Q10.2 – LA CULTURA DI RINALDONE

La ricerca dei fondamenti della nostra cultura oggi interessa molte più persone di quanto avvenisse in un recente passato. Nei libri di storia, su cui ha studiato la generazione delle persone di mezza età, non si parlava della “cultura di Rinaldone”, al massimo si studiava la civiltà etrusca come quella che aveva preceduto la romana, senza fra l’altro evidenziare troppo l’importanza che ha avuto la prima per il successo della seconda. Chi scrive ricorda di avere letto nei libri di storia dell’epoca (di poco successiva alla caduta del fascismo) il nome di Sovana (Suana) citata come una delle importanti città etrusche che avrebbe avuto fino a 1.000 abitanti nel periodo di massimo splendore. Dei “Rinaldoniani” nessun cenno, forse è così anche per la storia raccontata nei libri attuali, sebbene si sappia che la prima scoperta di una necropoli (quindi, non una singola tomba) scavata nel tufo di questo popolo risalga al 1903 (oltre un secolo fa), grazie all’archeologo Pernier che la individuò vicino a Ferento, un importante centro etrusco nelle campagne di Montefiascone, non lontano dal lago di Bolsena. La ricerca non si è fermata a quella scoperta, gli archeologi hanno continuato a scavare, seppure limitandosi allo scavo delle necropoli, così che di tombe attribuite a questa cultura ne sono state scoperte molte altre – per esempio, nella media valle del Fiora: Botro del Pelagone (Manciano), Corano (Pitigliano), Poggio Formica (Pitigliano) (2), a volte riutilizzate dagli Etruschi intervenuti successivamente a occupare gli stessi luoghi. Un contributo importantissimo a queste scoperte si deve alla professoressa Nuccia Catacchio Negroni dell’Università di Milano, che è ancora attiva nello studio di questa cultura. L’associazione Tages si è occupata dei Rinaldoniani, e non poteva non farlo vista l’importanza della scoperta dell’osservatorio di Poggio Rota, risalente proprio all’epoca in cui la “cultura di Rinaldone” (metà del III° millennio a.C.) era presente nella valle del Fiora. Allo stato delle ricerche, il popolo di Rinaldone risulta avere occupato le regioni dell’Italia centrale, come è stato per la successiva civiltà etrusca, con particolare concentrazione nella valle del fiume Fiora e in quella del fiume Marta, emissario del lago di Bolsena.

In proposito la Negroni scrive: “L’analisi dell’organizzazione territoriale ha permesso di individuare una zona di grande concentrazione, che abbiamo chiamato .area nucleare.10, collocata sostanzialmente nel medio corso del Fiora. Qui le necropoli si organizzano per gruppi più o meno ravvicinati, la cui distanza reciproca varia da 1 a 5 chilometri. Quella di Ponte San Pietro sembra costituire il centro di tutto il sistema …”

Centro del cerchio dei monoliti del complesso di Poggio Rota

Pietra equinoziale e spazio della parte nord-est del complesso con evidenti tracce del manufatto scoperte con lo scavo archeologico eseguito dalla Prof.ssa Negroni

 

Si discute ancora sull’origine degli Etruschi: è un popolo emigrato in Italia dalla Lidia, regione dell’attuale Turchia, come afferma Erodoto, o si è formato per evoluzione di una popolazione autoctona? La maggioranza degli studiosi italiani propende oggi per la seconda ipotesi.

Per noi, come per gli studiosi non italiani, è verosimile l’ipotesi della provenienza dall’esterno di questo popolo, in quanto gli studi più diversi, non solo l’archeologia, confermano la tradizione riportata da Erodoto, riguardo alla grande “migrazione tirrenica” del X sec.a.C.

Sembra certo che nel periodo che intercorse tra la scomparsa dei Rinaldoniani e l’arrivo degli Etruschi storici, sul territorio dell’Italia centrale arrivarono altre popolazioni (fra le quali l’Appenninica), che, rimaste sul territorio per circa sette secoli, hanno sicuramente lasciato tracce della loro presenza. La certezza che prima degli Etruschi il nostro territorio sia stato abitato da un popolo che ha lasciato i semi di elevate conoscenze scientifiche, come l’osservatorio di Poggio Rota nel territorio di Pitigliano, ci rende particolarmente curiosi e desiderosi di saperne di più e ricostruirne, nei limiti del possibile, le vicende. Purtroppo le ricerche degli studiosi sui Rinaldoniani, come è avvenuto fino ad alcuni decenni fa per gli Etruschi, sono state indirizzate, come si è detto, quasi esclusivamente al mondo dei morti. Pochissime indagini, almeno per quanto ne sappiamo, sono state indirizzate alla ricerca di tracce che ne studiassero il contesto della vita vissuta. Per questo motivo si può parlare solo di “cultura” e non di “civiltà” di Rinaldone. “Con la parola civiltà” scrive Giovanni Feo “si indica un tipo di società evoluta dove gli uomini vivono secondo leggi e norme dettate da uno Stato, da una fede e da una morale. … “ Forse, se la ricerca riuscirà a scoprire elementi sufficienti, potremo in futuro parlare di “civiltà di Rinaldone”.

Ascia a martello da Rinaldone (foto Wikipedia)

Oltre alla Prof.ssa Nuccia Catacchio Negroni, dei Rinaldoniani hanno scritto diversi autori fra i quali l’archeologo e linguista Claudio De Palma; ne parla anche Alberto Palmucci nella sua ricerca sull’origine degli Etruschi. Giovanni Feo nel suo libro Giganti Etruschi (sottotitolo “Storia e leggende dei figli della terra”) scrive che lo studio dei reperti trovati nelle tombe fanno pensare che i Rinaldoniani provenissero dall’area egeoanatolica, la stessa area di provenienza di quegli Etruschi che nei primi secoli del primo millennio a.C. giunsero sulle coste dell’Etruria. La comparsa in Italia dei Rinaldoniani è fissata intorno al 4000 a.C.. Il periodo è di poco successivo a quello che Marija Gimbutas individua come quello della prima migrazione della “cultura kurgan”. E’ verosimile che l’arrivo di nuovi popoli, per giunta di indole guerriera, possa avere provocato la migrazione dei Rinaldoniani che, lasciate le coste egee, sarebbero migrati verso il centro Italia.

La migrazione dei Rinaldoniani può essere avvenuta non solo per sfuggire ai pericoli di un’invasione, ma forse anche per partire alla ricerca dei metalli sulla via dell’Occidente, i cui territori erano conosciuti dai popoli dell’area egeo-anatolica come ricchi di giacimenti metalliferi. Siamo infatti alla fine del neolitico, noto per la grande rivoluzione nel campo delle conoscenze che si verificò fra popoli dell’Europa Antica, presenti nell’area anatolica e mediterranea. Popolazioni dell’area anatolica, sotto la pressione esercitata dalla nuova invasione di popoli provenienti dall’Oriente (1° invasione kurgan), si sarebbero mossi sul Mediterraneo alla ricerca di nuovi territori. Sarebbero sbarcati in Sardegna e sulle coste dell’Italia tirrenica per poi diffondersi su tutta l’Italia centrale ed oltre.

Dotati di importanti conoscenze nel campo della metallurgia e dell’astronomia ed avendo l’agricoltura alla base della propria economia, i Rinaldoniani potrebbero avere sfruttato queste conoscenze per erigere osservatori utilizzati dalla classe sacerdotale per fornire le indicazioni necessarie al popolo che operava. Costruiti per scopi pratici, quegli osservatori megalitici furono anche sacrari per funzioni religiose, diventando centri di culto. Nello stesso periodo, circa alla metà del terzo millennio a.C., quando i Rinaldoniani presenti nel nostro territorio erigevano l’osservatorio astronomico di Poggio Rota, un’altra cultura, presente lungo le rive del Nilo, erigeva le piramidi, anch’esse monumenti megalitici.

Nel territorio della valle del Fiora è presente il tufo, roccia vulcanica di facile lavorazione, le tracce lasciate sulle rocce dalla cultura di Rinaldone sono molteplici, molte sembrano avere relazione con l’astronomia come le tante coppelle e altre lavorazioni rupestri rinvenute nel territorio tosco-laziale, altre con il culto della fertilità e delle acque, come “la Grotta dell’Utero” (incisioni su pareti a strapiombo, fosso della Nova).

Grotta dell'Utero (Pitigliano - Gr)

Si è scritto sopra che la cultura di Rinaldone sembra essere scomparsa per ignoti motivi dal territorio italiano all’inizio dell’età del bronzo, sostituita da altre culture, tra cui l’Appenninica. Infine giunsero in Italia gli Etruschi ad occupare gli stessi luoghi. Fra la cultura di Rinaldone e gli Etruschi esistono notevoli somiglianze. Entrambe le civiltà appartengono alla cultura dell’Antica Europa, sembrano provenire dalla stessa area anatolica, hanno il culto della dea e il rispetto della donna, inumano i propri morti in tombe scavate nella roccia; i Rinaldoniani, più antichi, utilizzano particolari ritualità nella sistemazione del corredo funebre attorno alla salma, gli Etruschi depongono la salma su letti scavati nella roccia e pongono nella tomba corredi più o meno ricchi, secondo lo stato sociale del defunto, spesso scavano la tomba dandole l’aspetto di una vera e propria abitazione in vita. Sembra che non abbiano depredato le tombe dei predecessori, come è quasi sempre avvenuto al sopraggiungere di popoli diversi in una certa area, anzi ne hanno avuto rispetto quasi che si trattasse dei propri antenati: è emblematico il caso della tomba numero 7, nella necropoli di Naviglione, vicino a Farnese. La tomba risultò riutilizzata nel periodo etrusco. Gli archeologi, nel ripulirla scoprirono una piccola cavità nella roccia che conteneva due vasi rinaldoniani ancora integri. Il fatto fu interpretato come atto di rispetto per i precedenti utilizzatori della tomba.

“L’uso del termine cultura per defi nire gli insiemi degli aspetti di una comunità antica è carico di troppi significati storici, filosofici, antropologici, e anche politici perché possa essere usato senza un’ulteriore, ennesima specificazione. In questa sede il termine è riferito a una comunità ormai strutturata, il cui territorio è chiaramente individuabile, anche se le aree di confine sono ancora relativamente labili e i cui caratteri sono facilmente riconoscibili e interdipendenti come gli elementi di un sistema …” – Nuccia Catacchio Negroni

“… Nel 1941, mentre si costruiva la strada tra Farnese e Manciano, venne in luce la necropoli di Ponte San Pietro, in territorio di Ischia di Castro: fu chiamato a scavarla l’allora giovanissimo Ferrante Rittatore Von Wuller (1942) che, da quell’anno e fino alla sua scomparsa avvenuta nel 1976, ha dedicato gran parte delle sue ricerche alla valle del Fiora e a Rinaldone in particolare … “ – Nuccia Catacchio Negroni