LE ‘AIOLE’ DEL LAGO

Alessandro Fioravanti mostra il kernos proveniente dai fondali del lago di Bolsena

I QUATTRO TUMULI SOMMERSI NEL LAGO DI BOLSENA

Sotto le acque del lago di Bolsena e sopra quattro sorgenti di acque termali (calde e fredde), riposano quattro tumuli di dimensioni gigantesche. Il più grande, il Gran Carro, è alto cinque metri, lungo ottanta e largo sessanta. Furono ovviamente eretti all’asciutto, prima che salisse il livello delle acque (X sec. a.C.), sommergendoli a seguito di un presumibile evento sismico. (1)

Ma quale ignoto popolo concepì e realizzò queste opere ciclopiche?

L’ipotesi avanzata dagli archeologi è che i tumuli siano stati eretti dal popolo della cultura villanoviana (o proto-villanoviana), nell’età del bronzo finale (XII-IX sec. a.C.). Ma perché tutti e quattro i tumuli furono eretti sopra sorgenti termali? Ed è senza valore il fatto che vennero tutti posizionati ad una stessa distanza dall’antica sponda del lago?

La scoperta di questi singolari monumenti preistorici, chiamati popolarmente “aiole”, fu di Alessandro Fioravanti, ingegnere, archeologo e archeo-sub, soprannominato il “genio del lago”.

Nessuno, dai lontani anni cinquanta del Novecento sino ad oggi, ha più preso in considerazione quelle opere che, silenziosamente, urlano la loro totale alienità e non appartenenza al nostro mondo e alla nostra visione “scientifica”. Le ‘aiole’ sono opere frutto di altri saperi, che esulano dalla formazione accademica dei nostri scienziati. Nelle ‘aiole’ restano forti i segni di una scienza antica, che era anche uno stile di vita, che i nostri scienziati ed esperti intuiscono, ma preferiscono evitare. A parte le eccezioni, ovvero chi non ha fette di prosciutto davanti agli occhi.

Ricostruzione di un’aiola prima dell’innalzamento delle acque del lago

Infatti, oltre agli studi condotti da Fioravanti, non esistono altre ricerche sulle ‘aiole’ di Bolsena, proprio nulla.

Vediamo quali sono le principali ipotesi che si presentano oggi all’indagine, imperniate su due fondamentali domande: chi le realizzò e perché?

L’ipotesi “villanoviana” è suffragata dal fatto che sulle ‘aiole’ e nei pressi sono state trovate evidenti tracce di un insediamento villanoviano, ma come ha più volte rimarcato lo stesso Fioravanti e come documentato dalle ricerche di altri archeo-sub, sui tumuli fu trovata calcificata anche non poca ceramica più antica, dell’età del rame.

Aiola sommersa

Nell’età del rame (IV-III millennio a.C.) l’area del lago di Bolsena fu abitata dalla cultura di Rinaldone, che ha preso nome dal luogo di ritrovamento della prima necropoli rinaldoniana scoperta. Il sito di Rinaldone dista pochi chilometri dal lago e dalle due ‘aiole’ poste sul versante sud-est di Bolsena (Gran Carro e Fossetta). Ai Rinaldoniani è attribuito il cerchio di pietre megalitico di Poggio Rota (Pitigliano , Gr), un osservatorio e tempio astronomico del terzo millennio a.C. Lo stesso popolo ha lasciato numerose tracce del suo passaggio sulle rupi tufacee della valle del Fiora, territorio confinante con il lago di Bolsena. E, probabilmente, se si eseguissero ricerche estensive, si troverebbero non poche tracce dei Rinaldoniani anche nel territorio di Bolsena.

Le ‘aiole’ appartengono ad un tipo di opere di dimensioni ciclopiche che, per quanto si sa, non sembra caratteristico della cultura villanoviana, mentre, come dimostrato da Poggio Rota e dagli altri siti scoperti nella valle del Fiora, è tratto peculiare della cultura di Rinaldone.

La freccia indica l’aiola sommersa del Gran Carro

La presenza di ceramica dell’età del rame e la tipologia ciclopica e monumentale fanno ritenere probabile l’attribuzione delle ‘aiole’ alla cultura di Rinaldone, più che a quella villanoviana.

Riguardo alla funzione delle ‘aiole’, non sono da sottovalutare i “solchi” scolpiti sulla riva rocciosa, di fronte al Gran Carro, e gli altri solchi che fuoriescono sul fondale da sotto il tumulo.

Questi solchi, sotto il tumulo, furono ovviamente scolpiti all’asciutto, prima dell’innalzamento dell’acqua e prima di erigere il tumulo.

Quando i Rinaldoniani giunsero sul lago, vi trovarono una situazione paradisiaca, un ambiente superlativamente ricco di fauna, flora, acque calde e termali, minerali e fertilità del suolo; un ambiente comunque anche selvaggio e incontaminato; prima di loro infatti non sono state trovate tracce di rilevanti insediamenti umani.

Sotto il pelo dell'acqua si vede il profilo dell'aiola in località Il TempiettoVicino alla riva del lago è visibile la sagoma dell’aiola in località Tempietto

Ma perché erigere colossali tumuli sopra le sorgenti termali?

In un primo tempo è verosimile ritenere che i Rinaldoniani, individuate le quattro sorgenti termali, vi abbiano scolpito e tracciato i solchi per incanalarvi le preziose acque calde.

Il culto delle acque sorgive è tra i più antichi e diffusi.

Poi, però, vi costruirono sopra i grandi tumuli, che possono far pensare a dei grandi “tappi”, come per chiudere il flusso dell’acqua dal sottosuolo, ma non del tutto, perché da sotto i tumuli, i solchi canalizzavano sempre l’acqua verso l’esterno.

 

Dunque è probabile che i tumuli non vennero costruiti per fermare del tutto il flusso dell’acqua sorgiva ma, piuttosto, per regolarne in qualche modo lo scorrimento.

Se si tratta semplicemente della regimentazione delle acque termali, qual è allora il senso dei colossali tumuli?

La loro spropositata grandezza può forse avere avuto uno scopo simbolico (simbolo di “grandiosità”) o forse in relazione alla sacralità, ovvero rappresentare, come le ‘mastaba’ egizie o i ‘kurgan’ indoeuropei, un archetipico modello di monte o altura sacra, un sacrario terreno elevantesi verso il cielo e i suoi dei.

I solchi del Gran Carro sulla riva del lago

Quasi duemila anni dopo, gli Etruschi, in due località sul versante nord ed est del cratere, fecero qualcosa di … troppo simile.: due templi architettonici, a Turona e sul monte Landro, ambedue intenzionalmente costruiti sopra faglie vulcaniche dove, nel sottosuolo, scorrono acque molto calde i cui vapori risalgono fino a raggiungere le strutture templari.

Su questi santuari etruschi si hanno diverse informazioni che possono essere utili per comprendere quale fosse l’originaria funzione delle ‘aiole’ scoperte dall’ingegner Fioravanti. L’uso di vapori esalanti dal sottosuolo è ampiamente attestato nell’antichità classica, per esempio a Delfi e presso il tempio di Giove Anxur (Terracina), dove una sacerdotessa o un sacerdote erano in contatto con quelle esalazioni, per scopi oracolari, ritenute il soffio o alito della dea della terra. Per i templi di Turona e del monte Landro è evidente l’intento dei sacerdoti e costruttori di mitigare o invertire le forze sacrali e distruttive del mondo inferiore e vulcanico, rappresentate dal “mostro Uoltam” della celebre leggenda volsiniese.

Quelle sotterranee acque bollenti, emesse dalle viscere del vulcano, furono per Etruschi e Rinaldoniani un elemento sacro molto speciale. Come direbbe Plinio: vi percepivano la sacralità dell’acqua e del mondo infero. E qui arriviamo alla scienza sacra degli antichi popoli, di cui nulla sospettano i dotti professori delle nostre accademie, giudicandola primitiva e frutto di superstizione, senza però valutare che un numero molto elevato di chiese cristiane, ancora nel medioevo, venne edificato sopra corsi d’acqua sotterranei. Sotto la cattedrale di Chartres convergono diciotto corsi d’acqua sotterranei; la chiesa fu costruita sopra un sottostante tumulo preistorico. Le analogie sono lampanti.

Kernos, recipiente di ignota funzione, rinvenuto da Fioravanti sul fondo del lago

E’ però possibile un’altra ipotesi, del tutto diversa, anche se integrabile con quella descritta. Le ‘aiole’ possono avere avuto una funzione analoga a quella dei grandi tumuli pugliesi, le “specchie”,

anch’essi ritenuti di età preistorica (o protostorica). Le ‘specchie’, come dice il nome, si “specchiano”, cioè si vedono l’un l’altra; oppure, dal latino “specula”, cioè luogo di vedetta, di osservazione. Le ‘specchie’ si è infatti pensato che siano servite quali marcatori territoriali, ugualmente ai nuraghi sardi. Dunque si tratterebbe di monumenti utilizzati per segnare un luogo dove osservare il territorio (per scopi difensivi) e la volta celeste (culto astrale e misurazione del tempo). Ma anche luoghi divenuti carismatici, dove i capi e i sacerdoti delle comunità si ritrovavano per le più importanti riunioni e assemblee. Tutte ipotesi che sembrano valide sia per le ‘specchie’ che per le ‘aiole’ e i ‘nuraghi’ sardi. Si tratterebbe, infine, di opere derivate da una perduta “scienza” del territorio e dell’ambiente, una scienza o dottrina gestita dalla casta sacerdotale, secondo una concettualità con parametri ancora da scoprire. L’origine di tali saperi e tradizioni probabilmente era già antica nell’età del rame e potrebbe essere stata tramandata per millenni, già dal primo neolitico.

Frammenti di ceramica del bronzo
Frammento di ceramica proto-villanoviana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Note

(1)    Vedi di Alessandro Fioravanti ed Emilio Camerini “L’abitato villanoviano del Gran Carro”, Roma 1977.

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