Q10.6 – LE PIRAMIDI IN ITALIA

Le piramidi non sono strutture architettoniche esclusive dell’Egitto o dell’America Centrale. Vi sono piramidi anche in Cina, in Sardegna, in Sicilia, nella penisola italiana e in Bosnia. La cosa non deve sorprendere. I popoli del continente europeo si sono spostati anche su grandi distanze e in tutte le direzioni fin dal Paleolitico, trasmettendosi conoscenze. Non solo, ma è ormai risaputo che le diverse culture, anche senza contatti, hanno avuto sviluppi analoghi. Si pensi ai popoli dell’America centrale, come i Maya, che hanno eretto grandi piramidi senza avere avuto contatti di alcun genere, almeno così si crede, con i popoli del vecchio continente. I manufatti realizzati, pur avendo tutti la forma che giustifica il nome di piramidi, si presentano diversi, in quanto sono stati realizzati con le finalità proprie di ciascun popolo. Le piramidi egizie hanno la forma geometrica di piramide in quanto, come sembra, puntavano il cielo al quale sarebbe asceso il faraone dopo la morte; la piramide dei popoli dell’America era anch’essa rivolta agli dèi, ma si presenta nella forma geometrica di tronco di piramide e sulla sommità contiene il tempio o un altare per i sacrifici; anche la Ziggurat mesopotamica ha la forma di tronco di piramide con il tempio alla sua sommità. Tutte le piramidi sono forse nate a gradoni, anche quelle egizie. Sono infatti a gradoni le piramidi egizie più antiche. La forma della piramide egizia si è poi evoluta per assumere quella geometrica, forse per l’evoluzione verificatasi nella religione sempre più incentrata sulla figura del faraone.

Sardegna

Quelle della Sardegna sono sicuramente le strutture piramidali più significative in Italia. Di particolare interesse è la ziggurat o altare gradinato di monte d’Accoddi, che si trova a circa undici chilometri da Sassari. E’ esemplare unico e nessuno sa spiegarsi con certezza il perché della sua costruzione. La forma è simile a quella tipica della ziggurat della Mesopotamia (una rampa di accesso, più gradoni e alla sommità un tempio) e fu costruita per finalità di culto.

 

Veduta dell'altare con rampa di accesso (Monte d'Accoddi)

All’esterno si trovano tracce di antiche abitazioni, forse costruite per accogliere le persone che presenziavano ai riti religiosi. Nelle vicinanze sono stati rinvenuti: un grande masso rotondo con piccole coppelle, un menhir, un lastrone di pietra con cavità, scolatoi e fori passanti.

Grande lastra ad uso rituale (Monte d'Accoddi)

Nelle adiacenze, in località Su Crucifissu Mannu, si trova una vasta necropoli sotterranea del terzo millennio a.C., interamente ricoperta da lunghi e netti solchi e canali scolpiti sulla pietra (car ruts – ‘solchi di carro’). La necropoli sembra coeva all’altare. Attorno alla lastra di pietra vi erano gusci di lumache, forse consumate come pasto rituale dalle persone presenti ai sacrifici. Nei pressi dell’altare di Monte d’Accoddi sono stati inoltre rinvenuti un gran numero di coltelli, frecce, raschiatoi e simili, quasi che il luogo ospitasse una specie di fabbrica di utensili da destinare ad un’intera comunità, o forse trattasi semplicemente di offerte.

Retro della Ziggurat di monte d'Accoddi con tracce delle capanne

Non è molto credibile che un tale monumento che, come abbiamo detto, è unico nel bacino del Mediterraneo e molto simile a quelli realizzati dalle culture della Mesopotamia, sia stato un’invenzione locale. E’ più probabile che la cultura sarda che lo realizzò, circa agli inizi del III° millennio (costruito su un tempio preesistente), abbia avuto contatti con la Mesopotamia. Non è da escludere, visto che i popoli della Sardegna, contrariamente a quanto si credeva nel passato abbastanza recente, e come poi vedremo, hanno tenuto molti contatti con il resto del Mediterraneo.

Nuraghe Arrubiu

 

Una seconda piramide si trova a Pozzomaggiore. Da alcuni è stata definita una “porcilaia”, secondo altri è un vero e proprio ziggurat. Una terza, che si presenta sempre a gradoni, sembra un connubio tra una piramide e un protonuraghe. Vi è infine un’altra struttura piramidale a gradoni, molto ben conservata, di cui abbiamo solo la foto e sappiamo che tutte, escluso lo ziggurat di monte d’Accoddi, il cui ritrovamento risale agli anni 50 del secolo scorso, sono state scoperte recentemente da Leonardo Melis, scrittore e ricercatore.

Piramide a grdoni sarda

Sicilia

La Sicilia è ricca di beni storico culturali di grande valore e importanza.

Piramide a nord est dell'Etna

  La maggior parte di questi monumenti sono ampiamente noti, meno noto è invece che nell’isola esistono le piramidi dell’Alcantara, in provincia di Catania, e di Pietrapersia, in provincia di Enna. Queste strutture sono simili alle tante altre presenti in giro per il mondo: costruite con murature a secco senza alcun tipo di legante, le scale o i gradoni di accesso alla sommità e la forma, in alcuni casi allungata, sono caratteri comuni a quasi tutte le piramidi. Sull’epoca della costruzione si fanno diverse ipotesi. Quella che sembra meno credibile è l’ipotesi, fatta da alcuni studiosi, che siano state costruite dai latifondisti per controllare dalla sommità della costruzione, che spesso scopre ampi orizzonti, i propri lavoranti. Altri pensano che siano state costruite da uno dei diversi popoli che in antico hanno abitato la Sicilia.

Piramide nella zona dell'Alcantara

Prima dell’arrivo dei Greci e dei Fenici, l’isola fu abitata dai Sicani, un popolo che, racconta lo storico greco Tucidide, proveniva dall’Iberia ed occupò tutto il territorio scacciando i Ciclopi. Nel 1400 a.C. giunsero, provenendo dalle coste calabresi, i Siculi che occuparono la parte orientale dell’isola spingendo i Sicani verso quella occidentale. Infine, nell’età del bronzo, giunsero in Sicilia gli Elimi, provenienti dall’Anatolia, uno dei “popoli del mare”; Tucidide dice che sarebbero stati un gruppo di Troiani sfuggiti dalla loro città distrutta dai Greci. Quale di questi popoli fu il costruttore delle piramidi siciliane, non è dato sapere. Nel parlare delle piramidi siciliane si deve considerare che la maggior parte di esse sono costruite ai piedi dell’Etna e formano attorno al vulcano una specie di arco di circonferenza. Questa disposizione ha qualche relazione con il vulcano e con le conseguenze delle sue eruzioni per le popolazioni locali?

L’altare piramidale di Bomarzo
Nella campagna viterbese, nei pressi di Bomarzo, un singolare monumento sacro, attribuito agli Etruschi, è nascosto nel fitto della vegetazione. Poco noto al pubblico e trascurato dagli archeologi, è stato oggetto di attenzione da parte dello studioso Giovanni Feo.

 

Parte frontale dell'altare di Bomarzo

 Un gruppo di persone, organizzato dalla rivista Fenix e guidato da Giovanni Feo, si inoltra nella selva per raggiungere il monumento. Il gruppo incontra lungo il percorso un edificio a due piani, interamente scolpito nella roccia che Feo ritiene essere “… un antico sito sacro, un priviolegiato ‘luogo alto’, già frequentato dai Rinaldoniani in epoca preistorica. Probabilmente l’attuale forma di casa venne realizzata dopo e quasi certamente vi fu un riutilizzo in età medievale, forse come eremo e sepolcro per un importante personaggio». L’edificio dista circa trenta metri dall’altare piramidale, oggetto principale della visita. Lungo il percorso Giovanni Feo parla dei cosiddetti “luoghi alti” e dei Rinaldoniani. «Molti secoli prima degli Etruschi, nel 4000 a.C. circa, gli strategici “luoghi alti”, sulla sommità di forre vulcaniche solcate da importanti vie d’acqua, furono frequentati dai Rinaldoniani (e il gigantesco “luogo alto” che ci accingiamo a visitare si trova, ad esempio, proprio in una zona collegata al sistema fluviale del Tevere). La cultura Rinaldoniana, durata almeno due millenni, si impiantò e si diffuse proprio lungo i corsi d’acqua, sulle rupi di sommità, al di sopra dei fiumi. I Rinaldoniani scolpirono le pietre, non solo per farne dei sepolcri, ma anche per avere dei marcatori territoriali, oppure per fini astronomici e di culto. Furono i primi a scoprire i luoghi alti del territorio e a lavorarne le rupi». Il gruppo raggiunge finalmente l’altare piramidale. Il manufatto risulta ricavato da un enorme masso di pietra vulcanica ed è ancora in buono stato di conservazione. Si erge per circa 15 m, è composto da tre livelli raggiungibili da diverse scalinate, per un totale di circa 50 gradini. Come in altre strutture etrusche con funzione religiosa, anche qui il numero dei gradini potrebbe essere legato a un preciso simbolismo: «Probabilmente era in relazione al simbolismo dell’ascensione verso il Cielo, il mondo divino, e quindi potrebbe indicare i diversi passi dell’ascesa, che tradizionalmente è considerata di 7 fasi successive o multipli di 7 ». Spiega Feo che aggiunge: «La struttura architettonica è impostata secondo la nozione archetipica dei tre mondi, Cielo, Terra e Inferi, corrispondenti rispettivamente: all’area apicale, dove si compiva il rito, all’area intermedia, dove si preparavano le offerte e le altre ritualità, e allo spazio alla base dell’altare, dove rimaneva la gran parte dei partecipanti. Alla cima dell’altare, a cui si giungeva per una scala di nove gradini, poteva accedere solo l’officiante ». Oltre a sedili e nicchie, sulla facciata si nota un lungo solco trasversale, che è collegato a delle piccole vasche di raccolta: «liquidi consacrati venivano versati in questa complessa canalizzazione sacrificale». Tramite le offerte il sacerdote poteva entrare in comunicazione con la divinità e invocare il suo aiuto o ricevere responsi. L’altare, databile verso il VII-VI sec. a.C., è stato scolpito dagli eredi della tradizione sacra, «l’etrusca Disciplina, che in quei secoli detenevano e tramandavano i dettami dell’antica scienza sacra, un compendio di tutte le conoscenze, arti e tecniche, compresa l’arte di edificare nei luoghi “giusti” del territorio. Proporzioni e forme riflettono un modello armonioso, frutto di una tecnica e di un sapere raffinati che, nel nostro caso potrebbero aver permesso alle genti dell’antica Bomarzo di realizzare tale opera: nel fosso Castello e in quelli contigui, che portano verso la valle del Tevere, vi fu un’ampia diffusione di questo tipo di altari rupestri e ciò può far supporre che la mano d’opera fosse locale“. L’orientamento della costruzione è impostato verso punti cardinali intermedi, tipico di templi e necropoli etrusche, tuttavia è probabile che il masso, prima ancora di essere sagomato, fosse già utilizzato come punto di osservazione dei cieli. L’altare in età etrusca doveva presentarsi non troppo dissimile da come lo possiamo ammirare oggi; l’unico elemento oggi mancante, a parte gli scalini interrati, “sono alcune tettoie, sostenute da pali lignei, che probabilmente erano disposte in certi punti speciali della scalinata”. Anche il paesaggio circostante, nella quasi generalità rappresentato dalla massiccia presenza di macchia mediterranea, non doveva essere molto diverso da quello attuale, se escludiamo alcuni tipi di piante estintesi nel corso dei secoli. Nelle vicinanze si trova una “via cava” che conduce proprio verso l’altare, anche se purtroppo adesso è invasa dalla vegetazione e, quindi, di difficile eccesso: “è una tipica tagliata etrusca, anche se fu riutilizzata in epoca romana. Le vie cave erano percorsi sacri e non ordinarie vie di comunicazione”. Il monumento viene genericamente incluso tra quelli denominati localmente “sasso del predicatore”, per la somiglianza con un pulpito. Gli altri altari sono della stessa epoca e sempre scolpiti su massi megalitici, ma con dimensioni finali assai ridotte rispetto al nostro, anche se alcuni di essi potrebbero aver subito parziali modi fi che, “per esempio in età romana. Il riutilizzo di monumenti religiosi è un dato immancabile”. 

I due livelli delle scalinate di accesso alla sommità dell'altare

L’altare di Bomarzo sarebbe dunque un unicum nel panorama delle predette similari strutture architettoniche etrusche? “Per quanto è a mia conoscenza questo altare, per forme e dimensione, è unico per grandiosità e complessità ed è da ricondurre a un modello archetipico universale, seppure con variazioni locali che ritroviamo, ad esempio, nelle piramidi maya o nelle civiltà dell’estremo Oriente, “altari con una gradinata che conduce a uno speciale punto di osservazione del cielo e del territorio”. Un territorio che, nel caso dell’altare di Bomarzo, spazia a largo raggio verso Umbria e Lazio. “Si tratta di opere molto importanti per coloro che le eressero: luoghi di culto e di osservazioni scienti fiche al tempo stesso, siti strategici e sacri”. Osservando la complessità architettonica dell’altare piramidale ci corre quasi l’obbligo di raffrontare lo stesso con un monumento situato in località Sorgenti della Nova (Viterbo), che potremmo I due livelli delle scalinate di accesso alla sommità dell’atare definire un prototipo degli altari etruschi. Scoperto negli anno ’80 dall’archeologa N. Catacchio Negroni, si tratta di una grande masso di tufo, nel quale sono stati scolpiti una gradinata e un punto apicale, ove si svolgevano le funzioni rituali. Denominato Scala Santa, è databile al XII-XI secolo a.C., essendo opera dei proto-villanoviani (una delle etnie, di probabile origine balcanica, che partecipò alla nascita della confederazione etrusca). Viene chiesto a Feo se è possibile ipotizzare una certa evoluzione stilistica maturata nel corso dei 3-4 secoli che separano le due opere “I monumenti dell’architettura sacra etrusca furono concepiti e realizzati secondo dei modelli tradizionali che, per molti secoli, furono sempre uguali; credo che l’evoluzione stilistica nei diversi periodi non sia così influente, in quanto le concezioni di basi furono le stesse”. L’altare, seppure limitatamente ad alcuni aspetti architettonici, può ricordare le ziggurat mesopotamiche, anche se queste ultime furono interamente costruite in muratura, mentre il nostro è frutto di un immane lavoro di scultura rupestre. Feo, pur ribadendo una maggiore appartenenza del monumento al già citato modello dell’altare con gradinata, non boccia questo raffronto, perché “esistono evidenti connessioni tra la civiltà mesopotamica e l’Etrusca, soprattutto a livello di culto e religione”. Conseguentemente, il discorso scivola sulla presenza di costruzioni analoghe alla nostra, estendendo la ricerca proprio sulla zona di provenienza dei primi Etruschi e in quelle dove lasciarono una maggiore impronta della loro presenza o passaggio, prima di approdare sulle coste tirreniche: il regno anatolico di Arzawa, l’isola di Lemno, La Sardegna. “Possiamo trovare monumenti simili all’altare etrusco nella regione, anch’essa culla dell’arte rupestre, comprendente le terre di Anatolia, Armenia e Arzebaijan, l’antica Asia Minore. A Lemno potrebbero trovarsi simili monumenti su una delle tante alture vulcaniche che, finora, credo nessuno abbia esplorato. Ho visitato più volte la Sardegna, ma non ho visto niente di simile all’altare di Bomarzo, eppure conoscendo la ricchezza dell’isola, credo che qualcosa di paragonabile al predetto possa trovarsi”. (1)

(1) Tratto dall’articolo “Altare piramidale di Bomarzo” pubblicato nel n. .. dela rivista Fenix (O. Carig, S.Tavani)