La cultura delle grotticelle artificiali

  • Estratto dalla ricerca in corso del Presidente di Tages Alberto Conti

 La cultura delle grotticelle artificiali

Durante il  Neolitico Antico, in Sardegna si formò la cultura di Bonu Inghinu. A epoca più tarda, intorno al 3800, risale la prima necropoli ipogea con sepolture in grotticelle artificiali che si trova sulla collina di Cuccurru S’Arriu. Il culto della Dea Madre qui è ben rappresentato da figure femminili simili a quelle del Neolitico anatolico. In Sardegna la cultura neolitica ebbe una continua evoluzione sul solco della ceramica impressa e cardiale e delle grotticelle artificiali.

La cultura di Ozieri che seguì a quella di Bonu Inghinu, seppelliva i morti nelle domus de janas (case delle fate o delle streghe) che furono una evoluzione delle grotticelle artificiali; non più un semplice loculo sotto terra ma una casa dei morti. Anche la Dea Madre che continuava ad essere onorata, subì un cambiamento nella raffigurazione: la figura femminile dalle forme esuberanti fu sostituita da una figura stilizzata che si trova un po’ in tutte le parti dell’isola, nelle isole Cicladi e in altre parti dell’area mediterranea. Nella cultura di Ozieri si verificò un’evoluzione anche nella ceramica che divenne più raffinata. L’introduzione del bronzo provocò la crisi nel commercio dell’ossidiana e l’inizio della decadenza della cultura neolitica. Seguì la cultura Filigosa-Abealzu (3200) con la ceramica non ornata, simile a quella rinaldoniana, che dimostra la crisi in cui era caduta l’antica cultura neolitica sarda. Nello stesso periodo, nel nord dell’isola, comparve la cultura di Arzachena che presenta aspetti propri del megalitismo, estranea quindi alle culture formatesi nella tradizione della ceramica impressa e cardiale. Seguirono altre culture formatesi nell’Età del Rame e del Bronzo antico, sotto influenze esterne, quali la cultura dei campaniforme (kurgan) che prepararono la formazione della cultura nuragica.

Il fondo di una grotticella rinaldoniana, con il vaso a fisco tipico della cultura, del sito di Poggialti Vallelunga (Pitigliano GR), all’atto della scoperta (foto dalla pubblicazione di Negroni/Aspesi)

Le grotticelle artificiali, pur originarie della Sardegna, non furono un’esclusive dell’isola, vennero esportate seguendo a ritroso il percorso fatto dagli antenati della ceramica impressa e cardiale. Si trovano nella fascia tirrenica dell’Italia, nelle Marche, in Puglia, in Sicilia, nelle isole Cicladi dove, con le statuine stilizzate di Ozieri, contribuirono alla formazione delle culture cicladica, dell’isola di Creta – colonia delle Cicladi -, del Peloponneso, del sud dell’Anatolia, del Levante. Nella fascia tirrenica dell’Italia e nelle Marche, le grotticelle artificiali e il vaso a fiasco sono tipiche della cultura di ‘Rinaldone’, dell’Età del Rame. La cultura di ‘Rinaldone’  è neolitica derivata dalla cultura della ceramica impressa e cardiale, anche se non è escluso che, alla formazione, abbia contribuito una componente della ceramica lineare di provenienza danubiana. All’epoca dei ‘Rinaldoniani’ (inizio del IV millennio) le culture indoeuropee non erano giunte in Occidente.

Il percorso fin qui seguito, grazie ai risultati di nuove ricerche (Claudio Pofferi), induce a ripensare quanto fino ad ora intuito, più che dimostrato, sulla formazione e la provenienza della cultura di ‘Rinaldone’. L’archeologia fino ad oggi aveva ipotizzato la provenienza orientale delle due culture. Noi, nel libro “La più Antica Civiltà d’Italia” abbiamo condiviso l’ipotesi, anche per il fatto che il primo insediamento dei ‘Rinaldoniani’ fu Ponte San Pietro sul Fiora, raggiunto dal gruppo che avrebbe risalito il fiume per raggiungere l’interno e che qui si sarebbe fermato per avervi trovato la presenza di minerali. Oggi l’ipotesi è altra: agli inizi del IV millennio, l’Italia a sud della linea che unisce la Toscana alle Marche era sotto l’influenza delle culture neolitiche provenienti dal Levante e, in Sardegna, l’introduzione del rame aveva provocato la decadenza della cultura di Ozieri . A ciò si aggiunga che in quella che sarà l’Etruria, a differenza di quanto avvenne in Sardegna, non era giunta l’influenza del megalitismo né della cultura kurgan che giungerà a circa metà del III millennio con i Campaniforme. Forse per questi motivi, la grotticella artificiale continuò ad essere utilizzata nella fascia tirrenica dell’Italia dalla cultura ‘rinaldoniana’. Nei circa due millenni di presenza nella penisola, fino alla scomparsa avvenuta all’inizio del II millennio, la cultura non fece alcun progresso, continuò ad inumare i morti nelle grotticelle e ad usare lo stesso vaso rituale di ceramica. I ‘Rinaldoniani’ posizionavano il vaso presso l’ingresso della cella, uno per ogni cella, nel caso di più celle nella stessa tomba. Le culture di ‘Rinaldone’ non sarebbe giunta, quindi, in Occidente nel IV millennio provenendo da altri territori ma, come si è detto, si è formata dallo sviluppo della cultura neolitica della ceramica impressa e cardiale.

I ‘Rinaldoniani’ colonizzarono la futura Etruria fino al corso dell’Arno e, a sud, il Lazio e parte del territorio campano, dove incontrarono le popolazioni del Gaudo. Un gruppo di ‘Rinaldoniani’ superò l’Appennino e raggiunse le Marche, dove si insediò, sicuramente alla ricerca di minerali e per commerciare. Furono agricoltori, come tutti i Neolitici, e pastori, ma anche cercatori di metalli e commercianti. I ‘Rinaldoniani’ tirrenici intrattennero rapporti commerciali con i la cultura di Remedello, stanziata vicina al corso del Po, con ramificazioni in Emilia e Toscana, di origini neolitiche della ceramica lineare. Remedello apparteneva a quelle comunità di cacciatori-raccoglitori mesolitici ai quali si sovrapposero i Neolitici anatolici, che lasciarono l’area dell’Europa orientale di origine per sfuggire i pericolo portati dalle invasioni kurgan. Presenze importanti dei Rinaldoniani sono state trovate in Puglia, nelle Cicladi e in altre regioni del Mediterraneo; intrattenevano rapporti commerciali con tutte le regioni che erano state punti di approdo durante la migrazione della cultura di origine: la Puglia, attraversando i passi appenninici e la Grecia, le isole Cicladi, il sud dell’Anatolia e il Levante, navigando sul Mediterraneo. Ai rapporti commerciali che iniziarono verso la metà del IV millennio seguì il trasferimento della cultura con le grotticelle artificiali e il vaso a fiasco.  Le culture tirreniche originarono (3200) la cultura delle isole Cicladi, con le sue colonie, della Grecia e dell’Anatolia meridionale.

“Per dirla in altri termini, l’assunto ex Oriente lux non pare conciliarsi con i dati di fatto del V e IV millenni a.C., dove invece appare rilevante il ruolo e la presenza delle culture poste geograficamente nel Mediterraneo centrale e in Italia in particolare.” (Claudio Pofferi)

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