LE VIE CAVE NON SONO SOLO STRADE

LE VIE CAVE NON SONO SOLO STRADE
Le “tagliate” nel tufo di Pitigliano e Sorano e di altre località dell’area del tufo, formato dalle eruzioni dei vulcani volsini, è oggetto di dibattito culturale. La lettura che ne ha dato Giovanni Feo, come percorsi sacri, spesso non è condivisa. E’ comprensibile che questa sia la sensazione che ne hanno i visitatori, numerosi, delle “tagliate” presenti nei pressi dei centri abitati. Le “vie cave”, come San Giuseppe e Fratenuti di Pitigliano che sono molto visitate, partono dal fondovalle per salire verso l’alto dei pianori che caratterizzano il paesaggio circostante. E’ comprensibile che il visitatore abbia l’impressione che si tratti di vere e proprie antiche strade, ne hanno l’aspetto e conservano i segni della frequentazione da parte di persone e di animali, specialmente l’asino, il principale mezzo di trasporto e di movimento utilizzato fin dall’antichità.
Neppure gli archeologi e gli altri accademici hanno indagato in modo adeguato queste vie, veri e propri monumenti, qualificandole come vie scavate nella roccia tufacea, con fini di viabilità. Probabilmente gli studiosi non si sono addentrati abbastanza nel territorio per scoprire che di vie cave ne risultano tracciate moltissime, a volte con andamento rettilineo, altre con andamento curvilineo, spesso una parallela all’altra, divise da una parete di tufo e comunicanti attraverso aperture. In tutti i casi sono presenti tombe o necropoli.
Giovanni Feo, unico vero conoscitore del territorio che ha percorso con l’attenzione dello studioso, alla ricerca dei segni lasciati dall’uomo sulla roccia tufacea.
In un articolo, pubblicato dalla rivista Fenix n. 129 del 13 luglio 2019, del quale si riprendono parti significative, Giovanni Feo ripercorre le sue scoperte:
“… La prima volta che ne attraversai l’ingresso (delle vie cave) ebbi la netta impressione di entrare in uno spazio alieno, concepito per ragioni e finalità difficilmente comprensibili per la mentalità moderna. A provocare sconcerto e sorpresa furono soprattutto le gigantesche dimensioni del percorso delimitato ai lati da pareti alte oltre i venti metri, dove sono ben visibili i fitti segni lasciati dalle punte e dalle martelline etrusche. Gli amici che mi avevano accompagnato mi spiegarono che l’opinione comune era che quelli fossero i resti di un antico percorso viario etrusco. Delle “strade” quindi, null’altro che strade. …Da allora ho iniziato una ricerca, uno studio che, dopo più di due decenni, ha recentemente portato a nuove e interessanti scoperte.
Venti anni fa sentii il bisogno di conoscere quale fosse l’opinione degli archeologi su queste monumentali vie. Mi recai presso il museo archeologico di Grosseto dove la direttrice gentilmente mi mostrò tutto il materiale esistente sull’argomento. Il risultato, dopo ore di lettura si può sintetizzare: l’opinione degli specialisti è che le vie cave siano strade etrusche, in alcuni casi romane, ma comunque sempre e solo delle “strade”. Inoltre, nei diversi testi, le notizie si limitano comunque a scarne citazioni senza approfondimenti. Stranamente, queste eccezionali opere rupestri non erano state prese in considerazione negli studi di etruscologia. Altre ricerche, in diverse biblioteche, non hanno aggiunto elementi nuovi e oggi la situazione è ancora ferma a vent’anni fa.
Ho, quindi, iniziato un minuzioso lavoro di indagine e di studio delle differenti vie cave, delle iscrizioni incise sulle pareti e su ogni altro particolare che potesse dare un senso agli enigmatici percorsi scavati nella roccia.
Il principale elemento che nella ricerca si è subito imposto all’attenzione è una semplice constatazione: strade e vie, in ogni paese e civiltà, sono sempre state aperte e spianate “sopra la terra” e anche oggi è questa la pratica in uso. Le vie etrusche furono, invece, scavate “dentro lo strato roccioso della terra”, secondo una modalità di lavoro che risulta laboriosa, lunga e molto complessa. Infatti, procedendo nel taglio graduale della roccia occorreva un piano d’opera che tenesse conto dei diversi livelli di scavo da ottenere, così da poter progettare l’andamento del percorso, quasi sempre curvilineo e in forte pendenza. Il sistema usato dagli etruschi, con molta probabilità, era quello di iniziare il taglio in cima al poggio su un’altura rupestre. Il taglio proseguiva discendendo verso il fondovalle, così il materiale roccioso asportato poteva essere fatto rotolare verso il basso risolvendo il problema dell’accumulo dei macigni e del pietrame già tagliato.
Per progettare una simile opera però occorreva un piano di lavoro più che preciso e, soprattutto, specifiche motivazioni che giustificassero la necessità di tagliare e spostare migliaia di tonnellate di roccia. Quale fu questa motivazione? Per quale funzione o finalità furono scavati questi percorsi? Già a un primo approccio risultò evidente come fosse assolutamente sterile immaginare un utilizzo permanente, funzionale e pratico delle vie cave. A risolvere parte del problema si presentò un altro elemento ricorrente: dove c’era una via cava, immancabilmente vi era situata una necropoli. Dopo un’attenta ricognizione, risultò che non esisteva una via cava isolata, ovvero che non attraversasse una necropoli. La deduzione logica era che tali vie erano “vie sacre”, concepite secondo un’idea di un utilizzo sacrale del territorio.
In seguito, dopo alcuni anni spesi in ricognizioni, l’ipotesi inziali ha trovato ulteriori conferme. Grazie ad altri elementi chiarificatori, non ultime le iscrizioni etrusche leggibili sulle pareti delle vie cave, iscrizioni di esclusivo carattere sacro, come la dedica al dio celeste Tinia, nel “cavone” di Castro, e l’iscrizione nel “cavone” di Sovana dedicata a Vertune, il dio solare, anticamente chiamato Velthe.
Anche i cristiani, nel Medioevo, riconobbero la sacralità delle vie cave e vi edificarono chiese, eremi, oratori ed edicole rupestri in prossimità dei sepolcri etruschi. Croci cristiane e locali etruschi cristianizzati sono l’ennesimo segno della destinazione sacra di questi percorsi. L’evidenza è ancora più pregnante nel caso delle chiese sospese, cioè costruite sulle pareti rocciose di alcune via cave (Pitigliano).

REALIZZAZIONI PARALLELE
Durante la ricognizione per definire il tracciato delle tagliate, mi imbattei in qualcosa che gli archeologi ignoravano: in una note necropoli rupestre di Sovana (Sopraripa) mi accorsi a un ingresso a una via cava, semi occluso da un macigno franato. Strisciando e infilandomi in uno stretto pertugio, passai oltre e mi trovai all’interno di una “tagliata” ben conservata, con l’ingresso dei sepolcri che si affacciano direttamente sulla via. La presenza delle tombe confermava che le vie cave erano “vie sacre”. Ma l’elemento nuovo e sorprendente era un altro: dietro una parete della via era stato aperto un secondo percorso, perfettamente parallelo al primo. In poche parole: le due vie cave si snodavano parallele con la sola parte a dividerle. Gli ingressi – due a valle e due in cima al poggio – erano a pochi metri di distanza. Quale era il senso di tagliare e asportare tonnellate di roccia per aprire la via e poi replicare questo immane lavoro lì accanto ottenendo due vie accoppiate che conducevano negli stessi luoghi? E’ evidente che la duplicazione del percorso non poteva avere fini puramente funzionali, in quanto per la viabilità era sufficiente una via; l’altra risultava un inutile doppione. Queste vie cave parallele (San Sebastiani, Sovana) furono le prime di una lunga serie ad essere scoperte. Sempre a Sovana individuai che l’imponente via chiamata “il cavone” era collegata tramite ingressi coperti dai rovi ad altre tre delle vie cave, delle quali una parallela; complessivamente ben quattro vie cave intercomunicanti attraversano il vasto pianoro di Poggio Stanziale, una delle principali necropoli di Sovana, con sepolcri monumentali (a “camera”, a “tempio”, a “dado”, a “edicola”) datate dall’VIII secolo a.C. fino all’epoca della romanizzazione. Un imponente complesso architettonico sacrale attraversato da un curvilineo percorso di vie “tagliate” nella roccia per un totale approssimativo di due chilometri e mezzo di lunghezza.
Un secondo complesso di vie cave, situato nella campagna di Pitigliano (fosso La Nova) rivelò un tracciato ancora più enigmatico: le “tagliate” avevano un andamento con curve molto accentuate, così da formare un percorso simile alle volute del classico dedalo labirintico dei sigilli cretesi. Anche in questo caso le vie sacre attraversavano una necropoli e luoghi sacri di varie civiltà (villanoviana, etrusca, romana, cristiana), non ultimi, alcuni eremi medievali e locali rupestri di supposta frequentazione templare. Più ho proceduto nell’indagine, più la mia spiegazione, che le identifica come vie sacre e rituali, e non comuni strade ha preso consistenza ma, allo stesso tempo la ricerca è divenuta ancora più enigmatica.

NEL VENTRE DELLA TERRA
In seguito mi fu mostrato un nuovo complesso di vie cave in uno sperduto poggio tufaceo ricoperto dalla fitta macchia mediterranea nei dintorni di Pitigliano. Qui, sulla parete alta del colle, si contavano in tutto sette vie tagliate nella roccia. Di queste, tre sono perfettamente parallele e seguono un percorso diritto quasi senza curve. Le tre vie hanno le parti divisorie in comune. Iniziano una affiancata all’altra e terminano sempre appaiate. Differentemente dalle altre vie cave, curvilinee e discendenti verso il fondo valle, queste tre sono diritte, perfettamente in piano. Se fossero strade ne sarebbe bastata una, a meno che non si voglia scherzare e pensare a un “senso alternato” per il traffico dei pedoni.
Di certo si è in presenza di opere la cui concezione risulta oggi inspiegabile. Non stupisce che accademici e geologi non se ne siano finora occupati.
Recentemente, durante un’escursione nelle gole vulcaniche di Sorano (fosso di Castelsereno), mi sono imbattuto in un secondo complesso di tre vie cave perfettamente parallele. Le vie si snodano lungo il fianco orientale di un’alta collina di tufo ricoperta da fitti boschi cedui. Sul fondovalle si ammira la profonda forra vulcanica, che unisce le pendici del monte Elmo con Sorano. Le tre vie cave parallele sono un mistero di pietra, procedono per lungo tratto sullo stesso piano e, tramite aperture nelle pareti si può accedere da una via all’altra. Sono identiche, seguono le stesse curve per tornare poi diritte e talvolta perdersi nel fitto della boscaglia. Intorno abbondano lavorazioni rupestri, pozzi, scalini, sepolcri, tagli nella roccia e nicchie. Da quanto sinora detto risulta che il percorso tracciato dalle vie cave non segue un modello ripetuto ma, in molti casi, presenta un tracciato sempre diverso, raddoppiato o triplicato o anche, inspiegabilmente diritto.
La datazione delle “tagliate” è possibile. Una chiara indicazione la offrono i sepolcri all’interno delle vie che, nel sito di Poggio Buco di Pitigliano, sono datati all’VIII secolo e la prima metà del VI a.C.. Alla fine del VI secolo l’insediamento etrusco di Poggio Buco decadde per essere poi abbandonato quasi del tutto. Da allora il sito non ha più ospitato insediamenti.
La vie cave etrusche possono, dunque, vantare una remota antichità, probabilmente ne esistevano già tra l’VIII e il VII secolo prima di Cristo. Ma potrebbero essere anche i resti di una sconosciuta civiltà. Non si può escludere che gli etruschi le avessero trovate già lì, ereditate da una precedente civilizzazione e poi riutilizzate, come alcuni ricercatori ipotizzano.
Le vie cave etrusche, con le tombe che si affacciano dall’alto dalle pareti come occhi oscuri e il percorso che si snoda tra giochi d’ombre e improvvisi raggi di Sole, sono lo scenario giusto per le processioni e le celebrazioni funerarie degli antichi Tirreni, con musiche, danze, banchetti e offerte rituali. Lo scenario sacrale sembra essere questo.
Penetrare nel mondo ipogeo della Madre Terra, Uni Phersipnai o Voltumna, e aprirsi questi varchi sotterranei fu un’opera di scienza e spiritualità il cui senso profondo ancora sfugge ai moderni. Per i Tirreni fu forse un’offerta sapiente e magica, dedicata alla loro dea della terra.
Il culto della terra per gli etruschi che modellarono vaste aree sacre e rupestri, significò penetrare fisicamente e ritualmente nel mondo sotterraneo, nel corpo della dea terra, per ricercarvi conoscenza e sacralità.”.

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