Q1.5 – NAVIGATORI E SCRIBI …

Tratto da “NELLA SPIRALE ETRUSCA”
Navigatori e scribi tra i popoli pre – romani
di Carlo ROSSI
Carlo Rossi è nato e risiede nella cittadina (di origine etrusca) di Chianciano Terme. Insegna storia e filosofia nei Licei Poliziani della vicina Montepulciano.

Prefazione di Furio Durando al libro di Carlo Rossi:

Senza presunzione, senza polemica , ma con l’animo di chi s’appaga delle risposte parziali e sempre più spesso tautologiche della cosiddetta etruscologia ufficiale, Carlo Rossi ci regala in queste pagine le riflessioni di un cultore non allineato della storia dei Ràsna. Una collocazione fuori dal coro senza autocompiacimenti, la sua, frutto esclusivo di un approccio di ricerca egregiamente condensato nella frase “pensano davvero che una corretta metodologia ci possa esonerare dalla percezione dello spirito di un luogo ?”: perché – a dispetto di tanta topografia antica improntata ad una lettura fredda, materialistica e funzionalistica del territorio e del paesaggio – il senso dell’esserci che lega l’uomo all’ambiente è logico ed esoterico insieme.

(Furio Durando è archeologo e storico dell’arte etrusca)

Introduzione dell’autore al libro

Cammino lentamente lungo il piccolo sentiero che costeggia il Folonia*. E’ stata un’estate piovosa e anche un fiume piccolo come questo fa sentire la sua voce che risuona comunque amichevole sulla mia sinistra. Mi immetto sulla stretta via cava che inizia a salire. Certo non è un trekking impegnativo, ma con i muschi bagnati che riescono incredibilmente a crescere sulla liscia roccia, devo prestare attenzione. Le coriacee foglie dei faggi e dei castagni iniziano a cadere e nuovamente calpesto questi primi segnali dell’autunno. Adesso la tagliata spiana nuovamente. Non c’è poi molto alla meta del mio pellegrinaggio.
Ecco! Queste monumentali tombe a dado sono davvero incredibili… Il rumore delle acque ormai fa parte di me e non c’è nessun altro che possa frapporsi tra me e questo luogo. E’ un posto davvero unico!
Il questi momenti sembra davvero di sentire la loro presenza: da quel mondo senza forma e senza tempo in cui adesso si trovano, il loro enigmatico sorriso ci accompagna ancora benevolo. Le piccole, labili consapevolezze che, dopo molteplici letture e rituali visite a musei, credevo di avere su questi nostri avi, si sono in gran parte frantumate dopo il contatto con i loro boschi e con molti dei loro luoghi ivi nascosti.
E qui ho captato alcune tracce che continuo a coltivare dentro di me. Tracce che mi hanno portato ad alcune considerazioni che vorrei in qualche modo esplicitare.
Prima di tutto non chiediamoci, di fronte a molti di questi luoghi, soltanto a cosa potessero servire e quale fosse la loro funzione. Perché una spiegazione solamente funzionalistica di certe realtà è sicuramente riduttiva. Può negarci l’accesso al vero significato del profondo rapporto che quella gente aveva instaurato con la dimensione della sacralità. Rapporto che non si negava alla natura, ma che cercava invece di compenetrarla nella sua interezza e nelle sue contraddizioni. E, d’altronde, come non considerare divini questi luoghi?
Sono nato e ho l’opportunità di vivere nella terra le cui ricchezze questi avi hanno saputo valorizzare tanto bene. Queste colline, queste acque… il nostro mare e il nostro cibo. Il tufo, la creta e le celle francescane. L’eleganza della semplicità e il saper guardare avanti senza pregiudizi.
E ancora, La civiltà etrusca, le fortezze medioevali, gli imponenti centri cittadini dei primi Comuni, il Rinascimento, il 1786 e, ancora dopo, il coraggio dei ragazzi male armati che decisero comunque di andare sui monti… è difficile immaginare di vivere in un altro luogo.
Amo troppo questi spazi per non sentirmi frustrato di fronte alla crescente diffusione di pregiudizi che potrebbero svalutare la portata sapienziale di questo lontane genti.
Ci sono persone, anche autorevoli, che quando sentono parlare di “misteri” degli Etruschi si irritano terribilmente. Prima di tutto perché, secondo loro, questi misteri sono in gran parte superati. La lingua ? Si legge. Alcuni la chiariscono anche a chiunque veda l’Etruscologia soltanto come un hobby. Basta leggere l’ultimo loro libro strenna, magari con la copertina ammiccante e piane di buoni propositi. La loro religione, le loro origini… ma di fronte alle possibilità offerte dalle moderne tecnologie perché gli studiosi ben “strutturati” dovrebbero perdere ancora il proprio tempo in certe cose ?
Mi chiedo: queste persone, che così efficacemente hanno classificato reperti e citazioni, si sono mai sedute su queste rocce semplicemente per osservare e pensare ? Pensano davvero che una corretta metodologia ci possa esonerare dalla percezione dello spirito di un luogo? Il mistero degli Etruschi esisterà sempre, anche quando non ci saranno più misteri, e ciò semplicemente perché questa era la reale dimensione della loro ricerca.
Il mistero è ineludibile quando ci si guarda dentro con profondità. Quando la consapevolezza della non – dualità ci mostra come il divino dimori in ogni cosa e non ci sia alcun confine reale tra noi e il Tutto.
Viene da pensare ad una frase di Lawrence: “chi creca nozioni obbiettive sulle civiltà scomparse ? Ciò che noi cerchiamo è un contatto. Gli Etruschi non sono una teoria o una tesi. Se pur sono qualcosa, essi sono semmai una esperienza”.
Certo che è importante classificare e contestualizzare, ma la storia degli uomini esige che la porta della ricerca rimanga sempre aperta e che i dogmi non sostituiscano mai la riflessione critica. L’uomo che studia se stesso deve essere sempre conscio della precarietà del proprio pensiero.
Un pensiero zen ci richiama alla nostra condizione parlando di “un occhio che vede, ma non può vedere se stesso; una spada che taglia, ma non può tagliare se stessa”.
A quella ricerca che, in Italia, si è arrogata il primato della scientificità nel negare misteri e vedere solo linee di continuità nei reperti di questa gente, verrebbe da ricordare che proprio le scienze esatte (che costituiscono un modello di riferimento per questa tipologia di addetti ai lavori) hanno evidenziato da tempo non solo le immense possibilità, ma anche i limiti insormontabili della ricerca razionale. Che si tratti del principio di indeterminazione di Heisenbeng o del teorema di Godel, mi sembra ormai che la dimensione della certezza si sia, anche in questo contesto, ampiamente relativizzata.
Queste vie cave portavano sicuramente tanto lontano quanto vicino.
Ma la luce che filtra attraverso le foglie si va facendo più fioca. Devo rimettermi in cammino.
Dall’altro lato del fiume parte un piccolo sentiero che sale fino a dei colombari sospesi nella rupe. In uno di questi c’è un’apertura strapiombante, sul lato opposto all’entrata, da cui si possono osservare enormi costoni tufacei dove il lavoro di quelle genti fu incessante e continuo.
Lì amo sedere a osservare la natura, le piante secolari e i caprioli che scendono a valle al tramonto per cercare qualcosa da mangiare. Devo allungare il passo.

* Il fosso del Folonia e la necropoli omonima si trovano nelle immediate vicinanze di Sovana (n.d.r.).