LA PROTOSTORIA IN ETRURIA

Testo di Alberto Pozzi, autore del volume: MEGALITISMO Architettura sacra della preistoria – società archeologica comense

ANTICHE POPOLAZIONI DELL’ETRURIA   Dalla preistoria agli Etruschi

L’origine degli Etruschi  ha stimolato la formulazione di pareri diversi nel corso di ben 2500 anni.  Infatti gli autori antichi (greci e latini fra cui Erodoto – VI secolo a.C.) hanno descritto questo popolo come originario della zona egeo-anatolica, mentre diversi archeologi italiani hanno sostenuto che gli Etruschi fossero un popolo evolutosi  in Etruria, sia pure assorbendo altre culture. Altri hanno sostenuto che gli Etruschi fossero di origine centro-europea. Queste ultime due conclusioni traggono forse origine dal desiderio di assegnare alla popolazione attuale della Penisola una discendenza diretta dalla Roma imperiale (concetto già nato agli albori dell’unità d’Italia, ma soprattutto sostenuto nel ventennio fascista). L’importanza culturale degli Etruschi è stata valorizzata solo nel Rinascimento dai Medici fiorentini.

(Per Etruria si intende sostanzialmente il territorio tosco-laziale compreso fra Arno e Tevere).

Nel corso del Neolitico, dal 6.000 al 3000 a.C. circa, l’Etruria, già abitata da genti di cultura paleolitica, viene raggiunta da una popolazione di provenienza vicino-orientale (attuali Iraq, Siria, Palestina e sud-est della Turchia) dove era avvenuta la “rivoluzione neolitica”. Infatti intorno nell’ IX millennio a.C. – ma soprattutto nell’arco di un periodo durato alcuni millenni – in questo ampio territorio alcune popolazioni  avevano progressivamente mutato il loro modo di vita: da nomadi  cacciatori-raccoglitori che erano,  divengono stanziali imparando ad allevare alcune specie di animali che in precedenza cacciavano,  e a coltivare i vegetali che prima raccoglievano in natura.  Questi  immigrati erano portatori della nuova cultura neolitica che modificava i rapporti sociali interni al gruppo, come sostenendo il matriarcato ed eleggendo come propria divinità la coppia cosmica della Dea Madre e del Dio Sole, rappresentato in terra dal toro.  Come i mesolitici essi  inumavano i loro morti.  Questi nuovi abitanti dell’antica penisola italica  vengono definiti  Umbri.

Nel corso dell’Eneolitico e della successiva età del Bronzo si concretizzano  migrazioni di popoli che, in ondate successive, invadono quasi tutta l’Europa provenendo dalla Siberia occidentale e dalle pianure a nord del Mar Nero e del Mar Caspio. Si tratta dei Kurgan (termine che significa tumulo funerario, che ha dato il nome alla popolazione) ossia di Proto-Indoeuropei che portano nel centro e nel sud dell’Europa una nuova mentalità, compiendo razzie e distruggendo villaggi e comunità.  Si sovrappongono ai neolitici, essenzialmente  coltivatori, imponendo la loro cultura guerriera e maschilista, che poneva al vertice del loro pantheon dèi maschili. Così per loro il massimo potere divino è retto dal dio dei fulmini – omologo dello Zeus  greco e del Giove romano  – e dal dio della guerra – omologo di Marte-Ares.  Mescolandosi alle popolazioni  europee, sempre con successive ondate invasive, portano la loro lingua che si fonde con gli idiomi locali, che divengono così  le nostre lingue attuali. Un’ondata migratoria particolare (proveniente dall’Europa settentrionale) è poi quella che nel corso del  III millennio diffonde in buona parte dell’Europa centrale ed occidentale la cultura del vaso campaniforme o beaker, portatrice dell’incinerazione e del cavallo (che era stato domesticato nelle pianure occidentali siberiane intorno al 3.500 a.C.); questa ondata migratoria raggiunge anche la piana fiorentina-pratese-pistoiese dove si stabilizza intorno al 2.500 a.C. inizialmente sulla riva settentrionale del Tevere, per poi estendersi su un vasto territorio, dando luogo alla formazione della cultura Appenninica, nel corso del XVII  secolo.

Nel corso del IV millennio (Eneolitico)  un gruppo etnico pre-indoeuropeo di cultura eneolitica migra dall’area egeo-anatolica verso il Mediterraneo centrale alla ricerca di rocce metallifere ed approda sulle coste italiche, espandendosi poi su un vasto territorio (Lazio e Toscana attuali). Nasce così la cultura di Rinaldone (dall’omonima località vicino a Montefiascone) presente in Etruria fra il 3.600 e il 2.000 a.C. circa, il cui nucleo principale si attesta sul corso medio del fiume Fiora (ad occidente del Lago di Bolsena).  I Rinaldoniani si delineano come una comunità strutturata che produce accumuli di ricchezze, con l’emergenza di una élite che controlla le risorse metallifere. Si dedicano sia alla pastorizia che all’agricoltura, costruendo canali per l’irrigazione,  dimostrando buone conoscenze nel settore dell’idraulica; lavorano abilmente il rame, realizzando oggetti di tipo comune e sacro (come armi rituali) ma non producono armi di importanza bellica in quanto non conoscono il bronzo.  Con essi si concretizza il concetto di necropoli che si realizza con tombe a grotticella – con sepolture ad inumazione anche plurime, spesso rimaneggiate cultualmente, mostrando un evidente rispetto per gli antenati defunti.  Dalla loro zona di origine portano un tipo di ceramica particolare: un vaso a forma di fiasco forse con funzioni rituali-funerarie, di impasto lucido non decorato, che appare come una anticipazione del bucchero etrusco.

I Rinaldoniani hanno contatti con gruppi della cultura campaniforme, per poi scomparire quasi improvvisamente alla soglia dell’età del Bronzo, forse in concomitanza con lo sviluppo della civiltà minoica e l’espansione della stessa popolazione campaniforme. E’ possibile che, assorbiti dalla popolazione italica, anch’essi siano divenuti una componente della nascente cultura appenninica.

La Cultura (o facies)  di Rinaldone, nota fin dai primi anni del secolo scorso, è stata studiata in particolare da Ferrante Rittatore Vonwiller  (che dal 1962 ha ricoperto la carica di direttore del Museo Archeologico di Como);  successivamente le ricerche in Etruria sono tate condotte da altri archeologi fra cui la prof.Nuccia Negroni Catacchio dell’Università Statale di Milano.

Vaso rituale. Cultura eneolitica del Gaudo

La Cultura Appenninica (sviluppatasi nella Penisola fra il XVII e il XIII scolo  - Bronzo recente e Bronzo finale) rappresenta la nuova espressione dei popoli italici. La loro economia era di tipo misto ma con prevalenza della pastorizia: infatti il materiale fittile reperito è rappresentato in prevalenza da strumenti  legati alla lavorazione del latte.  I morti vengono inumati  e sepolti in grotte naturali o artificiali, ma nel Lazio e nella Puglia troviamo anche tombe a tumulo con camera dolmenica; nel tardo periodo subiscono influssi della civiltà palafitticola delle Terramare (caratteristica dell’Emilia sud-orientale e della Romagna) lasciando delle necropoli  che preludono ad una ulteriore evoluzione culturale.  La Cultura appenninica si diffonde su una vasta area anche a seguito del diffuso costume della transumanza, della frequentazione di aree sacre (anche molto antiche) ubicate lontano dai centri abitati e anche dall’utilizzo delle vie fluviali per la diffusione dell’impiego dei metalli. E’ stata osservata  una notevole omogeneità culturale in tutto il periodo (dalle facies pre- e protoappenninche fino a quella subappenninica).

Nel corso del XVI secolo dall’Oriente (Grecia o isole egee) muove un altro gruppo etnico di cui ci parlano diversi storici antichi (in particolare Erodoto) definendoli Pelasgi. E’ stata avanzata l’ipotesi che si trattasse di genti che fuggivano dal regno minoico dopo l’arrivo distruttivo dei Micenei-Achei. Si tratta  di un popolo preellenico, portatore di tecniche avanzate sia nel campo della metallurgia che in quello costruttivo: si attribuirebbe a loro la costruzione delle mura ciclopiche/poligonali presenti nella parte centrale della Penisola italica. Sempre secondo alcuni storici greci sarebbero stati seguiti dai Tirreni (di provenienza anatolica) con cui si sarebbero mescolati, dando luogo – nel corso del XI secolo – alla nascita della  cultura Protovillanoviana (che impropriamente è stata definita anche Protoetrusca). Questa sostituisce la facies subappenninica, anche a seguito di ulteriori influenze centro-europee, ossia della espansione della Cultura dei Campi di urne.  Il Protovillanoviano si afferma in gran parte della Penisola affrancandosi come fenomeno unificante.

Questi Tirreni (o Tursha o Tyrsenoi) possono essere accorpati al variegato gruppo del “Popoli del Mare” che nella seconda parte del  II millennio hanno portato un grande scompiglio nel Mediterraneo orientale, muovendo da terre diverse (Anatolia settentrionale,  isole dell’Egeo e forse altre). Erano genti già indoeuropeizzate,  abili nella lavorazione dei metalli e forse costretti a cercare nuove terre (verso la fine del II millennio erano probabilmente già dotati di armi di ferro in sostituzione di quelle di bronzo, a differenza delle genti contro cui si riversavano).  E’ possibile che una delle cause dell’innesco di queste bellicose migrazioni siano state le pressioni originate dalle mire espansionistiche dei  grandi regni vicino-orientali  come gli Ittiti, ma probabilmente anche  Egizi, Libici e Minoici. I Popoli del Mare comprendono, fra gli altri, i Shardana (o Sherden) e i Teresh,  che hanno creato non poche difficoltà ai faraoni egizi della XIX e della XX dinastia. E anche i Peleset-Filistei che si sono attestati nella striscia di Gaza divenendo i vicini scomodi degli Israeliti (come rilevabile dai libri storici della Bibbia).

Ma ritorniamo alla penisola Italica. Tra la fine dell’età del Bronzo e l’inizio dei quella del Ferro  genti di origine illirica o centro-europea  scendono nella Penisola portando  anch’essi il rito dell’incinerazione insieme a nuove tecniche metallurgiche.  Non cercavano città o templi da saccheggiare, ma erano attirati dalla popolazione italica, più avanzata di loro; mescolandosi ai locali hanno dato luogo ad una diversa ideologia religiosa e funeraria.  La regione acquista una omogeneità culturale ed una precisa identità etnica.  Nasce così la facies villanoviana che può essere identificata come cultura pre-etrusca o protourbana.  Alle semplici tombe ad incinerazione si aggiungono sepolcri monumentali anche a carattere dolmenico, coperti da tumulo (alcuni con i resti di inumati) come nei Monti della Tolfa (Civitavecchia) e nella Valle del Fiora (Grosseto).  In queste località intorno agli abitati compaiono muraglie di sicura ispirazione egea. I principali centri abitati da queste genti sorgono lungo il corso dei fiumi locali: si tratta di Sorgenti della Nova, Sovana e Poggio Buco che prefigurano il territorio delle future città etrusche.

La nascita effettiva della popolazione e cultura etrusca non può prescindere dall’apporto di una ultima migrazione dall’Oriente, come sopra accennato.  Infatti troppo diversi sono la mentalità, il comportamento sociale e culturale degli Etruschi rispetto a quanto era proprio delle popolazioni italiche nei millenni precedenti.  Una delle teorie nuove  forse accettabile è quella della formazione di un popolo etrusco composito. Infatti  intorno al IX secolo  a.C. una popolazione particolare, stanziata nella Anatolia sud-occidentale (Arzawa, identificabile con la Lidia) che non aveva subìto influenze indo-europee,  si sarebbe mossa dalla terra di origine per raggiungere l’Etruria (Alcuni discendenti dallo stesso ceppo, in un periodo successivo, avrebbero raggiunto l’isola di Lesmo (la più settentrionale delle isole dell’Egeo e la più vicina ai Dardanelli) lasciando numerose tracce della loro scrittura, definibile proto-etrusca (una recente ricerca definirebbe questa lingua come autentica etrusca,  assimilabile alle iscrizioni di Cerveteri datate dal VI secolo in poi): si tratta di una stele e di almeno 200 dediche funerarie). Nel corso del IX secolo i Rasenna – come essi stessi si definivano – avrebbero raggiunto l’Etruria alla ricerca di rocce metallifere.  Qui si sono sovrapposti alla cultura Villanoviana, che si era formata autonomamente procedendo dalla precedente protovillanoviana. Comunque gran parte della  popolazione dell’Etruria avrebbe conservato le proprie abitudini continuando a parlare la propria lingua (del gruppo Osco); i nuovi arrivati avrebbero quindi costituito il gruppo egemone  (inizialmente solo una piccola percentuale dell’intera popolazione) senza estendere ai locali la lingua etrusca, la scrittura e mantenendo essi soli la propria cultura (arte divinatoria, tecniche idrauliche, arte, oreficeria  ecc.).

Considerando le diverse teorie proposte dagli studiosi, in conclusione sembra accettabile l’idea che il popolo Etrusco sia nato da una composizione di gruppi diversi: le genti locali  (quelle formatesi dalla mescolanze etniche di cui si è detto sopra);  genti immigrate dall’Italia settentrionale e da altre parti della Penisola; immigrati per via marittima dall’Oriente (forse dopo una permanenza in Sardegna). Ossia elementi etnici diversi che al termine di un lungo processo avrebbero dato origine alla popolazione etrusca nel suo insieme.

Strutture archeologiche dei Rinaldoniani

Sono probabilmente attribuibili ai Rinaldoniani  le strutture  megalitiche concentrate nella media valle del  Fiora (ad occidente del Lago di Bolsena). Si tratta di interventi  umani che richiamano la cultura del megalitismo atlantico o antico europeo. Difficile spiegare come abbia avuto luogo questa migrazione  che avrebbe attraversato l’intera Europa, raggiungendo cosi l’Etruria (la cultura megalitica è giunta in Liguria costeggiando le rive mediterranee).  Potrebbe anche trattarsi di  un parallelismo  sviluppatosi autonomamente, pur rispecchiando una maturità culturale comune.  Le diverse strutture note nel territorio del Fiora mostrano sempre una orientazione astronomica e quindi confermano la preparazione culturale   tipica di alcune etnie neolitiche come quelle che hanno acquisito la cultura megalitica. Di grande interesse è il sito di Poggio Rota (Pitigliano): cinque guglie rocciose, alte quasi 3 metri e larghe alla base da 1 a 2 metri disposte attorno ad un  piccolo spazio libero, circondate da altre 5 emergenze rocciose sagomate, più basse; su alcune compaiono coppelle irregolari, piccole nicchie e una vaschetta. L’insieme – anche se definito  cromlech – si differenzia dalle strutture megalitiche atlantiche in quanto non si tratta di elementi litici trasportati ed elevati  sul posto, ma di un corposo  spuntone roccioso nel quale sono stati scolpiti ed isolati i singoli  ”menhir”. Il sito è stato dettagliatamente studiato da archeologi (accademici e non), archeo-astronomi e geologi.  Le orientazioni astronomiche rilevate su questo complesso megalitico lo daterebbero al  III millennio. Una struttura simile, ma meno studiata, è presente a Poggio Buco (sempre a Pitigliano). Particolare poi è il monolite detto “la mano di Orlando” (Sovana): una emergenza rocciosa monumentale scolpita in modo da rappresentare una enorme mano con cinque dita brevi.  Interessanti anche gli intagli di Poggio dell’Uovo  (Sorano) dove alla sommità di un modesto rilievo compaiono alcune serie di coppelloni del diametro di 10-15 cm scavati in cascata, in grado di ricevere un liquido che, versato in quello superiore, raggiunge i successivi.

Sempre alla cultura rinaldoniana vengono attribuite le quattro poco note “aiole” del lago di Bolsena: si tratta di tumuli artificiali di forma ovoidale, del diametro compreso fra gli 80 e i 60 metri, alti fino a 5 metri; un vistoso innalzamento del livello delle acque del lago in età protostorica le ha completamente sommerse. Da esse fuoriescono colonne di bollicine di gas insieme ad acqua termale. Il loro scopritore-sub (ing. Alessandro Fioravanti) ha raccolto sulla loro superficie frammenti ceramici calcificati dell’età del Rame e dell’età del Bronzo. La Soprintendenza toscana, nel corso del 1993, ha effettuato una campagna di ricerche con sub professionisti su una di queste aiole; non ne ha saputo precisare l’origine né la funzione

 

Fondo di tomba rinaldoniana con vaso rituale in situ. Necropoli di Poggialti Vallelunga-Pitigliano – GR (da pubblicazione curata da Negroni e Aspesi)

Penso che l’ipotetico collegamento  fra le presenze megalitiche dell’Etruria e il megalitismo atlantico non possa essere esteso alle statue stele della Lunigiana; infatti il fenomeno delle stele è legato ad un megalitismo diffuso in varie parti dell’Europa (ma non nell’Etruria) su un ampio arco cronologico; è specifico di alcuni contesti  nei quali le stele  esprimono manifestazioni culturali non ancora del tutto spiegate.

Gli Etruschi

La componente del popolo etrusco  migrata dall’Egeo riporta nella Penisola alcuni aspetti della cultura pre-indoeuropea, come l’importanza della donna nel contesto  sociale, culturale e religioso (che in Europa era stata esclusa da qualche millennio) e il riconoscimento delle dee femminili come massima espressione del loro pantheon. Infatti sembra che la dea più importante per gli Etruschi fosse una divinità dai molti nomi ed appellativi: Norsia, Ursia, Fortuna, Voltumna, dea del fato e delle acque sacre. Suo emblema è la cornucopia, simbolo antichissimo della fertilità (la prima immagine della cornucopia è quella tenuta nella mano dalla Dea Madre rappresentata in un bassorilievo del 22.000 a.C .: la Venere di Laussel – Francia).  Agli dèi della antica cultura etrusca, che conservano elementi arcaici, a partire dal VII secolo si aggiungono quelli greci a cui vengono dati nomi  etruschi..

Altro elemento antichissimo dell’aristocrazia etrusca è il lituo, bastone dall’estremità superiore ricurva o angolata, ritenuto elemento distintivo dei sacerdoti o degli aruspici. Corrisponde al cross francese, spesso rappresentato nelle incisioni rupestri, anche legate al megalitismo.  Il lituo sembra essere simbolo di distinzione religiosa e forse anche di potere fin dal VII millennio a.C.;  è stato tramandato fino ai tempi nostri con il pastorale del  vescovo: il lungo bastone con l’estremità avvolta a spirale. Il lituo etrusco compare su alcuni affreschi  (come nella tomba degli Auguri di Tarquinia – 530-520 a.C.) e nella statuaria; alcuni bozzetti  in bronzo rappresentano sacerdoti-indovini che tengono in mano un bastone ricurvo interpretato come lituo; ma potrebbe essere inteso anche come la bacchetta curva del rabdomante, elemento comunque legato alla sfera del divino e dell’occulto.

Gli etruschi realizzano uno stato teocratico che si basa su una religione propria, forza motrice e polo di aggregazione della loro civiltà. Inizialmente costruiscono solo altari all’aperto. Secondo  Vitruvio elevano piccoli templi ad imitazione di quelli greci, ma con colonne e coperture lignee e frontoni  in terracotta;  solo verso il VI secolo costruiscono veri templi in struttura muraria.

Un studio genetico effettuato su campioni della popolazione umana attuale dell’Etruria ha rivelato la presenza di un’area geneticamente singolare all’interno dell’Etruria. Inoltre un recente studio sul DNA mitocondriale dei bovini attuali toscani – razze chianina, maremmana e altre – mostra una netta diversità fra questi e i bovini di altre aree d’Italia e d’Europa e invece una loro affinità con le razze bovine di Anatolia e Vicinio Oriente.

Le nostre conoscenze della cultura etrusca procedono da due diverse fonti: gli autori latini e l’archeologia. I Romani sono stati in continuo conflitto con gli Etruschi (anche se gli antichi romani che fondarono Roma in realtà erano etruschi, come i loro primi re);  dal periodo monarchico fino a quello repubblicano etruschi e romani sono stati vicini conflittuali, fino al lento e progressivo (anche bellicoso) assorbimento dei primi da parte dei secondi. I Romani hanno tratto molti benefici dalla cultura etrusca: ne hanno riconosciuto ed accettato alcuni aspetti come quello della divinazione (a cui i romani si sono spesso rivolti, per avere presagi, addirittura fin nell’avanzato periodo imperiale) ma soprattutto hanno tratto vantaggi nel campo dell’idraulica: gli etruschi erano specialisti nel creare canalizzazioni (a cielo aperto e in sotterraneo) per bonificare zone paludose e soprattutto nella costruzione di acquedotti. Non dico che furono gli etruschi a costruire i monumentali e chilometrici acquedotti  romani, che erano opera di ingegneri romani;  ma che teorie e tecniche procedevano dall’antica scuola etrusca. Sempre nel campo tecnico gli etruschi hanno insegnato ai romani la navigazione e l’agrimensura.  Un ultimo settore culturale  che i romani devono agli etruschi  è quello artistico: gli etruschi portano a Roma l’arte della scultura, con le prime statue a grandezza naturale (antropomorfe e zoomorfe) in marmo.  Gli etruschi  sviluppano il proprio senso artistico e artigianale inizialmente con il supporto di artisti greci o comunque orientali, che hanno chiamato ed accolto fra di loro;  fenomeno che porta a ritenere l’Etruria il crocevia culturale più brillante del Mediterraneo centro-orientale.

  1. L’artigianato etrusco  è di altissimo livello, attestato anche da testi romani. I manufatti – metallici e ceramici – prodotti in Etruria si irradiano raggiungono varie parti d’Europa conquistando una clientela elitaria.  In particolare trova grande riscontro (locale ed estero) l’oreficeria che produce oggetti di alto pregio, con l’uso di tecniche raffinate come la granulazione. Ben nota è la produzione di opere in bronzo come la famosa chimera di Arezzo, ma anche di pezzi artistici (“l’ombra della sera”)  e sacri, come le numerose statuine di dèi; e soprattutto oggetti di uso quotidiano destinati anche all’esportazione (centro Europa): brocche “Schnabelkanne”, situle, vasi decorati, oggetti per banchetti cerimoniali.  Di alto livello le produzioni in terracotta: oggetti in bucchero, che inizialmente a Cerveteri ha dato le sue espressioni migliori (come gli oggetti a “guscio di uovo” ossia con pareti sottili anche meno di un millimetro);  in seguito il bucchero viene prodotto in tutta l’Etruria, con stili diversi.  Importante la produzione di statue ed antefisse in terracotta; e naturalmente vasi decorati di tipo greco, molto richiesti dall’aristocrazia locale ma anche dai mercati del Mediterraneo orientale. Contemporaneamente gli etruschi importano vasi greci raffinatissimi: alcune atelier attiche producono vasi destinati solo al mercato etrusco,  con decori di loro gusto. Questo avviene in particolare nel periodo detto “orientalizzante” (VIII-inizio VI secolo) che rappresenta il periodo di massima ricchezza. Infine l’artigianato artistico produce grandi sarcofagi e urne in pietra (alabastro, travertino) ma soprattutto in terracotta.

L’archeologia ufficiale ha svolto accurate ricerche rilevando resti di templi e santuari (di cui restano solo le parti inferiori) ma soprattutto ha approfondito lo studio delle necropoli: per gli Etruschi le tombe esprimono non solo complessi valori religiosi ma anche la realtà concreta della vita quotidiana. Possono presentarsi a pozzetto (le più antiche), in fossa e in forme diverse: rupestri-sotterranee ossia in grotte artificiali anche monumentali (tombe a camera) spesso ricavate sotto emergenze rocciose sagomate a dado, a semidado, a edicola o a tempio;  le più complesse tombe a camera hanno un dromos e una copertura a tholos e sono ricoperte da un tumulo che può contenere anche due o tre tombe. Le ceneri del  defunto sono conservate in urne dotate di un elemento di copertura artistico (viene spesso raffigurato il defunto, anche insieme alla sposa). Le tombe monumentali sotterranee al loro interno sono scolpite in modo da raffigurare un’abitazione vera e propria, concetto funerario presente anche in Sardegna e in Oriente: a Tyrsa, nella Licia, sono note alcune tombe sotterranee monumentali identiche a quelle sarde ed etrusche – un ulteriore elemento che ne conferma l’origine orientale.

 

Via Cava di san Pietro (Pitigliano – GR). Foto da archivio di Tages.

 

Un aspetto importante della cultura etrusca – poco approfondito dall’archeologia ufficiale – è quello delle Vie Cave o Tagliate etrusche, opere ciclopiche la cui diffusa presenza in Etruria è legata a comportamenti sociali, funerari e processionali, o altri ancora che ci riesce difficile immaginare;  sono particolarmente concentrate (numerose decine) nei territori di Sovana, Sorano e Pitigliano. Le vie cave sono  corridoi intagliati nel substrato di tufo (roccia vulcanica abbastanza tenera)  larghi tre metri e oltre, profondi da 5 fino a 30 metri, con pareti verticali e con un tracciato tortuoso, sempre in leggera pendenza. In genere partono da una collina abitata per raggiungere una necropoli sul fondo di una valle naturale o su una collina oltre la valletta stessa. Alcune sono lunghe da 15 a 20 metri, ma la maggior parte ha uno sviluppo di centinaia di metri,  fino a raggiungere i 1500 m. Alcune, con un percorso che comprende curve a gomito, erano utilizzate ancora in tempi storici come  collegamento fra abitati vicini, oggi legati da strade carreggiabili. Nelle pareti di alcune di esse sono state scavate grotte sepolcrali; alcune poi tagliano tombe rupestri del VII secolo, di cui restano alcuni elementi nella parte alta delle pareti: sono elementi che ci consentono di datarle a tutto il periodo etrusco.  Le pareti di alcune cave sono bene scolpite nella parte più alta mentre nelle parti medie e basse il taglio della roccia appare irregolare e poco  curato, forse perchè approfondite in periodi successivi. Nella parte media compaiono scritte in alfabeto etrusco (come il nome di Veltha, dio dell’essere e del divenire, del cielo e della terra) e qualche incisione a svastica. Nelle parti inferiori  troviamo dei malconservati “scacciadiavoli” ossia tabernacoli o nicchie con raffigurate croci cristiane, incise o in bassorilievo, ed anche resti di pitture sacre e soprattutto profane, con la rappresentazione di streghe, mostri e demoni; tutti elementi medievali atti a scongiurare le ancestrali paure di chi le percorreva. Anche oggi diverse cave portano il nome di un santo e conservano cappelline o altarini all’inizio o lungo il percorso. L’antica sacralità delle cave sembra quindi avere lasciato un profondo solco nell’immaginario collettivo.

Negi ultimi decenni alcuni archeologi locali del gruppo” Tages” di Pitigliano esplorando  parti incolte dell’alta Maremma (in particolare la media valle del Fiora e il circondario di Pitigliano, Sorano e Sovana) hanno trovato i resti di diversi templi-santuari ancora sconosciuti, in genere ubicati al sommo di piccoli rilievi. Sembra che tutte queste strutture, di cui restano poche tracce, fossero distribuite secondo un grande reticolo orientato astronomicamente. Sono stati individuati anche siti con affioramenti litici scolpiti e sagomati (scale, nicchie, corridoi, gallerie) di difficile datazione, forse opera degli stessi etruschi o di una popolazione precedente.

Da diversi anni fra archeologi e storici si è accesa una polemica sulla ubicazione del Fanum Voltumniae, il luogo consacrato alle divinità e meta di periodici pellegrinaggi. L’archeologo tedesco Müller negli scorsi decenni lo ubica nel territorio di Orvieto, tesi sostenuta da diversi archeologi italiani che hanno recentemente attuato scavi nella zona. Archeologi non accademici, fra cui i ricercatori del gruppo Tages, sostengono invece che il Fanum si trovasse sulle rive del Lago di Bolsena, tesi suffragata da numerosi argomenti fra i quali la grande concentrazione di necropoli, la presenza di sorgenti e laghi e altri di tipo strettamente onomastico.

Nell’anno in corso sono state allestite ed aperte (con le limitazioni e gli spostamenti di date richiesti  dalla pandemia) due importanti mostre sugli Etruschi: “Etruschi –viaggio nella terra dei Rasna” (Bologna) e “Gli Etruschi e il Mann” (Napoli). I due voluminosi cataloghi comprendono articoli che illustrano questa civiltà evitando però di affrontare il tema della sua origine (autoctonia o immigrazione) pur ammettendo frequenti contatti con il mondo mediterraneo occidentale e valorizzando la diversità culturale degli Etruschi  dalle altre popolazioni italiche a loro contemporanee (Sabini, Sanniti, Umbri, Equi, Marsi, Volsci, Piceni, Falisci, Ernici, Latini).  Il catalogo della precedente mostra tenutasi a Palazzo Grassi di Venezia (2000) sostiene la formazione autoctona degli Etruschi.

Etruria: SINTESI DELLA ETNOGENESI ETRUSCA   (date approssimative)

6.000-4.000 a.C.                       Arrivo ed espansione dei Neolitici

Dal 4.500 in poi                         Invasioni – ad ondate successive – del popolo del Kurgan (proto-indoeuropei)

3600                                            Migrazione di genti preindoeuropee dall’area geo-anatolica:

facies di Rinaldone in Etruria; facies di Gaudo  in Campania;

facies di Remedello un Alta Italia

2.600                                           Invasione  del popolo Campaniforme (cultura del baeker)

2.600-2.200                                Cultura Appenninica

2400-2100                                  Influenze dall’area carpatico-danubiana (Cultura dei Campi di urne)

1.500-1.300                                 I Pelasgi muovono da Creta e occupano il Mediterraneo  centrale;

si uniscono o si identificano con i Tirreni – (Popoli del Mare)

1200-900                                      Ondata di popoli dalla Balcania e dal Centro Europa

XI secolo                                       periodo protovillanoviano

900-725                                        periodo villanoviano

900-800                                        I Protoetruschi (o più semplicemente Etruschi) Rasenna-Rasna) lasciano la

Lidia e sbarcano a Lesmo e in seguito in Etruria

725-580                                         periodo orientalizzante

580-480                                         periodo arcaico

A.P., maggio-ottobre 2020

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Cataloghi mostre

Torelli M. (a cura di), 2000 – Gli Etruschi – Bompiani                                                                                  Venezia

Bendini, Marchesi, Minarini, Sassatelli, 2020 – Etruschi – viaggio nelle terre dei Rasna  -  Electa       Bologna

Nizzo V. (a cura di), 2020 – Gli Etrusch e il Mann  – Electa                                                                          Napoli

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