alcune parti significative del libro in cui Giamblico racconta dei viaggi del giovane Pitagora, degli incontri e delle esperienze che sono risultate utili alla sua formazione.
In seguito proporremo la parte in cui Giamblico racconta del periodo trascorso a Crotone (in Italia) durante il quale si caratterizza la personalità e la filosofi a di Pitagora.

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Dopo che Mnemarco ritornò a Samo dalla Siria, con molto guadagno e copiose ricchezze, innalzò un tempio ad Apollo e lo dedicò a Pitio, mentre affidò il figlio, perché venisse educato nelle diverse e più importanti discipline, ora a Creofi lo, ora a Feredice di Sirio, ora a quasi tutti i capi religiosi, a loro raccomandandolo affinché venisse adeguatamente istruito nelle cose divine, secondo le sue capacità. E il fanciullo cresceva il più bello nell’aspetto a memoria d’uomo, riuscendo felicemente il più degno della divinità. Dopo la morte del padre pervenne a tale veneranda dignità e saggezza che, malgrado la sua ancora giovane età, era reputato degno di ogni stima e rispetto, anche da parte degli anziani; e quando appariva in pubblico o parlava, attirava su di sé gli occhi di tutti e riempiva di ammirazione chiunque lo guardasse, onde tra la gente si rafforzò a buon diritto la convinzione che il giovane fosse figlio di un dio. Sostenuto da tale fama e dall’educazione ricevuta fi n dalla prima età, oltre che dalle fattezze fisiche che dalla natura aveva avute simili a quelle di un dio , ancor più accresceva i suoi sforzi, mostrandosi degno dei privilegi di cui godeva, adornandosi delle pratiche religiose, della dottrina, di un’eletta regola di vita, di un saldo equilibrio dell’anima e del decoro del corpo. Nelle parole e negli atti era di una serenità inimitabili, né mai si lasciava prendere dall’ira, né dal riso, né dall’emulazione, né dall’ambizione, né da alcun’altra agitazione o sconsideratezza, quasi che un buon demone fosse venuto ad abitare a Samo.
Perciò, essendo ancora giovinetto, una grande fama di lui giunse presso i sapienti del tempo: presso Talete a Mileto e presso Biante a Piene, diffondendosi nelle vicine città, tanto che in molti luoghi la gente lodava il giovane come l’ormai proverbiale “Chiomato di Samo”, riguardandolo alla stregua di un dio e rendendolo universalmente famoso. Appena Policrate impose la sua tirannide, egli, ancor diciottenne, prevedendone gli esiti e gli impedimenti che avrebbe frapposto ai suoi propositi e al suo ardore di conoscenza cui – al di sopra di ogni altra cosa – si era consacrato, all’insaputa di tutti fuggì nottetempo con Ermodamante, soprannominato Creofileo che diede ospitalità al poeta Omero e – come sembra – ne divenne amico e maestro in tutto. Con lui si imbarcò per andare a trovare Ferecide, e poi il fisiologo Anassimandro e infine Talete a Mileto. Giunto presso di loro, seppe di volta in volta stabilire con ciascuno di essi tali rapporti di dimestichezza, da essere amato da tutti e ammirato per le doti innate di ingegno e messo a parte delle loro dottrine. E così anche Talete lo accolse volentieri nella sua familiarità e, ammirata la sua superiorità nei confronti degli altri giovani, la quale era maggiore e andava ben oltre la stessa fama che l’aveva preceduto, lo mise a parte, per quanto poté, delle scienze e, scusandosi per la vecchiaia e la malferma salute, lo esortò a navigare verso l’Egitto e soprattutto a incontrarsi con i sacerdoti di Menfi e di Diospoli: da costoro egli stesso aveva attinto quanto gli era valso, presso il popolo, l’appellativo di sapiente; e aggiungeva di non disporre, né per natura né per esercizio, delle capacità che vedeva invece in Pitagora, onde preconizzava che, se avesse frequentato quei sacerdoti, egli sarebbe diventato assolutamente il più divino e sapiente degli uomini.

III
Partenza di Pitagora per la Fenicia e suo soggiorno in quel paese. Viaggio in Italia.

Talete, tra l’altro, lo aveva aiutato a fare il massimo risparmio del tempo, onde Pitagora, avendo rinunciato all’uso del vino e della carne e già prima al cibo eccessivo, si limitava a cibi leggeri e facilmente digeribili e, in conseguenza, si era assuefatto a dormir poco e a vegliare, conseguendo così la purezza dell’anima e una perfetta e salda salute fi sica. Così s’imbarcò per Sidone, ben sapendo che quella era la sua città natale e rettamente pensando che di lì gli sarebbe stato più facile raggiungere l’Egitto.
A Sidone, incontratosi coi discendenti del fi siologo e profeta Moco e con gli altri ierofanti fenici, si iniziò a tutti i misteri che si celebravano particolarmente a Biblo, a Tiro e in molte altre parti della Siria, e ad essi attese non per superstizione, come qualcuno potrebbe ingenuamente credere, ma piuttosto per amoroso desiderio di contemplazione e per timore di restare ignorante di qualcosa che, custodito negli arcani e nei misteri degli dèi, fosse degno di essere appreso; e anche perché sapeva che i riti religiosi di quel luogo erano in certo modo importanti e derivanti da quelli egizi, sperando così di poter partecipare, in Egitto, a iniziazioni più belle più divine e più pure. Onde, pieno di gioia, secondo gli ammonimenti del suo maestro Talete, senza frapporre indugi, si affidò ad alcuni nocchieri egizi che assai opportunamente approdarono alle coste sottostanti il monte Carmelo, in Fenicia; dove Pitagora per lo più stava solo nel tempio. Quelli poi lo avevano preso con sé prevedendo di trarre profitto dalla sua bellezza e ricavare molto denaro dalla sua vendita.
Ma quando, durante la navigazione, egli mostrò la temperanza e la nobiltà spirituale di cui era dotato, conformemente al suo abituale tenore di vita, allora i marinai, mutando in meglio il loro animo nei suoi confronti e intuendo nella compostezza della sua figura qualcosa di superiore alla natura umana, si ricordarono che subito dopo l’approdo era loro apparso mentre scendeva dall’alto del monte Carmelo (sapevano che quello era il più sacro dei monti e inaccessibile a molti) a passi lenti, senza volgersi intorno, senza che una rupe scoscesa o impraticabile si trovasse sul suo cammino. Appressandosi alla nave, disse soltanto: “Si va in Egitto ? “. Avendo quelli assentito, egli salì a bordo e si sedette in silenzio, in un posto dove non sarebbe stato loro d’impaccio durante la navigazione. Per tutto il viaggio – di due notti e tre giorni – rimase sempre nella stessa posizione, senza prendere cibo né bevanda, senza dormire, tranne che, inosservato da tutti, non si addormentasse per un po’ nella sua sedentaria, tranquilla immobilità.
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IV
Soggiorno di Pitagora in Egitto e successivo viaggio a Babilonia. Rapporti coi Magi e ritorno a Samo

Di là muovendo, visitò tutti i templi con grandissimo interesse e attenta osservazione, suscitando ammirazione e simpatia nei sacerdoti e profeti che incontrava e facendosi istruire con la medesima diligenza su ogni cosa, non trascurando nessuna delle dottrine allora in auge, nessuno degli uomini famosi per intelligenza, nessuna delle iniziazioni che dovunque fossero celebrate, né tralasciando la visita di quei luoghi nei quali pensava che avrebbe trovato qualcosa di particolarmente importante. Ond’egli si recò presso tutti i sacerdoti, facendo tesoro di quella scienza in cui ciascuno era versato. Trascorse così ventidue anni in Egitto, nei penetrali dei templi, studiando astronomia e geometria e iniziandosi – non superficialmente né a caso – a tutti i misteri degli dèi , finché fu preso prigioniero dai soldati di Cambise e portato a Babilonia. Qui frequentò molto volentieri i Magi, che lo accolsero con la stessa disposizione d’animo: venne istruito nelle cose della loro religione, apprese il perfetto culto degli dèi e raggiunse, presso di quelli, i fastigi della conoscenza dell’aritmetica, della musica e delle altre scienze. Così, dopo dodici anni, ritornò a Samo, all’età di circa cinquantasei anni.

V
Nuovo ritorno a Samo dopo il viaggio all’estero. Con quale mirabile arte Pitagora istruì il suo omonimo discepolo. Viaggi tra i Greci. Sue abitudini di studio a Samo.

Quivi fu riconosciuto da alcuni anziani e ammirato non meno di prima (ad essi sembrò infatti ancora più bello, più sapiente, più simile alla divinità); e, avendogli la patria rivolto invito ufficiale a giovare e a far partecipi tutti quanti dei suoi pensieri, non si rifiutò e intraprese l’insegnamento secondo il metodo simbolico, del tutto simile a quello dell’insegnamento egizio, nel quale era stato educato, anche se i Sami non ne furono molto entusiasti né si attaccarono a lui come sarebbe stato conveniente e necessario. Sebbene dunque nessuno lo seguisse, né fosse veramente preso dall’amore delle scienze che egli tentava in ogni modo di introdurre tra i Greci, non per questo disprezzò né trascurò Samo, che era pur sempre la sua patria, ma volle a tutti i costi che i suoi compatrioti prendessero gusto alla bellezza delle scienze, e poiché non lo facevano spontaneamente , pensò di ricorrere a un ben meditato disegno. Egli osservava attentamente nel ginnasio un giovane che si muoveva con molta agilità ed eleganza nel gioco della palla. Questi era un appassionato sportivo, ma per il resto povero e senza mezzi. Pitagora pensò che proprio lui sarebbe diventato un docile scolaro, se gli fossero stati forniti i mezzi di sussistenza, così da essere libero da tali preoccupazioni. Onde, chiamato il giovane dopo il bagno, gli promise un sufficiente e ininterrotto mantenimento per la cura e lo sviluppo del- la sua educazione sportiva, a condizione che si lasciasse istruire, un po’ per volta, senza fatica e assiduamente, sì da non appesantirsi troppo, in certe scienze che egli stesso, da giovane, aveva appreso presso popoli stranieri, ma che ora rischiava di dimenticare, a causa della vecchiaia e della conseguente perdita della memoria.
Il giovane fece la promessa e prese l’impegno nella speranza del mantenimento; e Pitagora cercò di insegnargli l’aritmetica e la geometria, facendogli le dimostrazioni sull’abaco (tavoletta rettangolare, cosparsa di sabbia o di polvere n.d.r.) e – nel corso dell’insegnamento – per ogni figura o disegno gli dava, come mercede di lavoro, un tribolo. E Ciò continuò a fare per lungo tempo, mentre con molto zelo, pazientemente e con eccellente metodo, lo guidava alla conoscenza scientifica, dandogli inoltre tre oboli per l’apprendimento di ogni figura.
Ma quando il giovane, guidato per una via conveniente, comprese l’eccellenza, il piacere e la coerenza rigorosa che si trovano nelle scienze, allora quell’uomo sapiente intuì quel ch’era accaduto, e cioè che il giovane di propria volontà non si sarebbe più allontanato a nessun costo dallo studio e non gli diede più triboli, adducendo a giustificazione la sua povertà. Lo scolaro allora gli disse: << anche senza quel denaro io sono capace di imparare e d’assimilare i tuoi insegnamenti >>. E l’altro: << io non ho di che vivere, neanche per me. Dovendo quindi pensare a guadagnarci, giorno per giorno, la vita, non è bello distrarsi con l’abaco né con altre inutili vanità <<. Il giovane tuttavia, essendo riluttante ad interrompere lo studio scientifico, replicò: << Per l’avvenire provvederò io a te e – come la cicogna coi suoi genitori – ti renderò il contraccambio, e, a mia volta, per ogni figura, ti darò un tribolo >>. E da allora fu talmente preso dall’amore delle scienze che, unico tra i Sami, abbandonò la patria insieme con Pitagora, avendo il suo stesso nome ma essendo figlio di Eratocle. Di lui si tramandano scritti sull’educazione fisica e anche la prescrizione agli atleti di un’alimentazione a base di carne anziché di fichi secchi, opere che a torto si attribuiscono invece a Pitagora figlio di Mnemarco.
Si narra che in quello stesso tempo Pitagora suscitò grande ammirazione a Delo, quando si accostò all’altare che viene detto incruento, dedicato ad Apollo Genitore e lo venerò. Da allora egli si diede a visitare tutte le sedi degli oracoli e si trattenne anche a Creta e a Sparta per lo studio delle relative legislazioni. Di tutte queste cose fattosi conoscitore ed esperto, ritornò in patria, e si dedicò agli studi che aveva interrotti. Anzitutto fece costruire nella città una scuola, detta ancora oggi “Emiciclo di Pitagora”, nella quale tutt’ora i Sami si riuniscono per deliberare affari di comune interesse: essi reputano infatti che, sul buono, sul giusto e sull’utile si debba indagare nel luogo a tal fine costituito da Colui che di questi studi fu il fondatore. Egli si fece allestire, fuori della città, una grotta, per appartarsi in solitudine nella meditazione filosofi ca e in essa trascorrere gran parte del giorno e della notte, indagando sull’utilità pratica del sapere scientifico, secondo lo stesso intendimento di Minosse figlio di Zeus. E sopravanzò di gran lunga quanti successivamente furono seguaci delle sue dottrine, giacché costoro insuperbirono smodatamente per studi di poco conto, mentre Pitagora diede fondo alla scienza delle cose celesti, pervenendo alla piena comprensione di essa con compiute dimostrazioni aritmetiche e geometriche.