Q1.11 – SUPERORGANIZZAZIONE

RITORNO AL MONDO NUOVO
di Aldous Huxley

Ne Il mondo nuovo Huxley prefigura e ipotizza una società totalitaria pianificata nel nome del razionalismo produttivistico, dove tutto è sacrificabile a un malinteso mito del progresso. In cambio del mero benessere fisico i cittadini di questa società devono rinunciare a ogni emozione, a ogni sentimento e a ogni difesa della propria individualità.
Ventisette anni dopo, nel 1959, con il saggio Ritorno al mondo nuovo, Huxley riesamina le sue profezie alla luce degli avvenimenti di quegli anni, sottolineando che quanto aveva raccontato con il linguaggio del paradosso e dell’ironia è già entrato a far parte, inavvertito, della realtà.
Un documento inquietante che costringe a riflettere sul prezzo che quotidianamente siamo chiamati a pagare per costruire il futuro.

Si riporta il brano: “Superorganizzazione

La via più breve e più larga che conduce al mondo nuovo passa, come già accennato, per una tappa fondamentale: l’eccesso di popolazione, l’accresciuto ritmo di incremento demografico: due miliardi e ottocento milioni oggi, cinque miliardi e cinquecentomilioni al volgere del secolo, sì che all’umanità si pone la scelta tra l’anarchia e il controllo totalitario. Ma la crescente pressione del numero sulle risorse disponibili non è la sola forza che ci spinge verso il totalitarismo. Questo cieco nemico biologico della libertà si allea ad altre forze potentissime, generate dai progressi tecnologici di cui più andiamo orgogliosi. Orgogliosi a buon diritto, potremmo aggiungere; infatti tali progressi sono frutto di intelligenza, di lavoro continuo e difficile, di logica, di fantasia, di sacrificio: in una parola derivano dalle virtù morali e intellettuali, che noi non possiamo non ammirare. Ma la natura delle cose è tale che a questo mondo nessuno ottiene mai nulla per nulla. Questi progressi ammirevoli, stupendi, si scontano. Anzi, già li stiamo scontando, come la lavatrice elettrica comprata l’anno scorso, e le rate sono sempre più gravose. Storici, sociologi, psicologi hanno scritto molto, e con molto impegno, sul prezzo che l’uomo d’occidente ha pagato e sta pagando per il progresso tecnologico. Affermano, per esempio, che difficilmente può sperarsi che fiorisca la democrazia nelle società in cui il potere economico si concentra e si centralizza sempre di più.
Ma il progresso della tecnologia ha portato, e sta portando, proprio a questa centralizzazione del potere. L’apparato della produzione di massa, migliorando la sua efficienza tende a farsi sempre più complesso e costoso, meno accessibile quindi all’imprenditore che abbia mezzi limitati. Non solo: la produzione di massa non sta in piedi senza distribuzione di massa, e la distribuzione di massa crea problemi che solo grossi produttori possono risolvere adeguatamente. Dove la produzione e la distribuzione divengono fenomeni di massa, grave è lo svantaggio dell’Uomo Piccolo, che non possiede una sufficiente riserva di capitale operante. Se entra in concorrenza con l’Uomo Grosso, perde prima i quattrini, e poi la qualità sua medesima di produttore indipendente; l’uomo grosso lo ha ingoiato. E scomparendo l’uomo piccolo, una quantità sempre maggiore di potere economico si riduce nelle mani di un numero sempre minore di individui.
Sotto la dittatura la Grande Impresa, resa possibile dal progresso tecnologico e dalla conseguente rovina della Piccola Impresa, , cade sotto il controllo dello Stato; cioè di un piccolo gruppo di dirigenti politici e militari, di poliziotti, di funzionari che eseguono certi ordini. In una democrazia capitalista, come gli Stati Uniti, la Grande Impresa cade sotto il controllo di quella che il Professor C. Wright Mills definisce “élite del potere”. Questa élite impiega direttamente la forza lavorativa di milioni di cittadini nelle sue fabbriche, nei suoi uffici, nei suoi negozi, altri milioni controlla, e anche meglio, prestando loro i soldi perché comprino i suoi prodotti; ed essendo proprietaria dei mezzi della comunicazione di massa, influenza pensieri, sentimenti e azioni di tutti, in pratica. Parodiando una frase di Churchill potremmo dire che mai è accaduto cha tanti uomini si lasciassero manipolare da un così ristretto gruppo. Siamo assai lontani dall’ideale jeffersoniano di una società veramente libera, composta da una gerarchia di unità capaci di autogovernarsi, “l’embrionale repubblica del quartiere, la repubblica della contea, la repubblica dello Stato e la repubblica dell’Unione, che formano una gradazione di autorità”.
Noi vediamo dunque che la tecnologia moderna ha portato alla concentrazione del potere economico e politico, e alla formazione di una società controllata (spietatamente negli stati totalitari, pulitamente, nascostamente nelle democrazie) dalla Grande Impresa e dal Gran Governo. Ma le società sono composte di individui e sono buone solo nella misura in cui aiutano gli individui a realizzare le proprie possibilità, e a condurre vita felice e creativa. Ebbene, i progressi tecnologici di questi ultimi anni in che senso hanno agito sull’individuo? Ecco la risposta del filosofo e psichiatra Erich Fromm:
La nostra società occidentale contemporanea, nonostante il progresso materiale, intellettuale e politico, è sempre meno capace di condurre alla sanità mentale, e tende a minare invece la sicurezza interiore, la felicità, la ragione, la capacità d’amore nell’individuo; tende a trasformarlo in un automa che paga il suo insuccesso di uomo con una sempre più grave infermità mentale, con la disperazione che si cela sotto la frenetica corsa al lavoro e al cosiddetto piacere.

La nostra “sempre più grande infermità mentale”può esprimersi in sintomi nevrotici, palesi, quanto mai desolanti. Ma “attenti” continua il dottor Fromm “a non ridurre l’igiene mentale alla semplice prevenzione dei sintomi. I sintomi, in quanto tali, sono per noi non nemici, ma amici; dov’è un sintomo, là è conflitto, e conflitto significa sempre che forze vitali lottano ancora per l’integrazione e la felicità”. Le vittime veramente disperate dell’infermità mentale si trovano proprio fra gli individui che paiono normalissimi. “Molti di essi sono normali solo perché si sono adattati al nostro modo d’esistenza, perché la loro voce di uomini è stata messa al silenzio in età così giovane che essi nemmeno lottano , né soffrono, né hanno i sintomi del nevrotico.” Non sono normali, diciamo così, nel senso assoluto della parola; sono normali solamente in rapporto a una società profondamente anormale. Il loro perfetto adattamento a quella società normale è la misura della loro infermità mentale. Questi milioni di individui abnormemente normali, che vivono senza gioia in una società a cui, se fossero pienamente uomini, non dovrebbero adattarsi, ancora carezzano “l’illusione della individualità” ma di fatto sono stati in larga misura disindividualizzati. Il loro conformismo dà luogo a qualcosa che somiglia all’uniformità. Ma “uniformità e libertà sono incompatibili. Uniformità e salute mentale sono anch’esse incompatibili….L’uomo non è fatto per essere automa, e se lo diventa, va distrutta la base della sanità mentale”.