LA STORIA DEI VINCITORI

Riprendiamo l’articolo dal nostro Quaderno n. 12 (pag. 11) per proporlo nella versione in lingua inglese 

LA STORIA DEI VINCITORI VA RISCRITTA

English text

Il cuore di una civiltà, la sua anima parla certamente attraverso i suoi manufatti, oggetti e prodotti, ma è il significato delle sue opere, le sue idee e intuizioni che ne esprimono la sua autentica identità.
Falsare il valore delle idee di un popolo, deformando il senso della sua cultura e religiosità, equivale a colpire la sua vera essenza, offendendo la sua intima natura. La Storia insegna che è ben possibile deformare il significato di certi eventi, al fine di strumentalizzare la storia stessa, in modo da rappresentare, per
esempio, i propri nemici come gente indegna e quindi meritevole di essere eliminata o punita.
La storia è stata veramente scritta dai “vincitori”. I “vinti”, tanti, non hanno trovato voce per la loro storia, ed è inevitabile che le attuali conoscenze storiche siano spesso profondamente falsate, perché manipolate e filtrate da autori di parte o, ancora peggio, distorte da dogmatismo e credenze che non ammettono confronti né autocritica.
La manipolazione e falsificazione dei dati storici è una realtà molto più comune di quanto si creda. E’ l’arma prediletta per chi sguazza nei giochi di potere, imbastiti per mantenere potere e autorità sopra i propri simili.
Un grande scrittore e divulgatore di materia etrusca, Werner Keller, nella prefazione a “La civiltà etrusca”, ha scritto che “non c’è stato popolo e civiltà antica così maltrattato e frainteso come l’etrusco”. Keller parla di vera operazione di discredito, banalizzazione e falsificazione della storia etrusca e, oggi, possiamo constatare che l’operazione denunciata dal Keller continua ad essere portata avanti; da molti, inconsapevolmente, perché incapaci di valutare
ciò che è stato loro insegnato; da altri consapevolmente, per mantenere lo status quo e per fini puramente personali che nulla hanno da spartire con la Storia e la ricerca della verità storica.
E’ risaputo che la svalutazione della civiltà etrusca e del suo ruolo di civiltà fondatrice nell’Italia antica, ha avuto inizio dopo la cacciata degli Etruschi da Roma. Nei secoli successivi, con la Repubblica e poi con l’Impero romano, i Romani edificarono la “città eterna” grazie alle tecniche, ai saperi, alle conoscenze e alle arti dei Tirreni, ma ufficialmente, ciò che era “etrusco” non era più “romano” e doveva essere oscurato, ridimensionato, per esaltare invece la romanità, semmai invocando la lontana e mitizzata discendenza troiana, ma mai quella etrusca.
E’ da allora che inizia una damnatio memoriae del ciclo storico etrusco e del suo significato, che non trova eguali nella storia dell’antica Grecia, né nell’Egitto dei faraoni, né tra i Celti che, anzi, riuscirono ad integrarsi con la religione cristiana, preservando parte delle loro tradizioni e traghettandole nell’evo moderno.
Il destino della civiltà etrusca, civiltà-madre dell’Italia antica, non si è ancora compiuto, la sua storia deve essere ancora raccontata.
La damnatio memoriae e le persecuzioni inquisitorie sono continuate per tutto il medioevo cristiano, semplicemente perché quella etrusco-romana era la religione “rivale”, la “vecchia religione”, equiparata alla stregoneria. In realtà si trattava di un culto ancestrale saldamente radicato nelle campagne e province di tutta la penisola, in forme popolari e non, conservatosi fino agli inizi del ventesimo secolo, come documentato da Charles G. Leland.
Dopo due millenni di svalutazione, la civiltà etrusca è stata infine presentata da archeologi e storici come una civiltà minore, appendice decadente del mondo greco. L’immagine fornitaci degli Etruschi è di un popolo di ricchi mercanti, obesi e viziosi, appartenuti a un mondo arcaico in via di estinzione, superstiziosi e ossessionati dalla morte e dai demoni della loro fosca religione.
Tutti luoghi comuni, il cui fine è di evitare di di parlare di chi per primo, in Italia, ha recato la scrittura, la pietra squadrata, la musica strumentale, la metallurgia perfezionata, la pittura, l’ingegneria terrestre, l’idraulica, la rete viaria,praticamente tutto ciò che fa una “civiltà”.
In sintesi, emergono oggi due visioni della storia che stridono tra loro: quella che è impegnata a esaltare la “romanità”, imperialista e guerrafondaia, ponendo in soffitta gli Etruschi, e l’altra che cerca di capire cause e concause che hanno portato alla nascita della civiltà romana. Le risposte sono ovviamente nello studio degli Etruschi, che posero le fondamenta della futura Roma. Ma, se si deformano e falsano la cultura, la religione e la storia degli Etruschi, come si è fatto, la stessa Roma e le origini del Cristianesimo divengono sconnesse e falsate.
Invece le tre fasi storiche sono strettamente interconnesse e l’una ha interagito con l’altra in un modo che, fi no ad oggi, non è stato ancora possibile approfondire. Il cuore, l’essenza della civiltà etrusca, era un luogo fisico,
chiamato “Tempio di Voltumna”. Là, ogni anno, i dodici popoli si incontravano, celebravano l’unità religiosa (e non politica), con riti e cerimonie per i comuni dèi. Lucumoni, auguri, aruspici, fulguratori, sibille, sacerdotesse, musici e i rappresentanti del popolo etrusco si rivolgevano alla divina diade, Veltha e Voltumna. Il tipo di religiosità, ben lungi dall’essere tetra, fatalista e superstiziosa, confluì nella religione romana, sotto il governo dei re etruschi in Roma. Una religione di origini preistoriche, esaltatrice della vita e del mistero della morte, interessata ai fenomeni naturali e sovrannaturali.
La visione della vita e del cosmo, tramandata dalla casta lucumonica e trascritta in libri sacri, insieme all’orfismo e agli insegnamenti pitagorici, furono gli elementi formativi sia della civiltà etrusca, sia di quella romana e di quella cristiana. Connessioni che pochi storici hanno affrontato.

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