Q1.10 – IL “MELTING POT”

Brano tratto dal libro “MISTERI ANTICHI
di Michael Baigent

Michael Baigent, saggista con interessi che spaziano dalla storia delle religioni alle civiltà antiche e all’esoterismo, opere principali: il Santo Graal, l’Eredità messianica, Misteri Antichi. E’ coautore di “Il mistero del Mar Morto” e “L’elisir e la pietra” (con Richard Leigh e Henry Lincoln).

Il “melting pot” *

L’alchimia come la conosciamo oggi apparve per la prima volta nei lavori di Bolo di Mendes, una città nella parte orientale del delta del Nilo. Bolo visse durante i regni di Tolomeo I e II, fu testimone della nascita della biblioteca di Alessandria, e morì intorno al 250 a.C. Nella sua dottrina si uniscono due grandi movimenti mistici. Da una parte, la tradizione misterica egiziana, in particolare quella della magia, che compare in molti dei suoi scritti sotto forma di incantesimi e formule, la cui recitazione deve essere associata a suoni e a un particolare tipo di respirazione. Dall’altra, gli insegnamenti e le arti curative della filosofia pitagorica, anche se Pitagora era ormai morto da 200 anni.
Bolo di Mendes fu un pitagorico convinto. Credeva che la materia, nelle sue infinite forme, non fosse altro che l’aspetto superficiale della sottostante unità armonica ed era perciò convinto che le forme materiali fossero malleabili, e che ogni forma potesse essere trasformata in un’altra; il piombo, per esempio poteva trasformarsi in oro. Non era solo un mistico, ma aveva acquisito anche grandi competenze pratiche nelle arti chimiche e metallurgiche.
Bolo di Mendes fu, in breve, una figura di fondamentale importanza sia per la diffusione delle dottrine pitagoriche in Egitto, sia per lo sviluppo di quella che in seguito divenne l’alchimia. I misteri alchemici si fusero poi con gli scritti più tardi dei libri di Ermeste, che già riunivano i temi della mistica egiziana e pitagorica, e che, probabilmente, devono molto a Bolo e ai suoi compagni. Ma, allo stato attuale degli studi, questo legame si può solo ipotizzare. Il ruolo svolto da Bolo nella storia dell’alchimia sarebbe più chiaro se avessimo il testo del libro da lui scritto, Argomenti fisici e mistici, di cui, invece, purtroppo, ci restano solo alcuni frammenti.
Dagli scritti che ci sono rimasti, Bolo risulta una persona intelligente e onesta, che agisce sempre spinto dai migliori motivi, anche se sembra che fosse considerato dai suoi allievi un conservatore. In uno dei frammenti del suo libro, si lamenta dei “giovani” che rifiutano di credere nella virtù delle arti da lui insegnate; un tipo di frustrazione che qualunque insegnante, in qualunque periodo storico, potrebbe condividere.
Da questi estratti, Bolo emerge come una figura di grande umanità, l’equivalente antico, forse, di un professore universitario o di un religioso: conservatore, pieno di buone intenzioni, e fedele trasmettitore della tradizione. Il che è causa di maggiore stupore quando scopriamo che, nonostante le sue qualità, molti degli studiosi moderni del mondo classico non lo amano affatto. Il professor Peter Fraser, per esempio, autore di uno studio per altri aspetti affascinante su Alessandria durante il dominio greco, lo considera uno dei principali artefici “del declino di Alessandria e della scienza greca in generale”. Come mai Bolo causa tanta animosità ? E in ogni caso, quella che Fraser chiama la “scienza greca” era ancora di là da venire: Ipparco, Ero e Tolomeo dovevano ancora nascere. Dev’esserci qualcos’altro a infastidire tanto Fraser.
Il fatto è che quando parliamo di alchimia tocchiamo, per così dire, un nervo scoperto del mondo accademico, che ha cercato in tutti i modi di rendere torbide le acque del mare filosofico da cui Bolo emerge. In parole povere, la filosofi a mistica spaventa gli studiosi ortodossi. Vediamo perché.

Gli studiosi moderni e la manipolazione della storia

Le idee creano sistemi di pensiero che, a loro volta, sono il motore dei movimenti di massa, delle guerre, delle conquiste degli imperi.
I sistemi di pensiero somigliano al programma di un computer: servono a vagliare e interpretare i dati, nel nostro caso gli eventi storici, ma in se stessi non sono né giusti né sbagliati. Funzionano solo in rapporto ai dati, cioè agli avvenimenti.
Possono esserci tuoni e fulmini, e contemporaneamente può morire un re. Il significato di ciò dipende dal sistema di pensiero a cui ognuno di noi aderisce. Per molte culture, il fatto che la morte di un sovrano avvenga durante un temporale è la prova dell’ira degli dèi che l’uomo deve dunque placare con riti e sacrifici. Altri credono che il re sia morto proprio a causa del temporale, nel qual caso i riti per placare la divinità non servirebbero più a niente. Un altro sistema ancora considera i due avvenimenti del tutto arbitrari, senza alcun collegamento fra di loro e privi di qualunque significato. Questa è l’interpretazione fornita dal nostro moderno sistema di pensiero, quella che la scienza appoggia.
Il mondo moderno può essere considerato come l’espressione del sistema di pensiero creato dall’antico filosofo Aristotele, che per primo affermò che solo la ragione può scoprire la vera natura della nostra realtà. Per “ragione” si intende la discussione intellettuale, la logica, la deduzione, lo scetticismo e altri processi simili; è chiaro, dunque, che Aristotele non dava alcun valore alla rivelazione.
Il pensiero del grande filosofo ateniese ebbe grande influenza anche sul cristianesimo, da cui ci si aspetterebbe, invece, un punto di vista ben diverso. Nel XIII secolo Tommaso d’Aquino unì i principi della filosofia aristotelica alle dottrine dogmatiche della Chiesa, e fu grazie a questo connubio che, nei secoli successivi, si sviluppò un sistema teologico che sopravvive ancora oggi.
Ma la realtà racchiude molto più di quanto possiamo vedere, toccare, odorare, assaggiare, misurare, pesare e, in generale, registrare. Esiste una parte del mondo reale che si trova dopo, o al di là, di ciò che è fisico, una parte che chiamiamo metafisica, o soprannaturale e che comprende tutto ciò che viene definito “divino”.
La teologia dogmatica tende a localizzare l’aspetto divino in sfere particolari che gli sono proprie. Altre religioni sostengono che il divino non può essere localizzato, ma è immanente in tutti gli aspetti della creazione, sia fisici che metafisici; che chiunque, dopo avere ricevuto una preparazione e seguendo condizioni particolari di vita, può averne esperienza diretta, attraverso la rivelazione.
Questo è ciò che insegnavano Pitagora, Platone, Bolo di Mendes e le dottrine ermetiche, e che evidentemente è in opposizione a ciò che insegnavano Aristotele e i suoi seguaci.
Per sostenere l’eredità di Aristotele, si è fatto di tutto per frammentare, isolare e respingere qualunque prova che potesse dimostrare che la rivelazione fa parte di una tradizione filosofica ininterrotta. Di conseguenza, filosofi come Pitagora o Bolo di Mendes vengono presentato come figure isolate che remano inutilmente contro la corrente della storia la cui forza risiede nella ragione, nella logica e in ciò che è razionale.
Ma l’esempio di Bolo di Mendes rivela che un’antica tradizione mistica, basata sulla rivelazione ma con risvolti pratici derivati soprattutto da Pitagora e, attraverso di lui, dagli egiziani, dai babilonesi, e dagli zoroastriani, non solo è sopravvissuta, ma si è conservata attraverso i secoli, fino a giungere in Egitto e fiorire in un ambito già di per sé ricco di elementi mistici e magici.
Bolo di Mendes non è stato, per così dire, un’infiorescenza spontanea e improvvisa, ma è invece il continuatore di una lunga tradizione pitagorica quasi completamente ignorata dalla storia del pensiero. Tale tradizione non solo è continuata dopo di lui, ma si è rafforzata e diffusa. Spesso veniva definita alchimia, o presentata come l’opera di Ermete Trismegisto e, nonostante non ci sia pervenuta in forma scritta, è comunque sopravvissuta grazie alle testimonianze di un alchimista, Zosimo, che visse cinquecento anni più tardi a Panopolis, una città dell’alto Egitto, oggi nota come Akhmim.
Secondo Zosimo, in quei cinquecento anni la tradizione alchemica venne conservata segretamente nei templi egiziani.

* “Melting pot” viene usato dagli storici per indicare quel fenomeno del “mescolarsi” dei vari elementi che producono la nascita delle civiltà.